«Che lagna, il Canetti!»
Il carteggio inedito tra Elias Canetti, la moglie Veza e il fratello Georges
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 26 agosto 2007
Per suo volere la corrispondenza di Elias Canetti (1905–1994) sarà liberamente consultabile solamente tra diciassette anni. Tuttavia un corposo assaggio delle lettere private è clamorosamente sfuggito alla censura perché rinvenuto dopo la morte dello scrittore. Si tratta del carteggio a tre fra lo stesso Elias, la prima moglie Veza Taubner-Calderon (1897-1963) e il fratello Georges Canetti (1911-1971). Il volume, pubblicato in Germania per i tipi della Hanser Verlag (Veza & Elias Canetti, Briefe an Georges, pagg. 420, € 25,90), si affianca egregiamente a Party sotto le bombe. Gli anni inglesi, l’ultimo tomo della biografia canettiana, invero assai scarno di notizie sulla vita privata della coppia durante l’esilio inglese. A dominare il carteggio per numero e intensità di missive è la donna che, nelle ironiche e appassionate lettere a suo cognato, svela con dovizia di particolari il complesso intreccio di rapporti affettivi e intellettuali tra lei e il marito. I due futuri coniugi si conoscono a Vienna nel 1924 durante una pubblica lettura di Karl Kraus, il caustico editore de La Fiaccola, definito da Elias addirittura «un Hitler degli intellettuali» per via delle notevoli capacità retoriche. Veza è una donna colta e una lettrice appassionata. Avrà invece meno fortuna come scrittrice: in vita i suoi romanzi non troveranno la via della pubblicazione.
Georges, il minore tra i fratelli Canetti, è un apprezzato medico di Parigi, città in cui risiedono anche la madre Mathilde e il fratello Nissim. Al tempo dell’incontro con Veza il giovane Elias risiede invece a Vienna, deciso a coltivare l’indipendenza dalla famiglia per inseguire la propria inclinazione artistica. Lo sposalizio avviene dieci anni dopo e coincide con il vero avvio del carteggio a tre. Appresa la notizia delle prossime nozze, Georges esprime al fratello un netto parere contrario: «stai per compiere una delle più grandi stupidate che hai mai fatto». Pur nel matrimonio Elias e Veza non intendono infatti rinunciare a condurre quell’esistenza bohème che fino ad allora li ha caratterizzati. In particolare Elias vuole continuare a dedicarsi alle sue varie frequentazioni femminili, tuttavia sempre informando Veza che si riserva il diritto di giudicare in merito alla passione di turno. È il caso di Anna Mahler, la figlia del grande compositore, per cui suo marito prende una cotta violenta. «Il Canetti è proprio un grande egoista lagnoso [...] Mi ama, ma ama Anna più di me. [...] Ma lei ama me più di Canetti, e quando mi vuole vedere deve pagare concedendomi un rendez-vous con Canetti, senza che lui venga a saperlo». I coniugi non vivono sempre sotto lo stesso tetto e anche quando emigreranno in Inghilterra per sfuggire ai nazisti, lo faranno separatamente. Elias è così pigro da far battere a macchina tutti i suoi scritti alla moglie. Veza se ne lamenta con Georges ma poi ubbidisce, nonostante sia invalida perché priva della mano sinistra.
Nel 1935 dopo una complessa gestazione esce finalmente Autodafé, il primo e più famoso romanzo di Canetti. Le copie scarseggiano e lo scrittore non le invia ai fratelli «nella segreta speranza che ne acquistiate qualcuna». Tra gli omaggiati vi è invece Thomas Mann, che apprezza, mentre Hermann Hesse scrive una recensione «offensivamente stupida, la peggiore capitatami sotto gli occhi». Per riscuotere l’agognato successo Canetti dovrà attendere sino al 1946, allorché verrà pubblicata la traduzione inglese del suo lavoro. Nel frattempo, il mancato riconoscimento delle proprie fatiche lo getta nella depressione più nera, tanto da fargli persino dimenticare come si chiama. «Allora con calma gli dico: vai nella mia libreria, prendi il tuo libro e leggi il tuo nome. Lo fa veramente e si scrive il nome. Poi ritorna normale» racconta la moglie al cognato. D’altro canto nemmeno Veza è un carattere troppo tranquillo: «mi muovo tra pazzia e suicidio». L’unica pace della donna sembra essere la corrispondenza con Georges, che ricopre di elogi e parole d’ammirazione. In una «lettera d’amore» scritta pochi giorni dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich confessa al cognato di sognarlo ogni notte. Il marito può tuttavia dormire sonni tranquilli: suo fratello è omosessuale.
È piuttosto l’avanzata nazista a preoccupare i coniugi ebrei, che per mettersi in salvo espatriano in Inghilterra, dove Elias giunge portandosi appresso un’amante. Veza indispettita commenta: «è uno scandalo e un pericolo». La rivale è Frieda Benedikt, una lettrice così devota a Elias da voler condividere con lui l’esilio. Quando tuttavia alla donna capiterà di prendere delle sbandate per altri uomini, suscitando la rabbia e gelosia di Elias, sarà sempre Veza ad agire da confidente e paciere tra il marito e l’amante. Una ragazza, la Benedikt, capace di parlare a Veza «in maniera tanto incantevole da riuscire a commuovermi al punto che sarei andata all’anagrafe per sposarla con Canetti, se non fosse che lui è già sposato». In realtà l’amore di Veza per suo marito è così forte da renderla disposta a fare qualsiasi cosa per lui: «l’assurdo e l’impossibile». Tranne, forse, accettare le qualità letterarie dell’amica-rivale.
Sia come sia, è sempre Veza quella che rimane al fianco di Elias Canetti per lenirlo da ogni inquietudine, proteggendolo con il suo amore. Come accade nell’agosto del 1945, allorché il futuro premio Nobel viene profondamente turbato dallo scoppio della bomba atomica: «era così avvilito da non voler più mangiare né continuare a vivere. [...] è stata una brutta crisi, ma gli ho salvato la vita». Per Elias Canetti Hiroshima e Nagasaki sono un violentissimo e sconvolgente “memento mori”. Come alternativa alla propria umana finitudine non vi è che l’affetto di Veza e il lavoro intellettuale. Sono gli anni in cui lo scrittore si affatica elaborando Massa e Potere, il monumentale saggio che lo impegnerà ancora per molto tempo. Solo nel 1959, quando finalmente l’opera sarà conclusa, Canetti sentirà di aver trovato la pace. «So di aver ottenuto con questo libro una specie di immortalità. Dovessi morire domani, non sarò vissuto inutilmente».


