Capitalista di una vacca!
Il libro di Florian Werner sulla storia culturale della mucca, dall'antico Egitto a Shakespeare
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 31 maggio 2009
La mucca su marte? Chissà, a patto di portarci anche l’erba. Perché finora non vi è stata conquista dell’uomo senza una vacca al suo fianco. Cristoforo Colombo la volle con sé in America, poi gli spagnoli si appropriarono con il suo aiuto del Sudamerica e infine i sudditi dell’impero inglese colonizzarono il continente australiano pascendosi della pregiata e nutriente carne bovina. In effetti da quando all’uomo, circa diecimila anni fa, venne in mente di addomesticare la mucca, liberandosi così dall’obbligo di cercare ogni giorno il cibo cacciandolo, quest’animale è diventato a tal punto parte della nostra vita che, secondo l’economista Jeremy Rifkin «la cultura umana in un certo senso poggia sul dorso del toro e della mucca».
Cibo, saponi, pomate, pettini, tasti di pianoforte, cartilagine per la chirurgia estetica: della vacca non si butta via nulla, persino il suo sterco trova impiego come concime e con l’urina un tempo si produceva acido nitrico per le armi da fuoco. Un’antica canzone popolare tedesca racconta di un pastore e della sua vacca morta, ogni strofa menziona un impiego del bovino e di versi il testo ne ha centinaia. Sempre in Germania ora è uscito un libro dedicato alla storia culturale della vacca composto dallo scrittore e musicista Florian Werner (Die Kuh. Leben, Werk und Wirkung, [La mucca. Vita, opera e azione], Hanser, Monaco 2009, pagg. 240, € 19,90)
A causa dei suoi molteplici e redditizi impieghi secondo Werner la vacca è l’animale capitalista per eccellenza: “capitale” non a caso deriva dal latino “caput”, a indicare che nell’antichità il numero di capi di bestiame posseduti era chiaro sinonimo di ricchezza. Nell’inglese moderno invece l’espressione “cash cow” indica un prodotto che assicura proventi sicuri. Un tempo certe divinità greche dall’agire non limpido, come Mercurio, si compravano il silenzio degli uomini rifilando per “bustarella” una vacca. E poiché ogni capitale ben investito regala interessi, anche la mucca non è da meno, visto che in una vita partorisce mediamente sei-sette vitelli. D’altronde figliare è la condizione necessaria per fare latte, indubbiamente il prodotto più amato e conosciuto regalatoci dalla mucca. Il latte è buono e rende pacifici. Anche troppo, come lamenta la shakespeariana Lady Macbeth accusando suo marito di tentennare nei propositi regicidi perché la sua natura è «troppo piena del latte dell’umanità per saper scegliere la scorciatoia». Soprattutto il latte è bianco, simbolo di purezza. Quando accade il contrario, il mondo è scardinato nei suoi valori. È il caso dell’incipit di Fuga della Morte, la celebre poesia di Paul Celan su Auschwitz: «Negro latte dell’alba noi lo beviamo la sera». E nemmeno quando una mucca si trova a volare, la situazione è normale, come suggerisce Francis Ford Coppola nelle scene iniziali di Apocalypse Now, quando i marine si portano via in elicottero come bottino una vacca dopo aver brutalmente assalito un villaggio di pastori vietnamiti.
Ma il significato della vacca per l’uomo trascende il mero ambito materiale dell’esistenza. Se nella trasformazione dell’erba in latte il poeta barocco Barthold Heinrich Brockes arriva addirittura a scorgere una prova dell’esistenza divina, la simbologia mitica e religiosa legata alla mucca è antica quanto la civiltà umana. Per gli egizi il firmamento altro non era che il basso ventre di una grande vacca celeste, mentre per gli induisti a tutt’oggi questo animale è sacro. Eppure, a ben guardare, anche in ambito cristiano si può scorgere una simile simbologia. La vacca celeste egiziana partoriva il dio sole, era forte, ma al contempo umile, silenziosa, dotata di spirito d’abnegazione: qualità riscontrabili anche nell’iconografia della “Maria lactans”, la madre di Cristo raffigurata nell’atto di allattare amorevolmente suo figlio (un’immagine presente già nella cultura egizia, in cui è la divinità cornuta Iside ad allattare il figlio Horus).
Indubbiamente la mucca con il suo incedere posato e la mancanza di aneliti verso la novità è un evidente sinonimo di pace, se non addirittura di quietismo: Nietzsche la interpretava come un atteggiamento positivo, poiché riscontrava in esso il segreto di quella pace che all’uomo, sempre affannato verso la ricerca del nuovo, è del tutto negata. In realtà la flemma bovina non manca di ragioni assai pratiche: non potendo correre o difendersi, per la mucca starsene tranquilla e non dare nell’occhio, anche se dentro a sé trema di paura, è la migliore strategia di sopravvivenza contro i predatori. Ruminare per vivere meglio: quello che Sant’Agostino consiglia ai credenti, esortandoli a riflettere il più possibile sulla parola di Dio. Perché, proprio come la vacca, «il sapiente rumina, lo stolto no».


