Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 9 settembre 2007
Discreto, comodo, utile. Anzi, indispensabile. Perché senza di lui, nemmeno il satellitare saprebbe come salvarci dal caos. È il numero civico, quell’essenziale dettaglio sulla porta di casa che rende veramente completo il nostro indirizzo. Al giorno d’oggi non averlo sarebbe un po’ come cessare d’esistere. Lettere, documenti, pacchi, amici e scocciatori: privi di numero, che grattacapo trovarci. A onorare un tale sottovalutato dettaglio della nostra quotidianità ci pensa ora in Germania il giovane storico Anton Tantner pubblicando un volumetto a lui dedicato (Die Hausnummer, [Il numero civico], Jonas Verlag, Marburg 2007, pagg. 80, € 15).
Prima di questa pratica cifra il destinatario di una lettera era rintracciabile conoscendo il nome della casa in cui abitava: un metodo tuttavia non sempre agevole. Nella Vienna di fine Settecento ad esempio un postino doveva esser dotato di buona memoria per riuscire a scovare il giusto recapito di una missiva indirizzata all’«Aquila d’oro» perché di case intitolate al pennuto dorato ve n’erano almeno una trentina.
Quale sia stata la prima città a dotare le proprie vie di una chiara numerazione non si sa con certezza. Nel 1519 ad Augusta il patrizio edificio dei Fugger era decorato con numeri dai caratteri gotici. È dubbio tuttavia se questi servissero propriamente a identificare la casa. E le cifre presenti fin dal Quattrocento sulle abitazioni nei pressi del ponte di Notre Dame a Parigi? Stavano lì per via di un censimento patrimoniale, non per agevolarne l’individuazione. Proprio come i numeri sugli edifici a Trieste nel 1754: servivano per censire la popolazione.
Leggendo Le Mille e Una Notte si potrebbe anche pensare che il vero inventore dei numeri civici sia quel ladrone desideroso di mettere le mani sul tesoro di Ali Babà. In alcune versioni del racconto il capo dei furfanti per ricordarsi dove abita Alì conta le case lungo la via così da assegnare un numero riconoscibile alla dimora cercata. Ma in realtà questa versione della storia sembra risalga ai primi dell’Ottocento, quando ormai la numerazione cittadina era in corso. E tuttavia non è un caso se nella fiaba lo stratagemma della conta viene fatto risalire a un ladrone. Più che tornare utile agli abitanti, infatti, il numero civico viene introdotto nella prima metà del Settecento per agevolare fisco, militari e polizia a rintracciare con precisione il cittadino che ha o potrebbe avere dei conti in sospeso con l’erario, l’esercito o la giustizia. È il caso del Regno di Prussia, dove lo Stato se ne serve anche per facilitare l’acquartieramento delle truppe. Si capisce allora perché inizialmente il numero civico non sia stato accolto con grande entusiasmo, come poterono constatare di persona quei funzionari del re Giuseppe II d’Asburgo (1741-1790) arrivati in Ungheria per fare ordine e accolti dalla popolazione a suon di schioppettate. Contro di lui non brontolava solo il popolo: anche molti nobili infatti storcevano il naso trovando la propria magione marchiata come quella del volgo. Eppure la targa con le cifre era ben lungi dall’essere così egualitaria come lamentavano gli aristocratici, anzi, spesso veniva impiegata soprattutto per discriminare. È il caso delle abitazioni possedute dagli ebrei in Boemia a fine Settecento, che per legge dovevano portare cifre romane anziché arabe. Ancora un secolo dopo – racconta lo scrittore Ivo Andrić nel romanzo Il ponte sulla Drina – nelle province dell’impero austroungarico proprio non se ne voleva sapere di far numerare le case e, quindi, facilitare l’arrivo della cartolina precetto. Le targhe venivano capovolte, fissate in punti poco visibili oppure si imbiancava la facciata dell’edificio e “per sbaglio” veniva data una mano di calce anche al numero civico. Una trovata d’ingegno che forse sarebbe piaciuta a Walter Benjamin, convinto che la targhetta sulla casa fosse parte di «un’estesa rete di controllo» che «dai tempi della Rivoluzione Francese serra nelle proprie maglie in maniera sempre più salda la vita borghese». In effetti il famoso profumo 4711, ovvero l’Acqua di Colonia, deve il proprio nome commerciale al numero civico assegnato dalle truppe francesi alla casa del suo produttore. Francese è anche uno degli inventori del sistema di numerazione più famoso, quello in pari e dispari. Si tratta del giornalista Marin Kreenfelt che, tuttavia, non lo escogitò per il bene comune bensì per aiutare se stesso. Nel 1779 mentre si arrovellava per gestire al meglio il proprio indirizzario Martin ebbe l’idea di segnare furtivamente le case dei suoi concittadini in quel modo al fine di velocizzare il recapito del suo Almanach de Paris. Una pratica notturna e mal tollerata che lo rende simile ai graffitari moderni.
Ormai al giorno d’oggi sono veramente poche le città sprovviste di numero civico. A Tokyo e Seoul permangono tuttora alcuni quartieri privi di cifre. Ma sono importanti eccezioni, peraltro in via di estinzione. Di sicuro anche i loro abitanti non aspettano altro che trovarsi facendo click su Google Maps (http://maps.google.it/).


