Che vita da «Vichinchi»
Le lettere degli emigrati italiani in Germania a Radio Colonia negli anni '60-'80
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2009
«Dunque vorrei sapere come mai per il servizio militare il nostro governo si ricorda poi per farci stare bene all’ITALIA non si ricorda». Un pensiero sgrammaticato, ma in cui paiono riecheggiare i Malavoglia del Verga. E invece è Michele da Braunschweig a esprimerlo negli anni Sessanta. Uno dei milioni d’italiani che scelsero l’emigrazione in Germania per strappare qualcosa alla vita. In quegli anni per molti di loro il conforto maggiore venne dall’etere. Radio Colonia era la trasmissione in lingua italiana ascoltabile dalle frequenze della Westdeutscher Rundfunk (radio tedesco occidentale). A volerla fu la politica, soprattutto il governo italiano, per contrastare quella Radio Praga che dall’est trasmetteva propaganda comunista anche nella lingua di Dante.
Tra le rubriche riscosse particolare successo L’esperto risponde di Giacomo Maturi. Delle 50.000 lettere pervenute in redazione duecento sono raccolte in un’antologia dai toni commoventi. Perché se la stragrande maggioranza delle missive è scritta in un italiano sgrammaticato, i loro mittenti sono intraprendenti due volte: nell’aver deciso di emigrare e nell’aver superato l’ostacolo della scrittura. Per chi ignora il tedesco e dell’italiano conosce solo il dialetto la difficoltà di spedire una lettera inizia già dall’indirizzo. E così la “Funkhaus” (Casa della Radio) si trasforma in “Funcaos”, “Funkakusi” e persino “Funghi ausi”.
Un muratore lamenta la solitudine «dato che in questo piccolo paesello dove abito, altri Italiani non ve ne sono». Per gli operai invece il problema è quello opposto: quelle sporche «barrache fatte ditavole» dove vengono stipati prima che le ditte tedesche si decideranno a garantire loro pareti in muratura. E se qualcuno tenta la ricerca di un appartamento: «questi signori Vichinchi, non appena sentono che ci sono figli, gli sbattono la porta in faccia, come se uno fosse un cane. Oppure uno Zingaro». Ma insieme al risentimento contro il Paese ospitante non di rado vi è la severa consapevolezza dei propri difetti: «sul lavoro i Tedeschi ci ammirano e ci stimano, da una parte, e dall’altra hanno pienamente ragione perché noi dico noi italiani siamo molto scorretti maleducati ed anche un po’ prepotenti». Tra i “Gastarbeiter” il politically corret non è la preoccupazione maggiore, come nel caso di chi chiede alla radio «un buon conziglio» perché la vicina è una «Tedesca signora che dorme con un Turco cioè un mantenuto».
Radio Colonia presto si emancipa dalle finalità politiche, fornendo un aiuto concreto per i mille problemi che la quotidianità tedesca pone ai lavoratori italiani e alle loro mogli, talvolta lasciate per correre dietro a una straniera.
Leggi incomprensibili, burocrazia ostile (tedesca e italiana), malattie e tragedie familiari: Radio Colonia ha un orecchio per tutto. L’antica Patria talvolta è idealizzata, spesso avvertita lontana e disinteressata. I parlamentari italiani in visita all’estero? «Noi qui in questa zona non abbiamo mai visto nessuno, neanche un cantante!!» scrive Remo dalla Svevia. Non mancano nemmeno i grandi temi, come le discussioni sul divorzio o gli auspici di pace universale. In molti si accontenterebbero anche solo di essere trattati un po’ meglio, perché gli stranieri sono spesso «vittime dell’infelicità e costretti al bisogno». Valeva allora per gli italiani in Germania, vale oggi per quei disperati che calcano il nostro suolo.
Roberto Sala e Giovanna Massariello Merzagora, Radio Colonia. Emigrati italiani in Germania scrivono alla radio, UTET, pagg. 302, € 21.


