Barone rosso, eroe infantile
Una nuova biografia di Manfred von Richthofen indaga l'uomo dietro il mito
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2008
Morì ancora in pigiama. Quel volo non glielo aveva ordinato nessuno, ma ormai dare la caccia ai piloti nemici era per Manfred un'ossessione. Ricoperto di pelli contro il gelo del cielo, decollò sulle Fiandre senza nemmeno indossare l'uniforme.
Cosa veramente accadde quel 21 aprile di novant'anni fa è rimasto un mistero, ma da quel giorno il Barone Rosso divenne leggenda. In vita fu l'eroe dei suoi commilitoni, dei superiori, del Kaiser Guglielmo e della Germania tutta. Abbattuto oltre le linee nemiche il suo funerale venne celebrato con solennità da quelle stesse armate inglesi che aveva fronteggiato per anni. Il nobile episodio cementò il mito romantico con cui il pilota tedesco entrò nella storia della Prima Guerra Mondiale. Ma chi era veramente Manfred von Richthofen (1892-1918) e cosa lo spinse verso imprese ritenute impossibili? L'ultimo lavoro dello storico tedesco Joachim Castan cerca di colmare un vuoto e indagare l'uomo al di là del mito (Der Rote Baron, [Il Barone Rosso], Klett-Cotta, Stoccarda 2007, pagg. 360, € 24,50).
Figlio di un nobile casato della Slesia, appena undicenne Manfred venne spedito dai genitori in una caserma prussiana. Il percorso militare stabilito per lui dal padre – un ufficiale dell'esercito in prepensione perché divenuto sordo – sembrò coronato quando il diciannovenne entrò nelle fila del prestigiosissimo reggimento di cavalleria degli Ulani.
Con lo scoppio della Grande Guerra all'unità di Richthofen vennero assegnati compiti di perlustrazione a cavallo nei pressi di Verdun. Ma l'ambizioso ragazzo capì che in quel modo non avrebbe ottenuto grandi riconoscimenti (la feroce battaglia di Verdun era ancora di là da venire). Il futuro della ricognizione era in aria e nel giugno del 1915, dopo uno sbrigativo corso di soli trenta giorni, Manfred divenne osservatore aereo sui biposti della neonata aeronautica tedesca. Il suo primo volo sembrò una comica: «il vento dell'elica mi disturbava mostruosamente. Capirsi con il pilota era impossibile. Tutto mi volava via. Tirai fuori un pezzo di carta e sparì. Il casco mi scivolava, la sciarpa scappava, la giacca non era sufficientemente abbottonata, insomma, una cosa miserabile». Ciononostante l'esperienza gli piacque e, dopo alcuni mesi trascorsi lanciando bombe a mano su navi ponti e sottomarini cominciò a prendere lezioni private di volo da un suo commilitone. A fine anno e dopo due bocciature superò finalmente l'esame e divenne pilota. Il battesimo del fuoco avvenne nel settembre del 1916, quando Richthofen conseguì la prima di un'interminabile serie di vittorie nei cieli – furono 80 in tutto – che in due anni lo trasformarono da sconosciuto ragazzino a eroe dell'Impero. In spregio a ogni cautela con il suo aereo rosso fiammante già da lontano provocava e intimoriva i piloti inglesi. Il celebre triplano Fokker con cui è entrato nell'immaginario collettivo lo ottenne tuttavia solo nelle ultime settimane di azione. Per i colori del suo variopinto squadrone, l'eleganza con cui conduceva le battaglie e l'estrema mobilità dei campi base la sua unità venne battezzata dai piloti inglesi “il circo volante di Richthofen”. Gloria e onori non impedirono tuttavia che il suo sguardo sulla Guerra si facesse col tempo sempre più disincantato. Quando Guglielmo II lo invitò a pranzo nel quartier generale intuì che il venerato sovrano era in realtà un vecchio scorbutico interessato più a parlare di sé che a conoscere il giovane asso dei cieli. Per la disillusione nei confronti delle istituzioni e con l'inasprirsi di una guerra ormai probabilmente persa accrebbe la ferocia, che infine divenne sadismo. Sebbene Richthofen eccezionalmente risparmiò la vita a qualche avversario, coltivando egli per primo il mito della propria cavalleria, in realtà l'ossessione di carbonizzare i nemici schiantandoli a terra in fiamme (la peggiore morte per un pilota) finì per divorarlo. La sua bravura e il suo coraggio non si discutono ma, come egli stesso ammise, «in guerra conta solo annientare il nemico».
Contrariamente a quanto vorrebbe la vulgata del bel pilota piacente – che prossimamente sarà riproposta sul grande schermo da una megaproduzione tedesca per la regia di Nikolai Müllerschön (www.redbaron-themovie.com) – pare che Manfred non abbia mai avuto una relazione, tantomeno una storia d'amore. Solo un'unica e divorante passione lo mosse per tutta la vita: quella della caccia. Nel tempo libero si rintanava nelle foreste del Nord Europa sparando alla selvaggina. In servizio faceva lo stesso, solamente la preda era diversa. Il Barone Rosso non amava volare, amava inseguire, colpire, uccidere. Perché? Secondo Castan alla base di tutto il mancato affetto in famiglia e l'infanzia rubata in caserma. Manfred nel suo cuore era rimasto il bambino desideroso di complimenti dal padre che gli aveva insegnato a cacciare. Ogni vittoria nel cielo, ogni targa d'aereo nemico sottratta e appesa nella cameretta del palazzo di famiglia era un'inconscia richiesta ai genitori – peraltro orgogliosi delle sue gesta – perché riconoscessero ancora una volta il suo talento.
«Ha compiuto il suo più alto dovere» fu il commento di Albrecht von Richthofen quando ricevette la notizia della morte del figlio.


