Alessandro Melazzini. Il mio Stelvio
Intervista ad Alessandro Melazzini sul documentario Stelvio
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, dicembre 2014
Quanto freddo hai preso girando il film?
Ne avrei potuto prendere parecchio, a quell’altezza, se non mi fossi ben coperto. Ma tutta la troupe era naturalmente consapevole delle temperature rigide che possono verificarsi allo Stelvio. E tuttavia in qualche momento davvero il gelo ha rischiato di compromettere le riprese.
Per esempio?
Quando abbiamo girato l’intervista a Mario Pasinetti. Le riprese sono venute molto bene, e costituiscono una parte centrale del film, ma quella mattina presto di maggio avevamo sottostimato il freddo al punto da arrivare a chiederci se non fosse il caso di interromperci. Ci siamo salvati grazie al thé caldo di cui ci eravamo fatti ampie scorte.
Come è nata l’idea del film?
Conosco lo Stelvio da quando andavo alla Pirovano a sciare da ragazzo. L’ho sempre trovato un luogo affascinante, a partire dalla strada che lo rende accessibile. Vivendo in Germania poi ho avuto modo di sentirne spesso parlare con toni entusiastici da quei tedeschi che lo conoscono, ma ho constatato anche che moltissimi ne ignorano l’esistenza.
Durante una proiezione di un mio precedente film allo Stelvio ho avuto modo di parlare della storia di Mario Pasinetti con la giornalista sondriese Antonia Marsetti. Da quell’incontro, e dagli spunti e incoraggiamenti di Antonia, è scaturita l’idea di realizzare un intero film sullo Stelvio e i suoi personaggi.
Dell’idea ho interessato la Banca Popolare di Sondrio, che ha visto nel progetto un’opportunità per valorizzare il territorio e contribuire fattivamente alle prossime celebrazioni per il Centenario della Prima Guerra Mondiale.
Ho trovato molto stimolante l’idea di raccontare un luogo della mia infanzia a chi non lo conosce, ma anche di farlo conoscere meglio a chi già ne ha percepito la magia.
In che senso?
Innanzi tutto perché non ogni valtellinese conosce bene il versante altoatesino del Passo, e viceversa i sudtirolesi hanno meno confidenza con il lato valtellinese della montagna. Consapevole di questo, nel film ho cercato di dedicarmi ai due versanti con uguale dedizione. O, per meglio dire, ho cercato di dedicarmi con attenzione anche al versante del Trafoi, quello che, da valtellinese, meno conoscevo.
Ne è risultato un ritratto dello Stelvio sulla base dei racconti di molti personaggi, e molto diversi tra di loro. Ognuno parla di un suo particolare Stelvio, e tutte queste descrizioni sono tanto autentiche quanto variegate e differenti.
Nell’ascoltare i „miei“ personaggi, io stesso mi sono stupito di quanta varietà possa avere un passo alpino che, a un primo sguardo, potrebbe semprare monotono e brullo.
Quandi hai fatto un film sullo Stelvio senza conoscerlo davvero?
Di certo ora lo conosco meglio di allora. Ma per me il bello del fare documentari è proprio quello di poter così approfondire in corso d’opera il soggetto al quale mi dedico. E poi cosa significa conoscere davvero qualcosa? Ci sono delle coppie che vivono assieme da una vita e ogni giorno si riservano ancora delle sorprese. Anche lo Stelvio è una continua sorpresa per chi lo visita. In questo senso lo scorso ottobre dopo la proiezione del film al Sondrio Festival mi ha fatto molto piacere venire a sapere che vari spettatori e frequentatori del Passo sono rimasti colpiti dalla prospettiva insolita del film, riscoprendo così un luogo che pensavano di conoscere a menadito.
Come è stato presentare un film sullo Stelvio a Sondrio?
Un’emozione. Il film è arrivato fino in Cina e a Taiwan invitato a numerosi festival internazionali, ma presentare un film non lontano dove è stato girato, nella città in cui sono nato e di fronte a una platea numerosissima, è stata davvero una soddisfazione. Molto meno dover subire inerme gli ultimi dieci minuti di film senza audio, a causa di un errore tecnico di proiezione. La cosa buffa è che vi sono stati non pochi spettatori convinti che il silenzio finale sia stata una scelta artistica, anziché un errore contingente di proiezione.
Quali le difficoltà maggiori in fase di produzione del documentario?
Il tempo. Allo Stelvio il tempo è mutevolissimo, e ogni giorno guardavo con apprensione il meteo in previsione del giorno seguente. Per fortuna siamo riusciti a portare a casa tutto quanto desideravamo, e anche qualcosa in più, visto che in certi pomeriggi di pioggia ci siamo dedicati a temi e luoghi non originariamente previsti. In questo Stefano Dalla Valle, il direttore della Pirovano, ci è stato di grande aiuto. Un aiuto di cui ci siamo ricordati in fase di montaggio, quando abbiamo inserito alcune scene dell’albergo nel film. La Pirovano, oltre a essere un simbolo del turismo allo Stelvio, è il luogo che ha costituito il nostro campo base per tutta la durata della produzione.
Come hai trovato i protagonisti?
Alcuni, come Paolo Lorenzini, li conosco da una vita, altri li ho scoperti mentre facevo le ricerche preliminari. D’altronde, e a differenza di un film, un documentario è soggetto sempre alla casualità degli eventi, questo è il suo bello, nonché la sua difficoltà.
È stato difficile convincerli ad aprirsi di fronte alla telecamera?
Per la maggior parte no, con alcuni ho svolto un lavoro di convincimento maggiore che con altri, ma tutti si sono prestati sin da subito all’intento principale del film, quello della valorizzazione di un territorio alpino. Intento ben compreso dalle varie istituzioni che hanno accettato di patrocinare l’opera, tra cui Il Parco Nazionale dello Stelvio, Il CAI, l’ANA e la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Con quali criteri hai scelto il cast tecnico?
I collaboratori più stretti, tra cui Alessandro Soetje, il direttore della fotografia, Paolo Turla, il montatore, Sebastiano Forte, il compositore e Francesco Morosini, il fonico, sono professionisti con cui lavoro da anni e con i quali si è costruito uno spirito di gruppo capace di sfidare i geli del 3000. Scherzi a parte, sul set è fondamentale poter contare sulla presenza di persone che senti in linea con le tue sensibilità, che ti sanno capire anche in una situazione di stress come quelle che si verificano quando la luce sta andando via, le batterie si scaricano, il vento si alza e tu sai che il tuo progatonista ancora non ti ha detto le cose più interessanti dell’intervista che gli stai facendo.
Quanto è durata la realizzazione dell’opera?
Un anno per chiudere la parte finanziaria, un anno per le riprese, spalmate su una quarantina di giorni durante tutte le stagioni, circa sei mesi in fase di montaggio e revisione del lavoro svolto.
Tu non solo sei stato l’autore e regista dell’opera, ma anche il produttore. Cosa significa ricoprire due ruoli così differenti?
Significa essere un po’ schizofrenico, perché mentre l’autore/regista ha il compito di dirigere la parte artistica del film, e concentrarsi sui personaggi, sulle inquadrature, sull’intreccio narrativo, il produttore è colui che deve tenere i conti a bada e – se necessario - impedire al regista di mandare in rovina la produzione inseguendo un suo pallino artistico. E questo perché un film è una complessa opera artistico-finanziaria, nella quale entrambi gli aspetti vanno curati. In termini pratici significa – per esempio - che a fine giornata dopo dieci ore di riprese non potevo riposarmi ma dovevo occuparmi degli aspetti logistici e pratici per il giorno dopo, tenendomi in contatto con Marisa Scherini, la mia assistente di produzione, anche lei per altro una valtellinese residente a Monaco di Baviera.
Insieme formiamo la Alpenway Media Production GmbH, una società di produzione tedesca dall’anima valtellinese che fa film sull’Italia: sono i miracoli dell’Europa Unita.
Quali momenti nella lavorazione del film ti sono rimasti più impressi?
Vari. Da produttore, il giorno in cui ho assicurato la fattibilità economica dell’opera. Da regista le prime riprese nella neve, seguendo la fresa che andava ad aprire la strada del Passo, così come il giorno in cui abbiamo girato la scena del Coro La Bajona.
Ma un film è in grado di donare molte emozioni anche dopo la sua conclusione tecnica e ogni volta che viene presentato al pubblico. In questo senso un periodo ricco di suggestioni è stato quello dello scorso ottobre, dove ho assistito alle proiezioni del film a Roma, Milano e Sondrio, per poi andare a Carlsbad nella Repubblica Ceca a ritirare il primo premio come miglior documentario al TOURFilm Festival di Karlovy Vary e infine partecipare alla prima proiezione del film allo Stelvio, all’aperto, con il pubblico che sedeva sulle balle di fieno, riscaldandosi a vin Brulé.
Come sarà possibile vedere il film?
Insieme a Banca Popolare di Sondrio e altri organizzatori stiamo creando un calendario di proiezioni, consultabile in forma sempre aggiornata presso www.alpenway.com/stelvio.
Per i lettori più versati dal punto di vista tecnlogico ricordo che sul sito Facebook del film vengono pubblicate con frequenza quasi giornaliera informazioni e foto del dietro alle quinte. Infine, per l’anno prossimo, è previsto un DVD comprensivo di contributi aggiuntivi. Sarebbe bello se riuscissimo a farlo uscire in occasione dell’Expo a Milano e, in questo senso, sarei molto felice se il film potesse contribuire a presentare la Valtellina al mondo.
Quali i prossimi progetti?
Sperando di poter continuare a lavorare con la troupe di Stelvio, sto cercando di produrre delle serie documentaristiche per la televisione. Sul piano autoriale sono impegnato nella produzione de I Muri di Kihlgren (www.alpenway.com/k), un documentario di Alessandro Soetje, che in Stelvio ha svolto il ruolo di direttore della fotografia e in questo film si dedica come regista a un imprenditore visionario. È un film in cui credo e per il quale mi sto impegnando a trovare finanziatori interessati a sostenerci.
Ti piacerebbe tornare a dedicarti alla Valtellina? E in che modo?
Sì. Vorrei poter ampliare e sviluppare la storia di alcuni personaggi valtellinesi tratteggiati in Stelvio, come quella di Alberto Quintavalla, detto Pompa, geniale inventore bormino e meccanico in Antartide. Ma sono aperto anche a proposte esterne: lo Stelvio mi ha insegnato che la Valtellina è piena di storie folli e interessanti, come ogni luogo del mondo, se si ha la pazienza di volercisi soffermare.


