Andersen-Kierkeegard il piagnone e il parrucchiere
Nel bicentenario della nascita di Hans Christian Andersen, la rivalità satireggiata dalla stampa di Copenhagen con il concittadino Søren Kierkegaard
Pubblicato su La Stampa, 18 maggio 2005
Per mandare in bestia Tayyip Erdogan è bastato disegnarlo in forma di gatto. L’innocente vignetta satirica ha talmente inferocito il primo ministro turco, uso a definirsi «paladino della libertà d’espressione», da indurlo in questi giorni a perseguire in tribunale lo sventato caricaturista.
Se solo Erdogan sapesse quanti motti e sberleffi Hans Christian Andersen (1805 – 1875) dovette sopportare in vita, è probabile che placherebbe i bellicosi intenti censori.
Lo scrittore danese, di cui oggi ricorre il bicentenario della nascita, fu a lungo preso di mira dall’irriverente stampa di Copenhagen, come ricorda Jens Andersen (nessuna parentela con lo scrittore) nel suo documentatissimo Andersen, una biografia pubblicato in Danimarca nel 2003 e tuttora inedito in Italia. Celebri erano le caricature della rivista satirica I Corsari, in cui l’autore di fiabe immortali come La principessa sul pisello o Il brutto anatroccolo veniva ritratto come un frivolo damerino allampanato e dagli strani vezzi. Quelli ad esempio di passeggiare col bastone e sfoggiare compiaciuto capelli arricciati artificialmente dal parrucchiere. Spilungone e famoso com’era, Andersen del resto si prestava alla caricatura. Per via del naso pronunciato e degli occhietti c’era chi lo paragonava di volta in volta a un’aquila o a un maiale. A causa delle lunghe braccia, poi, taluni ne ravvedevano addirittura una certa somiglianza con un gorilla. Paragone che non dovette risultare particolarmente gradito allo scrittore, così egocentrico da sentirsi in dovere di regalare al mondo la sua prima autobiografia a soli ventisette anni.
Durante le frequenti pubbliche letture delle proprie fiabe, tuttavia, anche i critici più feroci e prevenuti, immancabilmente, si scoprivano conquistati dalla magia dei suoi avvincenti racconti e dalla consumata abilità nel recitarli. Lo stesso Edmund Gosse, la malalingua inglese capace di paragonarlo a un primate, trovandosi in città e assistendo incuriosito a una pubblica lettura del narratore, venne talmente sedotto dalla sua capacità oratoria da confessare poi di aver compreso che, non appena Andersen «parlò, anzi solamente sorrise, là si era mostrato il genio».
I Corsari persisteva invece nella sua salace critica contro l’illustre concittadino, incurante delle sue ipnotiche capacità affabulatorie e del suo estro creativo. Ma Andersen non era il solo ad essere preso di mira dall’impertinente rivista, che parimenti dileggiava anche un altro sventurato abitante di Copenhagen. Alla graffiante matita dei suoi vignettisti non sfuggiva infatti neppure il filosofo Søren Kierkegaard (1813 - 1855), ritratto sulle pagine del giornale come un gobbo smilzo e incappottato ed esposto così al pubblico ludibrio della città, tanto da diventarne lo zimbello da additare per strada.
Ma, anziché far fronte comune contro gli scherni, i due concittadini, mal sopportandosi, gareggiavano nello stuzzicarsi a vicenda. Dalle carte di uno ancora in vita (1838), il primo saggio pubblicato da Kierkegaard, contiene ad esempio una pungente critica al romanzo di Andersen Nient’altro che un suonatore ambulante, uscito l’anno prima. Lo scritto del filosofo era anche una risposta alla provocazione del novelliere che nella fiaba le Calosce della fortuna (1838) aveva maliziosamente inserito la comica figura di un esotico uccello dal naso arcuato, tutto tronfio delle proprie blaterazioni filosofiche. Un pappagallo che ai divertiti lettori di Copenhagen doveva tanto ricordare uno studioso di nome Søren.
E pensare che i due condividevano senza saperlo non pochi tratti del loro carattere. Entrambi erano dei solitari, curiosi osservatori dei propri simili, a disagio con le donne e particolarmente interessati all’importanza dell’età infantile nello sviluppo della personalità.
Ma, soprattutto, mentre uno scriveva fiabe l’altro di fiabe era un divoratore insaziabile. Solo che quelle di Andersen a Kierkegaard non piacevano molto. Già sfogliando Agnese e il marinaio (1834), l’esordio ufficiale di Andersen, un dramma peraltro assai poco apprezzato dagli stessi amici dello scrittore, Kierkegaard si era fatto beffe di uno dei personaggi, il fratellastro di Agnese, insopportabilmente «effemminato, lamentoso e piagnucoloso». Nella svenevole e ambigua coppia formata da Agnese e dal suo fratellastro il filosofo aveva subito ravvisato i molli tratti del loro creatore. Così, oltre a giudicare velenosamente il dramma nient’altro che un’opera miserevole, il giovane Kierkegaard, allora solo ventenne, affermò sprezzante di Andersen: «ci sono autori che come accattoni cercano di suscitare pietà, mettendo a nudo le proprie imperfezioni fisiche e deformità, aspirando a suscitare scalpore mentre mostrano il proprio cuore lacerato».
Non che il filosofo mancasse di scorgere nello scrittore il genio da lui indiscutibilmente posseduto, solo era tremendamente infastidito dalle pose «piagnone» e femminee di Andersen.
Una simile critica riecheggia anche nel saggio di Kierkegaard in cui a venir presa di mira è la spossata mollezza del Suonatore ambulante di Andersen. Il filosofo, facendo risalire la fiacchezza dell’opera all’ambiguità sessuale del suo creatore, arrivò a paragonare Andersen a una pianta ermafrodita nella quale «l’elemento maschile e quello femminile sono presenti l’uno accanto all’altro sullo stelo». Leggendo il libro di Kierkegaard, pubblicato per di più dallo stesso editore delle fiabe di Andersen, si può ben immaginare come questi si sentì profondamente scosso da una bordata di tale violenza.
La rivalità divenne aperta sfida. Negli anni seguenti i due si scambiarono ripetute offese, seguendo da lontano la carriera dell’avversario e leggendo di nascosto uno i libri dell’altro.
La vendetta di Andersen si compì qualche anno dopo con la messa in scena al Teatro Regio di Copenhagen di una commedia in cui appariva uno strambo parrucchiere hegeliano intento a chiacchierare confusamente di filosofia. Era un palese attacco a Kierkegaard, che si vedeva così pubblicamente deriso sul palcoscenico più nobile di tutta la Danimarca. Il filosofo non la prese bene, ma rinunciò a spedire la tagliente lettera che già aveva scritto in risposta all’offesa.
Forse anche per non aver raccolto la provocazione egli qualche tempo dopo si vide recapitare un volume di fiabe del rivale con un’elegante dedica che rimandava ad Aut-aut (1843), il capolavoro di Kierkegaard uscito da poco. Ci vollero sei anni perché il filosofo rispondesse al dono di Andersen inviandogli una copia del proprio libro. Nonostante il ritardo pluriannuale, lo scrittore si rallegrò molto dell’omaggio e replicò infine con uno scritto condito di ringraziamenti.
Il dissidio tra i due lumi di Copenhagen sembrava così ufficialmente risolto. In verità, Hans Christian Andersen, nonostante quanto scrisse in un’altra sua autobiografia, non riuscì mai a perdonare sino in fondo l’affronto subito e, anche dopo la morte di Søren Kierkegaard, non perse occasione per affidare ai suoi testi alcune frecciate dirette all’antico rivale.


