Bachmann-Henze, amore impossibile
La scrittrice era innamorata del musicista, ma lui era gay. Esce il carteggio tra i due intellettuali austriaci «italiani d'adozione»
Pubblicato su La Stampa, 8 novembre 2004
Come a Elfride Jelinek, Nobel 2004 per la letteratura, anche a Ingeborg Bachmann (1926 – 1973) l'Austria andava stretta. Ma, diversamente dalla conterranea, la Bachmann decise addirittura di lasciare il proprio Paese per abitare nel nostro.
Ci arrivò per stabilirsi a Ischia insieme al musicista Hans Werner Henze, cui rimase sempre legata da un profondo rapporto umano e artistico, testimoniato dal loro carteggio, Lettere di un'amicizia, pubblicato di recente dalla Piper Verlag di Monaco.
Poetessa e filosofa (nel '50 si laurea a Vienna con una tesi «contro Heidegger» dagli accesi toni neopositivisti), Ingeborg è costantemente impegnata nel confrontarsi con i limiti e le possibilità del linguaggio. E nella «più vasta lingua» della musica trova fervido impulso per la propria poesia. Anche il coetaneo Hans Werner Henze, conosciuto nel 1952 a una riunione del Gruppo '47, nel suo lavoro è alla continua ricerca del miglior connubio tra musica e parola.
I due sono fatti per incontrarsi.
Desiderosi entrambi di fuggire a Sud per immergersi nel calore del Mediterraneo, nel luglio del '53 Henze invita l'amica da poco conosciuta a raggiungerlo ad Ischia dove ha deciso di stabilirsi: «penso lei non immagini quanto possa essere meraviglioso qui».
Sull'isola sono vicini di casa, si frequentano assiduamente e stringono una profonda amicizia. Insieme frequentano numerosi artisti e letterati, tra cui il poeta inglese W.H. Auden, marito di Erika Mann, lo scrittore americano Truman Capote e il regista Luchino Visconti, molto ammirato dall'autore di Boulevard Solitude e con il quale Henze stesso collaborerà nel '57 all'opera Maratona di danza.
In seguito la Bachmann si sposta a Roma per lavorare come corrispondente estera alla radio di Brema, ma la distanza, anziché attenuarlo, intensifica l'affetto per l'amico, fino a diventare innamoramento e desiderio di un legame più stretto.
Ma è un desiderio destinato a non trovare compimento. Henze, infatti, è omosessuale: «spero» le scrive «tu non ti senta ferita da me, poiché da ubriaco ho raccontato a qualcuno che ci saremmo sposati. [...] per me non c'è né speranza né salvezza, devo sopportare la mia vita miserabile e solitaria fino alla fine e nel frattempo ti dovrebbe essere chiaro, che in questo modo il tuo onore è meno offeso che se mi avessi veramente sposato, così inservibile come sono».
Quello di Henze è un affetto fraterno, commisto a un sentimento di «venerazione e debito». Ingeborg capisce e gli resta vicina.
Quando i suoi impegni di lavoro la riportano a Nord, soffre: «mi fa male tutto il corpo, così mi arrabbio di non essere in Italia», scrive da Vienna nell'ottobre del '55. L'anno dopo i due affittano un appartamento in comune a Napoli, dove per un periodo vivono «un surrogato di matrimonio».
Purtroppo «i bei giorni a Napoli» ammetterà più tardi Ingeborg, «nonostante la mia e la tua buona volontà», saranno un fallimento.
Ma il rapporto tra i due intellettuali, capaci di scambiarsi lettere intense, come di indulgere in atteggiamenti «infantili e bambineschi», diventa col tempo essenziale alla loro creatività artistica. Insieme scrivono drammi radiofonici, si scambiano idee, collaborano alla creazione di opere liriche per le quali la Bachmann compone il libretto.
Il loro carteggio è percorso da nomi, figure e rimandi letterari. "Ondina", ad esempio, non solo è quella fanciulla eterea della tradizione romantica che attende di essere amata per diventare pienamente umana, ma anche il nome della nave che, secondo l'amico già in attesa sull'isola, porterà Ingeborg a Ischia: «tra ortaggi e taniche di benzina poco protette dai mozziconi di sigaretta e dalle fiamme, tra rude gente di mare e pirati selvaggi». Ma "Ondina" è anche un racconto della Bachmann, un'opera musicale di Henze e altro ancora.
Una seconda immagine ricorrente nelle lettere è quella dell'"isola", metafora del rischioso isolamento dell'artista dalla società, ripresa dai due amici nel radiodramma Le Cicale (1955).
Con il trascorrere degli anni la Bachmann e Henze si scambiano anche missive in italiano, a riprova della sempre maggiore confidenza con l'idioma della loro "patria adottiva".
E in italiano è l'ultima, malinconica lettera, di Ingeborg all'amico: «a Roma c'è così poco sentimento, io penso che ognuno ne abbia paura. È tutto molto falso».
Poco tempo dopo la donna muore tragicamente a causa di un incendio divampato nel proprio appartamento romano.
Alla versione ufficiale del fatale infortunio, Henze non crederà mai.


