Carissimo Walter dimentica Brecht
Walter Benjamin e il difficile rapporto con i maestri e colleghi del suo tempo
Pubblicato su La Stampa, 2 agosto 2005
«Sono qui tra due letterati con il mio balbettio e devo aspettarmi sempre che entrambi, pieni di raccapriccio per tutti i miei passi falsi, si mettano a educarmi».
Così Gretel Karplus (1902 – 1993) commisera scherzosamente se stessa, raccontando la propria “invidiabile” situazione. Perché la donna, oltre a essere moglie dell’erudito filosofo Theodor Adorno, conosciuto nel ’23 e sposato nel ’37, è anche amica intima dell’altrettanto dotto pensatore Walter Benjamin (1892 – 1940). Lo si scopre leggendo il loro carteggio, da poco uscito in Germania (Carteggio 1930-1940, Suhrkamp Verlag, Francoforte).
La giovane Gretel incontra Benjamin nella scintillante Berlino degli anni Venti. Lei è laureata in chimica e dirige una ditta di guanti in pelle. Lui è un intellettuale inquieto e coltissimo, amante del frammento e della citazione, che lascerà ai posteri un’opera, brillante, complessa e labirintica.
Tra i vari pensatori conosciuti in quegli anni da Gretel, come Ernst Bloch o Bertold Brecht, Walter Benjamin è quello con cui la donna stringe l’amiciza più profonda, coltivata indipendentemente dal rapporto con il marito Theodor.
Il loro carteggio prende avvio nel 1930, ma raggiunge la piena intensità durante il soggiorno parigino di Benjamin che, dopo la presa di potere di Hitler, emigra in Francia. Presto entrambi scelgono di scriversi usando degli pseudonimi. L’ebreo Benjamin si firma “Detlef Holz”, il nome a cui ricorre nella germania nazista per poter pubblicare i suoi lavori, mentre Gretel Karplus è “Felicitas”, dal personaggio di un’opera teatrale di Wilhelm Speyer, al quale l’amico aveva collaborato.
Per Benjamin la vita a Parigi è dura, fatta di studio, solitudine e una situazione finanziaria miserrima: «è triste che la biblioteca chiuda alle 6, abbandonandomi solo con me stesso per lunghe sere. Di persone ne incontro raramente». Talvolta gli manca persino la carta su cui scrivere, come avviene nel Febbraio del ’34 mentre lavora a I passages di Parigi, il geniale saggio con cui, descrivendo un città, analizza l’intera storia culturale del Diciannovesimo secolo. Per combattere la solitudine s’immerge spesso nella lettura di romanzi o frequenta il cinema. «Ho visto Pranzo alle otto con grande divertimento» scrive entusiasta a Gretel, mettendola invece in guardia dal Visionario, l’ultima fatica letteraria di Julien Green, «un’enorme delusione»
Gretel-Felicitas accoglie i suggerimenti culturali del confidente con interesse e partecipazione, cercando con parole d’affetto di spezzare la «pressoché totale solitudine» da cui Benjamin si sente circondato e rallegrandosi della loro amicizia, idealizzata con toni affettuosi e sentimentali. «Non mi è mai stato chiaro come oggi, cosa significhi darsi del “tu” nelle nostre lettere, una pudica tenerezza, un’amicizia messa alla prova, che è divenuta quasi un rifugio per la nostra vita» gli scrive partecipe nel luglio del ’34. Per poi confidargli qualche mese più tardi: «Detlef non c’è alcun uomo al quale io mi senta per lettera più vicino di te, da nessuna parte v’è più dolcezza di quella delle parole che tu mi fai anche solo intuire». Il loro è un rapporto del tutto platonico. Nondimeno Theodor Adorno è ignaro della reale intensità di questa corrispondenza privata. Confida infatti la donna: «al momento non so dove sia Teddie, forse è andato a far visita a Max [Horkheimer], forse verrà a trovarti, non sa nulla del nostro TU. [...] Ho fame della tua parola. [...] Bramo una tua risposta».
Benjamin non sembra condividere i furori romanticheggianti della donna, e risponde alla sua appassionata lettera raccontandole invece dei propri progetti letterari. Medita infatti di scrivere una serie di romanzi a quattro mani insieme al drammaturgo Berthold Brecht: «con Berthold discuto della teoria del romanzo criminale e forse da queste riflessioni seguirà un’iniziativa sperimentale».
Più volte, negli anni del soggiorno parigino, Benjamin si trasferisce infatti in Danimarca, ospite di Brecht. Tuttavia Gretel si dimostra molto poco entusiasta nei confronti dell’autore dell’Opera da tre soldi, verso cui nutre «grosse riserve», stigmatizzandone tra l’altro la «mancanza di chiarezza» e confessandogli che teme l’influsso di Brecht sull’amico come «un grosso pericolo». Per tutta risposta Benjamin suggerisce alla donna di non ventilare fanciullesche paure, perché «così la mia vita come il mio pensiero si muovono su posizioni estreme». Tanto più che il paesaggio danese lo rende operoso e gli permette di lavorare alacremente ai suoi Passages.
Ma Gretel non è così ingenua. Se esorta l’amico a tenersi a distanza da Brecht, è anche perché sa bene che Theodor e Max Horkheimer non vedono di buon occhio il drammaturgo e la sua satira antiborghese. Dopotutto, è proprio grazie all’aiuto economico dei due pensatori francofortesi che Benjamin riesce a guadagnare qualcosa scrivendo per la loro prestigiosa Rivista per la ricerca sociale. Sulle cui pagine, ad esempio, esce nel ’36 il celeberrimo saggio benjaminiamo su L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica.
Nel 1938, visto l’aggravarsi della situazione politica europea, Gretel e Theodor Adorno decidono di emigrare negli Stati Uniti.
Arrivati a New York, il pensiero di Felicitas è subito per l’amico rimasto in Francia. Comincia allora a esortarlo a imparare l’inglese e raggiungerli oltreoceano, in quella città dove si può respirare l’aria frizzante di un passato che in Germania è stato ormai spazzato via dalla barbarie. «Sì, qui è tutto ancora più concentrato che a Berlino, ci si sente così fortemente trasportati negli anni 25-32, che talvolta ne sono inquietata e ci si chiede, ma cosa sta succedendo?».
Nonostante le accorate parole di Gretel, per Benjamin le speranze di salvezza vanno sempre più affievolendosi. «Dobbiamo cercare di mettere il meglio di noi nelle lettere; poiché nulla fa presupporre che il momento del rivederci è vicino», le scrive nel 1940.
Dopo pochi mesi Benjamin abbandona Parigi, in fuga dalle truppe di occupazione tedesche, con un visto per gli Stati Uniti. Bloccato al confine con la Spagna, temendo di venire consegnato ai nazisti, si toglie la vita.


