Alla Cieca, o la libertà del disordine
L'ultimo romanzo di Claudio Magris, tra il Magris apollineo e narratore di fiumi e quello notturno, dionisiaco, naufrago della Storia
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Agosto 2005
C’è un Magris diurno, lucente, apollineo. È il colto e raffinato autore capace di donare la parola a un fiume e, accompagnandone dolcemente il corso, indurlo a narrare la mitica civiltà letteraria sbocciata lungo le sue floride rive turchesi. Vi è poi un altro Magris, dionisiaco, oscuro, notturno. Naufrago di un ordine perduto, costretto a lottare contro la perdita di senso del mondo e diabolicamente aguzzato dalla Medusa a «narrare fatti sgradevoli per lui stesso». È l’uomo di lettere trascinato dal gorgo della molteplicità, catturato nelle spire di un enorme punto interrogativo, boa sibilante e minaccioso che lentamente lo soffoca stringendo.
Alla Cieca, l’ultimo romanzo di Claudio Magris, è un incessante e travagliato vagare nel cupo mare della Storia, crudele e iraconda divinità desiderosa di elargire ai propri sudditi solamente maligni crepuscoli di tenebra anziché radiose albe di un benigno avvenire.
«È la Storia che è impazzita, non io» afferma la voce narrante del libro, quel Salvatore Cippico dalle molteplici vite, che ha visto negli anni e nei secoli troppi orrori per affrontare silenziosamente l’ultima reclusione, quella in un moderno centro di salute mentale.
Perseguitato da cento polizie e incarcerato in mille prigioni, il lucido e amaro internato avverte la falsità di ogni confine che s’illude di separare nettamente l’ordine dal disordine. Perché chi, come lui, è passato per l’orrore di Dachau, dove tutte le baracche «erano bene allineate, ognuna col suo numero», ha ormai imparato da tempo a scorgere il ghigno deforme capace di celarsi in ogni linda armonia.
Ma Dachau è solamente uno dei tanti porti d’orrore avvistato dall’occhio sano e scrutatore del naufrago Cippico. Newgate, Port Arthur e i Gulag di Stalin l’hanno avuto per ospite. E anche se talvolta il prigioniero non era veramente Salvatore, bensì l’avventuriero Jorgen Jorgensen, incoronatosi un tempo re dell’Islanda e poi vichingo esploratore della Terra di Van Diemen, forse il sovrapporsi delle due e più esistenze non rimanda a uno squilibrio mentale, bensì è arcano risultato di un orribile esperimento scientifico. Forse una clonazione capace di richiamare i morti in vita per far soffrire ancora una volta l’antica carne sepolta tra gli aridi ghiacci. Di aguzzini pronti a giocare con la vita e la morte dei condannati, dopotutto, sono stati pieni gli innumerevoli inferni carcerari del Novecento, visitati uno ad uno dal compagno Salvatore Cippico, intagliatore di polene. Somma delle esperienze più terribili, e spettro ricorrente nei suoi esulcerati ricordi, è il bagno penale di Goli Otok, la terribile Isola Calva dove Tito gettò i comunisti di Monfalcone. Quei “giovani e forti” che, dopo aver combattuto il nemico nazifascista, scelsero volontariamente di espatriare in Jugoslavia, accarezzando l’utopia socialista di fondare una patria finalmente libera e giusta.
Cippico, metafora delle tragedie umane del secolo passato, anziché concludere la propria martoriata esistenza in un lager nemico, dovette sperimentare la dannazione infame e grottesca di soffrire per mano amica. Scoprendo amaramente che la bandiera rossa, anziché splendido vello d’oro da sventolare orgogliosamente sull’albero maestro della propria vita, altro non era che un lurido straccio intriso di sangue e delitti, simbolo di un ideale calpestato e insanguinato dagli stessi compagni. E forse anche dallo stesso Cippico, novello Giasone, vittima sempre e carnefice talvolta.
Come ogni destino tragico, anche quello narrato in Alla Cieca non manca d’ironia, e fra le mille reali violenze subite da Cippico v’è anche posto per quella simulata di un filmaccio sui gladiatori, piccola gemma di comicità che tanto sarebbe piaciuta al Franz Kafka di Amerika.
Vi è una scena nel romanzo americano di Kafka, proprio la più comica, in cui il protagonista sfugge a gambe levate da un poliziotto desideroso di acciuffarlo. Anche i personaggi di Alla Cieca fuggono, e per tutto il libro, confondendo continuamente le carte sul tavolo per non venire acchiappati. Ma loro non fuggono da un innocuo gendarme, bensì dai tanti terribili carceri e manicomi di cui è piena la Storia umana. E non fuggono per sottrarsi a una pena giustamente assegnata, bensì per difendere il proprio desiderio di una vita libera e varia contro chi tenta d’incasellarli una volta per tutte in qualche «bel loculo». I protagonisti dell’ultimo romanzo di Magris scampano sia agli aguzzini che alle donne innamorate, questa volta però disertori «dal campo di battaglia dell’amore» solamente per salvarlo, quell’amore.
In questa eterna fuga non v’è da stupirsi che l’evaso giunga a perdere persino il proprio io, bruciandolo in tanti granelli e in tante storie grazie al fuoco un tempo rubato da Prometeo agli dei. La perdita di sé è la condizione per riuscire a evadere dall’ultimo manicomio e ottenere finalmente la libertà, in barba a tutti i secondini e a tutti i dottori di questo arcipelago carcerario.
Perché libero, benché distrutto e lacerato, nel profondo del suo animo Cippico conosce la risposta all’essenziale domanda: «chi sono, chi ero, chi siamo».
Ha scritto Claudio Magris, in uno dei suoi apollinei articoli sul Corriere della Sera, come non ci sia «niente di più falso della letteratura che ti dica per rassicurarti: il mondo è a posto». Il mondo dei Cippico, degli Jorgen e di tutti i mille prigionieri senza volto di un feroce secolo da poco concluso, ma le cui ferite sono tuttora ancora aperte, non è mai stato a posto.
Magris lo sa, lo narra, lo grida. Alla Cieca è un romanzo complesso, inquieto, sconcertante.
Non promette false rassicurazioni, ma regala vera, dionisiaca, letteratura.


