Adorno, il sonno del filosofo genera sogni erotici
Pubblicato in Germania il diario onirico del filosofo francofortese
Pubblicato su La Stampa, 23 ottobre 2005
«La vita è un sogno, o i sogni aiutano a vivere meglio?». Chissà cosa avrebbe risposto Theodor W. Adorno se Marzullo fosse riuscito a propinargli il suo famigerato tormentone.
Perché il funambolico Teddie, intellettuale coltissimo e poliedrico, filosofo, sociologo, oltre che musicologo e compositore, se durante il giorno era solito arrovellarsi cerebralmente, erigendo raffinatissimi edifici teorici, di notte concedeva briglia sciolta alla fantasia, sognando a getto continuo. La mattina poi, «subito dopo il risveglio», anziché fare piazza pulita del suo personalissimo circo ipnagogico, correva ad annotare meticolosamente quanto la propria fantasia aveva escogitato durante il sonno.
Chi volesse sbirciare nel mondo onirico del filosofo, può ora consultare i suoi Verbali di sogni, editi in Germania dalla Suhrkamp di Francoforte.
Se allo studio del poderoso apparato teorico dell’Adorno diurno è bene accostarsi armati d’impegno e pazienza, queste sue pagine notturne e dionisiache non sono consigliate agli animi più sensibili e pudichi.
Frequenti sono ad esempio i sogni a sfondo erotico. Come quello in cui una splendida signora dell’alta società impone al filosofo, prima di concederglisi a certe pratiche orali, l’acquisto di una macchina lava-pene. Adorno, sbalordito e irritato da tanta sfrontatezza, si sveglia scoprendo che in realtà la gran dama è un’interessata rappresentante della ditta produttrice dell’aggeggio. Numerose sono poi, quantomeno in sogno, le visite del filosofo alle case equivoche. Nel marzo del 1937 sogna di trovarsi in un «bordello particolarmente elegante» di Parigi. Ma, scarseggiando il personale femminile, l’unico piacere della carne a cui si concede è un’ottima bistecca «che mi rese così felice, da farmi dimenticare tutto il resto». In effetti, con i bordelli Adorno non sembra avere fortuna. A Los Angeles nel ’43 sogna di frequentarne uno grandissimo. Prima di realizzare lo scopo della visita, tuttavia, il poveraccio è costretto ad assolvere un’infinita serie di pratiche burocratiche e riempire innumerevoli formulari. L’apparato amministrativo dell’enorme casa di tolleranza è talmente sviluppato che relega le donne di piacere in un’unica misera stanzetta. Ma il colmo è quando, qualche anno dopo, frequentando in sogno un’altra casa di tolleranza parigina, peraltro accompagnato dalla mamma che si mostra sorprendentemente esperta di certi ambienti, Adorno è costretto a imbattersi in una maitresse così goffa che, per invogliare i clienti a concludere, ha la bella idea di tenere un discorso sulla filosofia di Martin Heidegger. Leggendo di tali avventure viene da chiedersi cos’abbia provato la diligente Gretel mentre batteva a macchina le mattutine annotazioni del marito.
Lo strampalato – e inappagato – erotismo è solo uno dei due aspetti ricorrenti dei sogni adorniani, che sembrano voler riproporre in forma onirica il classico binomio di “amore e morte”.
Il filosofo sogna infatti spesso di trovarsi a dover comminare, contro voglia, la pena capitale a qualcuno. Talvolta devono schiattare dei prigionieri politici, altre volte ragazzi innocenti. Una volta sogna persino una ghigliottina self-service, che permette ai condannati di ammazzarsi da soli in modo pratico ed efficiente. Ancor più angoscioso è quando a dover tirare le cuoia è lui stesso. Bollito, maciullato o addirittura crocefisso, un po’ alla Fantozzi, nei pressi dell’università: ciò che importa è che l’agonia sia lunga e dolorosa. Forse sulla base di queste spiacevoli scenette Adorno soleva ricordare come «certe esperienze avute in sogno mi danno motivo di pensare che l’individuo avverta la propria morte come una catastrofe cosmica».
Non mancano infine i sogni in cui i due aspetti del binomio appaiono congiunti. Talvolta per via di un «bordello masochista», tal’altra quando Adorno riesce a sventare l’assalto di una nave da parte di agguerrite piratesse, semplicemente con la forza del pensiero. Al desiderio di vendetta dei passeggeri in salvo, egli suggerisce loro di non mettere a morte le donne, bensì vendicarsi su di esse in modi più piacevoli.
Pur concedendo molto all’inconscio, anche nel sonno Theodor Adorno non cessa comunque di essere un dotto. Quando l’amata zia Agata gli appare in sogno, è per ricordargli come «Karl Kraus sia stato il più arguto e spiritoso di tutti gli scrittori». E quando gli accade di sfoggiare la propria cultura, alla fine tutti indistintamente si rivelano, riporta, «entusiasti del mio profondo sapere».
Ma questo, dopotutto, proprio come nella realtà.


