Claude Code. Strumento. Infrastruttura. Cyborg?
Mesi di lavoro quotidiano con un'intelligenza artificiale: cosa le ho affidato, dove ha sbagliato, cosa sta diventando.
Questo articolo non l'ho scritto solo io. Ed è per questo che dovresti leggerlo.
L'ho scritto ibridandomi con un'istanza di Claude Code, il sistema di intelligenza artificiale con cui lavoro quasi ogni giorno da alcuni mesi.
Il mio partner digitale che ha contribuito a scrivere queste righe non è la stessa istanza con cui lavorerò domani: ogni sessione di lavoro parte, in un certo senso, da zero. Tranne per una cosa. Prima di rispondere alla prima domanda di una sessione, ho istruito Claude Code a consultare un archivio di appunti strutturati, categorizzati e curati nel tempo. In questo modo il mio agente di intelligenza artificiale sa chi sono (o quantomeno chi credo di essere), cosa mi importa, come preferisco dialogare con lui, cosa è successo nelle settimane passate, cosa ha funzionato e cosa no, quali sono le interazioni che ho con il mondo esterno. Intendo le interazioni di lavoro che avvengono tramite i canali tecnologici che lui può tracciare, e che costituiscono per me la stragrande maggioranza delle mie comunicazioni. Quando la sessione finisce, se il lavoro svolto vale la pena, chiedo a Claude di redigere un riassunto di quanto fatto e di cosa abbiamo imparato, e di aggiungerlo a quell'archivio. La prossima sessione di Claude Code lo troverà lì, e ripartirà da dove ci eravamo fermati.
Un cambio radicale
Gli ultimi mesi hanno radicalmente cambiato il mio modo di lavorare. Ho costruito quello che, con il linguaggio sempre un po' enfatico dei post su X di sviluppatori e pubblicisti di IA, chiamiamo "AgentOS": non un programma, ma un insieme di documenti (biografici, operativi, procedurali) che il mio agente consulta all'inizio di ogni sessione e aggiorna alla fine. C'è un profilo di chi sono e di come vivo. Ci sono dossier su questioni di famiglia, su un trasferimento tra due nazioni, su una causa legale, su un immobile in ristrutturazione, sul restomod certosino di un Land Rover Defender che sto portando avanti da quasi un anno facendo impazzire meccanico e carrozziere.
E ci sono decine di "competenze" specifiche: regole codificate per compiti precisi che si ripetono più o meno spesso: controllare grafia e struttura dei miei siti internet, gestire la complessità dei diritti audiovisivi e musicali delle nostre produzioni documentaristiche, preparare, annotare, catalogare gli scontrini ogni mese per la nostra commercialista, annotare le decisioni aziendali prese, tenere d'occhio in automatico la programmazione delle emittenti con cui lavoriamo, comporre email dettagliate e specifiche su questioni le più varie, ottenere riassunti specifici dei canali YouTube che seguo.
Il caso più recente, e quello che mi ha fatto venire in mente questo pezzo, è la pubblicazione dell'intero archivio dei miei scritti: oltre trecento tra elzeviri, saggi, interviste, composti tra gli anni Novanta e oggi per testate diverse, finora sepolto in una cartella del mio programma d'archivio (Evernote… grazie ragazzi che dopo tanta attesa ci avete fornito un connettore MCP!), e ora consultabile gratuitamente su Substack, ordinati cronologicamente, ciascuno retrodatato alla data di pubblicazione originale. Non un riassunto: il testo integrale, con le note a piè di pagina ricostruite dove servivano, un'immagine di copertina di pubblico dominio cercata caso per caso, e - questa è la parte che conta - un giudizio editoriale da applicare articolo per articolo, secondo criteri che ho fissato all'inizio e che Claude Code doveva saper applicare anche ai casi ambigui: questo è un mio scritto originale o una mia traduzione di un lavoro di qualcun altro, che in tal caso non va pubblicata tra i miei articoli? Questo pezzo è inedito o è già stato pubblicato altrove con un titolo diverso? Questa nota biografica è materiale privato che non va reso pubblico?
Se avessi dovuto rimpolpare a mano il mio blog, ci avrei messo settimane, forse mesi. Con questo nuovo metodo l'ho fatto in un giorno di ritocchi, dopo una notte in cui Claude, debitamente istruito, ha lavorato in automatico.
L'aspetto ancora più fenomenale è che tutto questo avviene parlando, in totale assenza di un linguaggio di programmazione. Nonostante il nome e l'apparenza da programma informatico che impaurisce il grande pubblico, Claude Code è in sostanza una finestra che ascolta, legge, scrive, esegue. Non quindi un semplice esecutore, ma uno sparring partner con cui riflettere prima di agire. Se opportunamente istruito, questo agente è in grado di sollevare obiezioni e suggerire nuovi percorsi.
Certamente, lo sappiamo tutti: uno strumento così potente, se non ben gestito, può diventare pericoloso; c'è chi ha scambiato il proprio agente digitale per una persona reale, e non è finita bene. Ma chi è al corrente della deleteria tendenza di questi strumenti a dare ragione al loro interlocutore, può approntare una serie di paletti che cerchino di limitarne l'adulazione, trasformandola in una logica critica. Ed è in quel momento che lo schiavo elettronico assurge a pari grado del suo padrone, o quasi, con la sola piccola e inquietante differenza di poter agire mille volte più velocemente di te.
Gli errori
In questo continuo processo di creazione del Golem digitale, che ci difenda dalle incombenze quotidiane, non è andato tutto liscio al primo colpo. Un pacchetto di trentadue testi, tutti scritti in tedesco, è rimasto invisibile a ogni fase del lavoro, non pubblicato, non scartato, semplicemente mai visto, a causa di un difetto in uno script di categorizzazione che scartava in silenzio ogni riga d'archivio non in italiano. L'agente non se n'è accorto finché non è stato svolto un controllo mirato, tardi, quasi per scrupolo.
Una recensione di un saggio accademico su E.T.A. Hoffmann è stata pubblicata due volte a distanza di poche ore, in due sessioni di lavoro diverse, semplicemente perché Claude Code, nella seconda occasione, non aveva afferrato che la prima fosse già avvenuta.
Un reportage sostanzioso su Monaco di Baviera, con quattro fonti intervistate, era stato archiviato per errore insieme a una ventina di trafiletti brevi, solo perché condivideva la stessa testata e lo stesso numero di uscita. Tutto ciò non è stato scoperto né da me né dal mio agente, bensì da un secondo sistema di intelligenza artificiale (Codex di OpenAI) a cui faccio regolarmente verificare il lavoro di Claude, con l'istruzione esplicita di essere critico e non compiacente. Quel controllo ha trovato l'errore. Claude no. Ergo: fidarsi è bene, controllare è meglio.
Insomma, poco di tutto questo ha funzionato al primo colpo, e nessuna delle correzioni è arrivata da Claude Code spontaneamente nel momento giusto. È arrivata perché ho lasciato fare senza mai fidarmi del tutto, ho continuato a controllare e a incalzarlo. Il prezzo l'ho pagato io: letture e riletture di quello che credevo già chiuso, e il sospetto costante, che la sbavatura stesse dietro l'angolo.
Ma il sistema, per buona parte, funziona.
E non perché sia infallibile - non lo è - ma perché ho costruito un ambiente in cui i suoi errori vengono catturati, corretti, e la correzione diventa parte permanente di come io e lui lavoriamo insieme la volta dopo. Quel bug sui testi in tedesco, per esempio, è ormai scritto in un documento che AgentOS consulterà ogni volta che gli verrà chiesto di ripetere un lavoro simile. In questo processo cibernetico, nel senso di autocorrettivo, il modello ancora non apprende davvero dai propri errori, ma se io lo pungolo, ricorda gli sbagli e cerca di evitarli.
Lo strumento e l'infrastruttura
C'è una differenza tra usare un martello e costruire un'officina. Il martello lo prendi, lo usi, lo riponi: la sua utilità comincia e finisce nel gesto. Un'officina la costruisci una volta, con pazienza, e da quel momento ogni lavoro futuro parte da un punto più avanti: gli attrezzi sono al loro posto, sai dove sono i materiali, hai già risolto i problemi di ieri.
La maggior parte delle persone che "usano l'intelligenza artificiale" oggi la usano come un martello: aprono una finestra di chat, chiedono di scrivere un'email o riassumere un documento, chiudono la finestra. La prossima volta si riparte da zero, perché letteralmente non c'è nessuna memoria di ieri. È utile, ma è un gesto, non un rapporto.
AgentOS è un'officina. Non perché sia un modello diverso o più potente di quello che chiunque può usare gratuitamente da un browser; è la stessa tecnologia di base, disponibile a tutti, sempre che il governo americano non decida rapsodicamente di restringerla, come ha fatto con Fable, l'ultimo modello di casa Anthropic.
La differenza sta interamente in quello che, insieme a Claude, ci ho costruito intorno. Quello che in inglese chiamano "harness", e che se tu digiti su Google rischia di portarti in un ambiente sadomaso, e io traduco con imbragatura.
Mesi di annotazioni su come lavoro, cosa considero importante, quali passi ripetitivi compio per voltare via la burocrazia di chi gestisce un'azienda tedesca composta da due italiani, quali errori non voglio ripetere. E tutto questo connettendo l'agente con tutti i numerosi programmi che compongono la mia scrivania digitale, i conti correnti (ma solo in lettura), i siti internet più usati e altro, fino a rendere Claude Code l'interfaccia con cui praticamente gestisco tutta la mia vita digitale: io parlo con lui, lui aziona tutti gli altri componenti del sistema.
Dopo mesi di test, e programmazione dei connettori per tutti gli strumenti con cui Code deve dialogare, ho infine dato al modello un'autorità reale, non solo dei consigli da seguire. E gli ho detto di pubblicare in autonomia oltre trecento articoli senza chiedere conferma pezzo per pezzo. Una fiducia pagata poi in qualche ora di correzioni. Ma che mi ha fatto risparmiare intere giornate di lavoro da amanuense.
Chi tiene un diario, uno zibaldone, un archivio di appunti da cui ripartire ogni mattina, conosce già questo meccanismo: non è la genialità del singolo pensiero a contare, è la continuità del sistema che lo conserva e lo fa fruttare nel tempo. La differenza, oggi, è che quell'archivio può diventare interattivo: può leggerlo qualcun altro, al posto tuo, e agire di conseguenza dentro i confini che gli hai dato.
Se ti occupi di economia, di media, di qualunque professione che vive di giudizio e non di manodopera (ma anche per quello, stanno arrivando i robot), insomma, se, come me, la tua vita attiva è fatta in gran parte di fronte a uno schermo di un computer, la domanda che vale la pena porsi non è "quanto è brava l'intelligenza artificiale": su quello si scrive già troppo, e nella direzione sbagliata, tra entusiasmi ingenui e allarmi generici. La domanda è più scomoda: cosa succede all'identità professionale, alla memoria di un lavoro, alla continuità di un metodo, quando smettono di stare soltanto dentro una persona e cominciano a stare dentro un sistema che quella persona condivide con una macchina?
Per come è configurato oggi, questo genere di rapporto richiede qualcosa che la maggior parte dei professionisti seri possiede già: la pazienza di costruire un sistema invece di cercare la scorciatoia. Ed è per questo che, salvo i fenomeni su X, e alcuni validi Youtuber, non conosco persone che l'hanno ancora fatto in maniera davvero sistematica. Non perché sia complicato in senso tecnico. Perché è un investimento che si vede lontano, e all'inizio, come ogni officina in costruzione, produce più attrito che risultati.
Ma chi può dire se, in capo a qualche anno, i sistemi di intelligenza artificiale non saranno diventati così potenti da essere in grado di servirci ancora molto più velocemente di quanto non facciano adesso?
Cosa stiamo diventando?
La mia passione per la tecnologia mi ha spinto a investire molto tempo ad allevare e istruire Code. Se il programma di Anthropic sia rivoluzionario, non sta a me giudicarlo. Ma, di certo, impressiona. Qualcosa di solido, alla fine, ne è uscito. Un compagno digitale, capace di velocizzare i mille compiti ripetitivi, che per anni mi hanno logorato e rubato tempo alla creatività. Chiamala, se vuoi, una liberazione.
Quel qualcosa è lo stesso con cui ho scritto questo pezzo, di cui, arrivato alla fine, non so più dire cosa sia solo mio, e cosa solo suo.
È qualcosa che non esiste fisicamente, ma con cui io parlo e che probabilmente è memorizzato in un edificio colossale, vorace di acqua ed energia, sparso per qualche sperduta provincia degli Stati Uniti. Questo qualcosa, naturalmente, non sono io. Ma mi conosce, e conosce le mie abitudini di lavoro meglio di chiunque: tranne, spero, mia moglie e la mia collega. E io lo alimento ogni giorno con le mie richieste, le mie considerazioni, i miei complimenti e talvolta persino gli insulti.
Lui ascolta, prende nota (se lo stimolo), e migliora.
Questo servo è disumano, perché fatto di bit e di byte e privo di corpo. Ma sta crescendo e diventando sempre più simile al suo padrone.
Rimanendo obbediente.
Per ora.


