Arrovellamenti teutonici
Al Museo Nazionale Germanico di Norimberga una mostra si interroga su cosa significhi essere tedeschi
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 4 giugno 2006
«Cosa significa essere tedesco?». Da venerdì scorso il Museo Nazionale Germanico di Norimberga dedica al problema una mostra («Che cos’è tedesco?», fino al 3 ottobre, per informazioni: www.was-ist-deutsch.info). Autori, pensatori, paesaggi ma anche oggetti, tic e stranezze. Insomma, tutto quello che sa di Germania, sconfinando anche nel pop e senza naturalmente dimenticare la nostalgia per l’Italia. Da Goethe alle bagnanti di Rimini, tappa obbligata per ogni tedesco che si rispetti.
Perché in verità l’anima teutonica si arrovella da sempre sulla propria identità, sebbene talvolta appaia a chi non la conosce come un po’ troppo sicura di sé, quando invece al suo interno è scossa da un’insicurezza profonda. Tutti i grandi figli della Germania, così come le menti più ignobili da essa prodotte, hanno sempre avvertito il bisogno di dedicarsi all’interrogativo. Al contrario dei molti che in ogni tedesco scorgevano un barbaro belligerante, Thomas Mann coglieva nella virtù borghese della medietà «l’idea tedesca per eccellenza». Nietzsche, uno di quegli spiriti liberi che come Rilke avevano passato la maggior parte del proprio tempo a girovagare lontano dalla patria, era assai più pungente: «cosa penso dei tedeschi: vivono nel passato o nel futuro, non hanno un oggi». Forse aveva in mente quell’Hegel per cui la Germania e la sua lingua rappresentavano la nuova casa della cultura greca. Ma Daniel Paul Schreber, presidente impeccabile della Corte d’Appello di Dresda poi divenuto completamente pazzo, si spinse oltre. Nell’affascinante Memorie di un malato di nervi si dichiara certo di aver ascoltato la lingua di Dio: «un tedesco un po' arcaico ma pur sempre vigoroso». Non si può allora non dar ragione a Theodor Adorno, quando in un saggio incentrato proprio sulla capitale domanda dichiarava: «se si deve supporre qualcosa come specificatamente tedesco, allora esso è questo fondersi del grandioso, che non si rassegna ad alcuno dei limiti convenzionalmente posti, con il mostruoso». Ecco allora perché il grande storico Tacito, secoli e secoli prima commentava lapidario e con romano disprezzo: «Germani fingunt et credunt», ovvero i tedeschi prima si inventano le cose e poi finiscono per crederci veramente. In realtà tuttavia l’odiosa sicurezza della propria superiorità fisica e morale, con cui i nazisti si illusero di dare una risposta all’impegnativa domanda sulla loro natura, lungi dal placare i dubbi della coscienza tedesca, ha finito per renderla ancora più inquieta. Nei mesi passati per dare slancio a un Paese pessimista e brontolone una strabordante campagna mediatica ha riempito le pagine dei giornali e gli schermi televisivi gridando entusiasta ad ogni abitante della Repubblica Federale, qualsiasi fosse il colore della sua pelle: «tu sei la Germania!». Perché se allo straniero il Paese è apparso spesso come una terra misteriosa in cui risuona una lingua ostile, in verità la ricchezza di usi e costumi, la pluralità di opinioni e la varietà dei dialetti ogni volta soprendono il visitatore che ha deciso di spingersi all’interno dei suoi confini. Di questo la Repubblica Federale è consapevole. Ed è intenzionata, come una ragazzina stanca di essere presa soltanto per la secchiona d’Europa, a cogliere nell’appassionante rendez-vous planetario dei prossimi Mondiali di Calcio l’occasione per mettere una buona volta in mostra anche la propria bellezza, nella segreta speranza di poter finalmente sedurre e farsi amare, anziché solo e sempre di venire stimata.


