Carsten Nicolai. Perfezionista dell'errore
Intervista all'artista e musicista tedesco tra installazioni, simmetrie e la ricerca dell'imperfezione
Pubblicato su Ventiquattro (Il Sole 24 Ore), aprile 2007
Suoni, luci, spazi, strutture matematiche. Sono i materiali impiegati dall’artista e musicista tedesco Carsten Nicolai per dare origine a raffinate opere improntate all’essenzialità e alla purezza formale. Opere frutto di un’intensa ricerca sulla percezione umana e sulle simmetrie ricorrenti in natura, in grado di catturarci, spiazzandoci, con il loro gioco rigoroso.
Carsten vive tra Berlino e Chemnitz, dove è nato nel 1965, quando la città si chiamava ancora Karl-Marx-Stadt e la Ddr godeva di ottima salute. Dopo aver lavorato come giardiniere, studia a Dresda architettura del paesaggio. Nel 1989 si laurea e il Muro crolla. Ottimo segno per un artista dedito a oltrepassare i confini.
Lo incontriamo nel suo studio berlinese, mentre è in partenza per Roma, dove soggiornerà alcuni mesi ospite dell’accademia tedesca di Villa Massimo. «La città eterna – commenta – come potrei non trovarvi ispirazione?». In attesa di conoscere gli effetti della sua permanenza in Italia, proviamo a districarci tra i contrasti netti – bianco e nero, pieno e vuoto, luce e ombra – delle sue opere. Nelle quali, seppure concepite “more geometrico”, si coglie sempre un particolare, un dettaglio che non pare quadrare, ma sembra far precipitare nel caos l’apparente impeccabilità compositoria. Cosa cerca Nicolai, l’ordine nel caos o il caos nell’ordine? «Cerco la polarità, l’intimo rapporto tra i due. Ciò che mi interessa è riconoscere l’errore in una forma geometrica perfetta. Nel momento in cui possiamo parlare di una piccola ma riconoscibile inesattezza, abbiamo a che fare con l’entrata in gioco di un processo creativo».
Con una sensibilità tipicamente tedesca, Carsten trova nella natura una delle maggiori fonti di ispirazione. Studia le proprietà del suono e della luce, si misura con i campi elettromagentici, prova a replicare concettualmente i processi che governano gli elementi naturali: «Considero la natura un grande mistero – osserva – che noi uomini non riusciamo ancora del tutto a comprendere». Di Certo Carsten non lesina mezzi nelle sue esplorazioni, attingendo a piene mani al panorama tecnologico del nostro tempo. Accanto a materiali come vetro e acqua, polistirolo, perspex e alluminio, compaiono così lampadine, nastri magnetici, amplificatori, cavi elettrici, fax, telefoni, modem. Direttamente o come sorgente di eventi acustici. Calmo, riflessivo e pacato, Nicolai nel suo poliedrico percorso che spazia tra pittura, video, suono, installazioni interattive, si è infatti cimentato anche con la musica. Una delle sue fonti d’ispirazione sono stati i Kraftwerk, il quartetto di Düsseldorf che dagli anni Settanta riflette sul rapporto tra uomo e macchina. «All’inizio le loro composizioni vennero accolte da molti come fredda musica per computer. Ora ci appaiono diverse, più melodiose».
Anche le sue opere possono oggi apparire “fredde”, ma Carsten spera che «tra vent’anni si riuscirà a cogliere la melodia che soggiace in esse». convincente. Ma intanto chi ascolta per la prima volta alva noto (lo pseudonimo con cui firma le proprie composizioni musicali) o le altre opere della raffinata casa discorgrafica raster-noton, da lui fondata con Olaf Bender, facilmente rimane spaesato, a meno di non essere già passato attraverso l’esperienza di Metal Machine Music, lo sconvolgente album di un irriconoscibile Lou Reed. Non a caso MMM è una delle opere-simbolo per Carsten, insieme a Music for a new Society di John Cale. Nelle arti visive è forse più tradizionalista: tra i più amati cita Andy Warhol, Joseph Beuys ed Egon Schiele. Magro e affilato com’è, non ci risulta difficile immaginarcelo in un ritratto del tormentato pittore austriaco. E tuttavia, gli chiediamo sorpresi, quale segreta relazione intercorra tra un dipinto di Schiele e snow noise, un’installazione di Carsten dedicata alla struttura simmetrica dei cristalli di neve: «Non è che Schiele mi dia un’ispirazione concreta. Ma le sue opere mi colpiscono molto. Contemplandolo mi sento chiamato in causa, la sua arte mi parla. Ne avverto l’intensità». Se un quadro di Schiele colpisce direttamente l’osservatore per la sua forza espressiva, per capire il minimalismo cerebrale dei lavori di Nicolai - lo incalziamo - bisogna fare i compiti a casa? «No di certo – assicura senza scomporsi –. Nella mia arte ci sono vari livelli. Non esigo alcunché dall’osservatore. Non cerco di trasmettergli messaggi particolari. Basta che le mie opere gli appaiano interessanti, e già il ghiaccio è rotto. Dipende da lui quanto vuole impegnarsi con esse. La più potente risorsa dell’arte è quella di non dover necessariamente spiegare le cose. Molti dei miei lavori possono essere osservati senza dover essere capiti».
Non è comunque possibile, trovandosi di fronte alle sue opere, mantenere quel distacco da visitatore compassato, abituato a frequentare le mostre d’arte senza essere disposto a mettersi in gioco. Nelle sue installazioni, esposte nei musei d’Europa, Stati Uniti e Giappone, Carsten cerca infatti la partecipazione dello spettatore più di quanto voglia dare a intendere. In visuelles feld, ad esempio, una telecamera ci attende al varco, rileva la nostra presenza e la impiega per modificare i segnali audiovisivi emessi dall’installazione, trasformandoci – volenti o nolenti – in attori che plasmano l’opera. Per fruire di empty garten bisogna addirittura caricarsi sulle spalle degli altoparlanti. «Coinvolgendo lo spettatore in maniera così accentuata, gli dimostro che in quel momento tutto è concentrato su di lui. E il fatto di parlare a un singolo anziché a un gruppo di osservatori è forse una nuova dimensione del lavoro artistico. In un momento in cui tutto è fatto per le masse – pensiamo alla pubblicità – quello che voglio mettere in atto con le mie opere è un processo diametralmente opposto». Ma allora, viene da chiedergli, visto che ci prendi di mira uno a uno, dobbiamo forse considerarci delle tue cavie? «Perché no? Quello che cerco è di raffinare la nostra percezione sensoriale, di cui siamo consapevoli solamente in minima parte. Sì, quello che mi interessa veramente è ampliare il nostro stato di coscienza».


