È ufficiale, sono un vecchio. Sì. Sono un vecchio perché comincio a pensare che era meglio quando si stava peggio. O quantomeno, quando eravamo più giovani. E non tanto perché eravamo più giovani, quanto perché i giovani di oggi sono sottoposti a insidie che noi nemmeno conoscevamo.
Non ho mai creduto, in realtà, all'adagio che i tempi passati fossero meglio di quelli presenti. È un lamento vecchio quanto la letteratura: già Esiodo, fra l'VIII e il VII secolo avanti Cristo, malediceva la "stirpe di ferro" cui gli era toccato appartenere, sospirando che sarebbe stato meglio morire prima o nascere poi. E la più celebre invettiva antica contro i giovani, quella in cui Socrate li accusa di «amare il lusso, avere cattive maniere e disprezzare l'autorità», è addirittura un falso: la confezionò un giovane studioso di Cambridge, Kenneth John Freeman, in un saggio uscito postumo nel 1907, riassumendo di suo pugno i brontolii dei greci. La citiamo da un secolo come autentica: evidentemente il rimpianto dei bei tempi andati ha così bisogno di conferme da doversele inventare.
Da ragazzo io sognavo di poter comunicare da computer a computer, via telefono, coi miei amici di un altro quartiere, inviando loro testi e canzoni. I ragazzi di oggi prendono Internet come un dato acquisito e hanno a disposizione finestre sul mondo dalle potenzialità esaltanti.
Il problema sorge dal fatto che a ogni libertà è sempre associato un pericolo e che un adolescente non sempre sa distinguere l'una dall'altro. Tra i fenomeni che più mi affascinano e inquietano vi è TikTok. Per me guardarlo è un guilty pleasure. Incredibile l'umanità che si mette in mostra su quell'applicazione. Con un semplice gesto del polpastrello si passa da signore attempate che ballano credendo di essere la nuova Shakira a scene di guerra in prima persona messe online da soldati in Ucraina; poi si capita nel discorso al caminetto di un neonazista della Turingia, per concludere con le ricette di cucina di casalinghe americane che hanno scoperto come fare il tiramisù bello bello.
Alle volte ci sono anche dei mashup davvero implausibili. Come le soldatesse israeliane che twerkano a favore di camera, o gli energumeni americani scamiciati che magnificano la loro dieta di carne cruda. Se la televisione pubblica italiana spesso indulge nel trash, tanto vale allora farsi risucchiare dal rullo di TikTok, che non finge nemmeno di fare una selezione. Davanti allo schermo tutto è il contrario di tutto: dalle suore alle Suicide Girls, dagli amanti del giardinaggio ai vegani combattenti. Guardare TikTok è come spiare il mondo. Anzi, è il mondo che ostenta la sua bizzarra presenza penetrando nel buco della tua serratura.
L'algoritmo di TikTok assuefa come una droga. È in grado di regalarti scariche di dopamina mentre stai sdraiato sul divano. Talvolta salta fuori perfino un video istruttivo, addirittura edificante. Nozioni storiche, inchieste giornalistiche, bei momenti di umanità e riflessioni di letteratura, così, "out of the blue", tra una corsa in moto e un tizio che sega un albero. Sono le perle del letamaio, le più ipocrite, perché ti danno una scusa per continuare a rimanere attaccato a quel social tossico senza provare sensi di colpa. E così i minuti passano veloci. Per l'osservatore che si ritiene abbastanza solido e ironico da ammirare quel calderone antropologico, il TikTok quotidiano è un veleno che si lascia assumere senza troppi problemi. Ma anche chi si crede al sicuro deve ammettere che ci vuole disciplina per staccarsi da quel diabolico mix di donne in abiti succinti, paesaggi favolosi a mo' di consigli per le vacanze, conferenze di saccenti esperti in criptovalute e manifestazioni aberranti di qualche cancro ideologico creduto la via per la salvezza.
Finché a perdere tempo dietro a questo freak show digitale è un cinquantenne, il problema è solo suo. Ma se penso che lo stesso strumento va in mano a dei ragazzi che si stanno aprendo al mondo, davvero non posso che rabbrividire. Perché, proprio per la sua natura di piacere solitario da consumarsi sull'asse del water, TikTok ha la potenza di un'arma di distrazione di massa.
Non è un'esagerazione, e c'è chi sostiene che non sia nemmeno un caso. In Cina TikTok non esiste: i cinesi tengono per sé un'app sorella, Douyin, stessa casa madre ma tutt'altre regole. Ai minori di quattordici anni Douyin impone la "modalità giovani": quaranta minuti al giorno, mai fra le dieci di sera e le sei del mattino, e un menu che privilegia esperimenti scientifici, musei e video educativi. «È come se riconoscessero che la tecnologia influenza lo sviluppo dei ragazzi: in casa propria confezionano la versione agli spinaci di TikTok, al resto del mondo spediscono quella all'oppio», ha commentato a 60 Minutes l'ex eticista di Google Tristan Harris. Non basta: dal 2022 un codice di condotta voluto da Pechino impone agli influencer che fanno divulgazione in diretta su materie delicate come medicina, finanza e diritto di possedere una qualifica professionale nella disciplina di cui vanno tiktokkando. Loro filtrano, noi scrolliamo.
Nonostante da adolescente abbia sempre guardato con fastidio gli adulti che criticavano la mia abitudine di giocare ai videogiochi, perché parlavano di qualcosa di cui non sapevano nulla, ora che è il mio turno di farmi dei pensieri davvero non so che pesci pigliare. Ma se immagino che mia figlia verrà sottoposta al flusso di umanità che a me capita di vedere, mi si gela il sangue nelle vene. Per fortuna lei non ha nemmeno quattro anni. C'è ancora tempo per trovare una soluzione. Quale?
Perché sulle conseguenze dell'avvento dei social sulla psiche si scrive ormai da anni. Tra i tanti libri sul tema, consiglio ad esempio The Chaos Machine di Max Fisher, reporter del New York Times, sugli algoritmi che amplificano il peggio di noi; e La generazione ansiosa dello psicologo Jonathan Haidt, che ha messo in fila i numeri dell'impennata di ansia, depressione e autolesionismo fra gli adolescenti e la collega allo smartphone infilatosi nelle loro tasche nei primi anni Dieci.
È sui rimedi, o sul contenimento dei danni, che brancoliamo ancora nel buio.
Vietare semplicemente tutto fino ai sedici anni, come fa l'Australia dal dicembre scorso (niente account su TikTok, Instagram, YouTube e compagnia) e come, con soglie e modalità diverse, si preparano a fare Danimarca e Francia, non sembra la soluzione vincente. Anche perché compierne sedici e un giorno significherebbe essere esposti all'improvviso a una cloaca senza preparazione alcuna. Ma non vietare lascia spazio all'assalto dell'algoritmo. Le quattro contromosse proposte da Haidt (niente smartphone prima dei quattordici anni, niente social prima dei sedici, scuole libere dai telefoni, più gioco libero nel mondo reale) sono sagge; presuppongono però ciò che ancora scarseggia: genitori coordinati e legislatori svegli.
Difficile una soluzione. Probabilmente il mio istinto libertario dovrà soccombere di fronte alla necessità di trovare una qualche tutela. Perché senza un regolatore ad arginare i flussi che i social riversano sugli adolescenti, il pericolo di esposizione rimane davvero troppo grosso. E, intanto, per mia figlia il cronometro ticchetta. Ancora qualche anno, e poi arriverà il momento in cui, se non si sarà trovata una risposta a livello statale, dovremo essere io e mia moglie a sporcarci le mani inventando restrizioni, filtri, percorsi obbligati, per compensare il fascino del telefonino a cui già ora, se fossimo degli scriteriati e non la controllassimo, potrebbe cedere.
L'altro giorno eravamo in salotto. Stava chiedendomi qualcosa, ma invece di urlarmelo come al solito, ha preso il telefonino giocattolo e mi ha parlato così. Cretino io che le ho fatto avere tra le mani l'equivalente mediatico della pistola da soldatino?
A farne le spese è stata soprattutto la generazione di quei ragazzi che, agli arresti domiciliari a causa del Covid, hanno trovato svago e libertà nelle finestre digitali. A quegli adolescenti va tutta la mia comprensione. Spero solo che siano gli ultimi a essere buttati nelle praterie digitali senza un minimo di armamenti. La speranza è che questa leva, segnata da un evento così impensabile fino al decennio scorso, oggi in parte già adulta e in parte alle soglie della maggiore età, riesca in qualche modo a sviluppare degli anticorpi. Per chi verrà dopo, tuttavia, è compito nostro trovare la quadra tra le splendide possibilità di connessione dei social e la melma in cui ti sanno risucchiare con tanta scaltrezza.
Nel frattempo, da bravo vecchio, continuerò ad accogliere il nemico dal buco della serratura. Per puro spirito di ricerca, s'intende…


