Celan: lettere e versi all'amore represso
Ileana Shmueli era l'amica d'infanzia ritrovata a Parigi e in Israele. A lei dedica un rapporto intenso, pudico e velatamente erotico. E le confessa «l'infernale vuoto» in cui vive, fra presagi di suicidio
Pubblicato su La Stampa, 21 maggio 2004
Buona parte del lascito di Paul Celan è tuttora inaccessibile. Solo nel 2020, infatti, l’archivio letterario tedesco di Marbach renderà liberamente consultabili le numerose lettere, i diari e gli appunti privati del poeta e traduttore lì custoditi.
Le attuali restrizioni rendono quindi ancora più importante il nuovo libro, edito dalla Suhrkamp di Francoforte, in cui è raccolto il carteggio integrale (salvo tre lettere conservate a Marbach) di Celan con l’amica Ilana Shmueli. La pubblicazione è un prezioso complemento del volume che la Shmueli stessa ha dedicato alla visita di Celan in Israele (uscito lo scorso anno in Italia e recensito per noi da Elena Loewenthal).
Celan nasce nel 1920 da genitori ebreo-ortodossi in una provincia orientale dell’ex-impero austroungarico, la Bucovina, divenuta rumena solo l’anno precedente. A Czernowitz, suo paese natale, cresce ascoltando il rumeno, l’ucraino, lo yiddisch e il tedesco, la lingua in cui egli poi deciderà di comporre quasi tutti i suoi versi. Ma anche la lingua delle soldatesche germaniche che, durante la seconda guerra mondiale, irrompono a Czernowitz, perseguitano la popolazione ebraica e, nel giugno del ’42, deportano i suoi genitori. Celan non li rivedrà mai più. Il dramma personale influisce profondamente nella lirica del poeta, permeata dal senso della solitudine, della memoria e del dolore. La tragedia dell’olocausto si riverbera nell’espressione linguistica: scarna, enigmatica, laconica. È quasi impossibile decifrare la poesia fortemente metaforica di Celan senza conoscere la sua vicenda biografica: «poesia e persona sono in lui una cosa sola», constata infatti lo scrittore Hermann Lenz. Ecco allora l’interesse per i suoi carteggi, tra cui uno dei più importanti è proprio quello con Ilana Shmueli, l’amica d’infanzia da lui rivista per caso a Parigi nel ’65 e poi incontrata nel ’69 durante il primo e unico viaggio in Israele. Composto da 130 lettere, di cui 57 del poeta, l’epistolario contiene anche 26 poesie, alcune nella loro prima stesura, donate da Celan all’amica e pubblicate postume nel 1976 all’interno della raccolta Dimora del Tempo. A questo si aggiunge un ricco apparato di note, un’appendice fotografica, articoli di giornale e una postfazione della Shmueli tratta dal suo precedente libro Dì che Gerusalemme è. La corrispondenza inizia nel giugno del 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni, quando Celan invia all’amica la poesia “Pensa”, in cui è ricordato l’antico suicidio sacrificale dei soldati ebrei di Masada per non cadere prigionieri dei legionari romani. Ilana risponde invitandolo in Israele e aprendo la via al viaggio del poeta di due anni più tardi. Nell’ottobre del ’69, infatti, Celan si reca a Gerusalemme, incontrando così l’amica e partecipando ad alcune conferenze letterarie. Sebbene la breve permanenza non sia priva di difficoltà – egli non padroneggia l’ebraico e la sua scelta di scrivere in tedesco suscita perplessità – ritornato in Francia e ripensando al tempo trascorso in Israele, scrive all’amica che la visita a Gerusalemme ha segnato «una svolta, una cesura nella mia vita». Se la città santa lo ha «risollevato e rafforzato», Parigi lo «deprime e svuota».
Intenso, pudico, ansioso e velatamente erotico, quello fra Celan e la Shmueli è un affetto prevalentemente epistolare, consapevole di trarre passione dalla lontananza e dall’impossibilità di concretizzare il rapporto in una quotidiana convivenza. Ilana è il personaggio femminile a cui teneramente Celan si rivolge in alcune poesie rievocanti il viaggio in Israele, come in “C’era” e “La calura”. Consapevole dell’intimità delle confidenze, il poeta è in imbarazzo nello scrivere a casa della Shmueli, sposata come lui. La donna, dopo aver cercato invano di vincere la diffidenza dell’amico, apre una casella postale per tranquillizzarlo. Nonostante questo, e per di più affranto per essersi trasferito in un nuovo appartamento «terribilmente rumoroso», Celan si angoscia al pensiero che alcune delle lettere siano finite in mano sbagliata, fino a che Ilana non provvede a rassicurlo. Ma sono tanti i motivi che affliggono la «sensibilità sismografica» dell’amico e a cui la Shmueli premurosamente cerca porre rimedio, non ultimi alcuni preoccupanti disturbi alla memoria.
Egli non commenta quasi mai le poesie che spedisce all’amica, tranne quando, in una lettera del 30 novembre 1969, si sofferma su “Io bevo vino”. Sono i versi in cui Celan ricorda gli ultimi momenti di semi-lucidità del poeta Hölderlin prima del collasso mentale, quasi a predizione del crollo che lui stesso avrà solo pochi mesi più tardi.
All’inizio del 1970 le condizioni psichiche di Celan si aggravano. Egli si sente immerso in un «infernale vuoto» e cerca di aggrapparsi al pensiero dell’amica. In certi volti parigini crede di rivedere l’odio per il suo popolo, quell’odio che ha distrutto la sua vita. Ritiene che una conferenza a Stoccarda in onore del bicentenario della nascita di Hölderlin sia passata sotto silenzio e sia stata «liquidata come incomprensibile». Confessa alla Shmueli di trovarsi immerso in una lotta continua, «una lotta ebraica».
L’ultima sua lettera è del 12 aprile. Forse Celan è già perfettamente consapevole del gesto che di lì a poco compirà. Conclude raccomandandosi all’amica: «Tu sai cosa sono le mie poesie – leggile, allora lo sentirò».
I presagi di morte, affioranti nelle liriche degli ultimi anni, diventano realtà: Paul Celan si toglie la vita gettandosi nella Senna il 20 aprile 1970. Lo stesso giorno della nascita di Hitler.


