Con Alberto Cavallari alla scoperta del Danubio
Intervista a Claudio Magris, che ricorda l'amico e maestro Alberto Cavallari
Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, dicembre 2006
Più volte nei testi di Claudio Magris ricorre il nome del giornalista Alberto Cavallari (1927 – 1998), uno dei fondatori della rivista Epoca nel 1950, inviato speciale per il Corriere della Sera dal 1954 al 1969, poi direttore del Gazzettino di Venezia e corrispondente da Parigi per La Stampa. Chiamato nel 1981 a risollevare le sorti e la reputazione di un Corriere della Sera coinvolto nello scandalo P2, Cavallari ne assunse il comando fino al 1984, quando ritornò nell’amata Parigi e divenne collaboratore di Repubblica. In una pagina autobiografica, Alberto Cavallari si dice orgoglioso di un solo elogio critico, quello riservatogli da Claudio Magris in Danubio.
Nella sua città abbiamo intervistato lo scrittore triestino chiedendogli un ricordo dell’amico, maestro di vita e scrittura.
Professor Magris, nelle sue opere è ricorrente il tema del confine e del viaggio. Perché?
Per tante ragioni. Anzitutto perché sono nato a Trieste, città di confini. Ma soprattutto per un’esperienza compiuta nell’immediato dopoguerra. Ero ragazzino e il “confine” per me era vicinissimo, più vicino di quanto non lo sia un quartiere di Milano a un altro. E non era un confine qualsiasi, bensì la “cortina di ferro”, che spaccava il mondo in due. Dietro a questo confine cominciava un mondo inquietante, minaccioso, oscuro, un mondo dove Stalin simboleggiava l’ignoto per eccellenza. Però dietro a quello stesso confine si celava un mondo noto e familiare. Erano le terre che avevo conosciuto da bambino quando appartenevano all’Italia, prima di venire occupate e annesse alla Jugoslavia. Il confine è qualcosa che sta contemporaneamente da una parte e dall’altra, è l’identità di noto e ignoto. L’esperienza del confine è fondamentale per la letteratura. Sentire il confine significa avvertire di non trovarsi mai soltanto da una parte. Un sentimento poi riconfermato molti anni dopo dalla lettura di Verde Acqua di Marisa Madieri, dove l’autrice, senza alcuna preoccupazione di essere “politically correct”, narrando della sua esperienza di italiana perseguitata dagli slavi nel momento della vendetta scopre di avere radici in parte anche slave. Sono affascinato dai confini di ogni genere, quelli invisibili che percorrono una città, i confini linguistici, nazionali, religiosi, psicologici, i confini all’interno della stessa personalità. Scrivere è poi anche un continuo viaggiare, spostare i confini, addentrarsi in altri territori.
Un suo grande compagno di viaggio è stato il giornalista Alberto Cavallari. Questi l’ha aiutata, sono sue parole, «ad attraversare la vita». Quando e come lo conobbe?
Alberto lo leggevo prima di conoscerlo. Ricordo in particolare Vicino & Lontano, la sua ottima rubrica poi raccolta in volume. Ricordo la straordinaria intervista a Paolo VI, quella in cui vi è l’immagine fulminea del Papa che si guarda le mani sgomento della propria fragilità. Lo conobbi perché fu Cavallari a telefonarmi, credo nel ’76, perché gli era molto piaciuto un mio pezzo pubblicato sul Corriere dal titolo La vita assente. Ci incontrammo brevemente a Trieste e poi ci rivedemmo a Parigi. Più tardi ci sono stati gli anni straordinari della sua direzione al quotidiano di Via Solferino in cui gli sono stato molto vicino. Insieme abbiamo compiuto tanti viaggi, con i suoi figli, con Marisa. Di Cavallari mi aveva colpito la notevolissima cultura e la capacità da segugio di saper fiutare letteralmente la notizia, oltre all’ inflessibile rigore morale. Alberto aveva la eccezionale capacità di passare da una mutria terribile a un’incredibile capacità inventiva e giocosa. Eravamo personalità molto diverse, ma immediatamente c’è stato un “feeling”: certe amicizie sono come gli amori a prima vista. Gli sono grato per molte cose.
Quali?
Mi ha aiutato – per esempio – a vincere una certa timidezza nello scrivere testi diversi dai miei usuali saggi o articoli professionali. Ma soprattutto gli sono grato per avermi insegnato a osservare e descrivere il mondo. Cavallari un giorno mi disse: «adesso vai a Vienna. Giri per la città, per le strade e scrivi quello che hai visto. Non voglio niente di specifico». Quello, seguito dai molti viaggi danubiani compiuti in sua compagnia, è stato uno dei due momenti di nascita del mio Danubio.
E l’altro momento?
Quando al confine tra Austria e Slovacchia, un settembre, Marisa mi disse, vedendo scintillare il Danubio: «cosa succederebbe se andassimo avanti fino alla fine?». Dopo poco vedemmo una freccia indicare uno sconosciuto Museo del Danubio. Ci sentimmo improvvisamente parte del museo stesso. E parte del Danubio. Ma in quel momento non c’ era Alberto con noi.
Nell’introduzione al Robinson Crusoe di Daniel Defoe da lui tradotta Cavallari parla del «doppiogioco che il giornalismo può contenere». Cavallari era giornalista. Era anche doppiogiochista?
No, e questa è stata la sua grandezza morale e forse, sul piano pratico, un suo limite. In quella splendida prefazione al Robinson Crusoe egli mette in luce il carattere oggettivamente compromissorio in cui ogni azione – e ogni informazione - vengono a trovarsi nel momento in cui vengono compiute e comunicate. E parlare di questo è stato un gran merito intellettuale per una personalità non dialettica come la sua, poco incline al gioco delle parti e incline invece al giudizio morale netto, a suo modo assoluto, incline anche alla reazione istintiva. Cavallari era consapevole del carattere compromissorio dell’agire umano, ma questo non lo portava a deflettere dalla sua integerrima linea morale. Quando un partito di sinistra gli propose di candidarsi al Senato come indipendente rifiutò l’offerta perché non riteneva conciliabile il suo essere giornalista con l’ entrata in politica.
Aveva in mente la distinzione bobbiana tra politica e cultura, in cui se l’uomo di pensiero si mette a fare il politico giocoforza cessa di svolgere il ruolo di coscienza critica della sfera politica?
Esatto. Ma credo che abbia declinato l’offerta anche perché non era proprio tagliato per fare il politico.
Anche Montanelli, un altro grande giornalista, rifiutò il laticlavio offertogli da Cossiga, allora presidente della Repubblica. Ma nonostante la comune lontananza dalle sirene politiche, tra Montanelli e Cavallari (curiosamente scomparsi entrambi il 21 luglio) correva un abisso di antipatia. Come mai?
Mah, non lo so con esattezza. Di “fatti” non ce ne erano stati, o almeno io non li conosco, salvo la legittima concorrenza quando Cavallari era direttore del Corriere e Montanelli a capo de Il Giornale. Certamente il primo Montanelli vedeva in Cavallari il filo-comunista e penso che questi a sua volta vedesse in Montanelli il giornalista eccessivamente brillante e spiritoso. Penso tra i due ci fosse veramente un’antipatia di pelle. Dopotutto entrambe le personalità erano fatte per attirare simpatia e divisioni. Cavallari poteva risultare ostico, sebbene ci fossero persone che lo adoravano. Nelle sue ire era precipitoso, ma imparziale. Sarebbe stato capace di tirare un bicchiere d’acqua anche contro il Presidente della Repubblica, se questi lo avesse fatto arrabbiare. È comprensibile che una tale intransigenza, talvolta eccessiva e aggressivamente polemica, suscitasse antipatie.
Comunque tra i due non è mai venuta meno la comune stima professionale e morale. Erano uomini di grande cultura, entrambi venivano da quella generazione di cronisti, ormai quasi estinta, che si era fatta le ossa andando in giro in bicicletta a carpire notizie persino alle vecchiette ricoverate negli ospedali. Uno dei più bei gesti di Montanelli fu proprio ciò che disse in difesa di Cavallari, quando quest’ ultimo fu assurdamente calunniato di essere una spia (!): «ci detestavamo e ci salutavamo a stento. Ma se dovessi toccare con mano gli atti che lo accusano, dubiterei della mia mano».
Qual è stato, a suo avviso, il tratto più caratteristico del giornalismo di Cavallari?
La sua straordinaria capacità di saper cogliere il problema generale nell’elemento effimero e particolare, riflettendo per esempio di economia sulla base di una visita al mercato cittadino. Alberto piombava dall’alto e nello stesso tempo sapeva vedere le cose dal basso. Dietro ai suoi artigli da giornalista vi era comunque una preparazione culturale di altissimo livello. Cavallari era di una cultura straordinaria, i suoi appunti personali sarebbero da pubblicare.
Com'era il Corriere della Sera di Cavallari?
Alberto aveva un grande pregio che era anche un grande difetto. Voleva fare tutto lui, sapeva poco delegare. Era di una straordinaria moralità, dirittura e coraggio. Durante la tempestosa direzione al Corriere egli ha avuto l’ingenuità di credere che finita la battaglia tutti gli sarebbero stati grati per aver salvato la barca. Questo non avvenne e lui ne soffrì. Come giornalista era straordinario. Come direttore credo abbia avuto la fortuna di andare al comando durante un periodo di emergenza, in un momento in cui occorreva vivere con coraggio, bizzarria ed esagerazione. Un po’, fatte le debite proporzioni, come accadde a Churchill. Alberto Cavallari non aveva quelle doti curiali forse necessarie per sapersi talvolta fare guidare dal vento, anziché remarvi furiosamente contro. Ma per questo seppe resistere durante gli anni da trincea della direzione, sopportando i continui attacchi a cui era sottoposto: un vero bombardamento.
Quali le accuse?
Di tutto. Di essere alla mercé dei comunisti, di non essere fedele alla linea del Corriere. Di prendere troppi soldi, come se l’amministrazione del giornale non avesse stabilito lo stipendio previo contratto. Al contrario, Cavallari fu così ingenuo che proprio a causa di un “gerundio contrattuale”, una volta dimesso dalla direzione e «restando» al Corriere come giornalista non gli venne garantito lo stipendio precedente, come invece è uso corrente tra gli ex direttori di Via Solferino che rimangono al giornale. Poi ci fu il famoso processo intentatogli dal Partito Socialista per un articolo sulla corruzione in cui Alberto si dichiarava contro i ladri e a favore dei carabinieri, chiedendosi polemicamente come mai i socialisti lo criticavano: forse che sull’ordine pubblico erano di altro avviso? Cavallari perse in primo grado contro il Partito Socialista ma vinse contro l’onorevole Andò che lo aveva personalmente attaccato in un articolo.
Quando il rapporto professionale tra lei e Cavallari diventò amicizia profonda?
Era già amicizia quando egli assunse la direzione del Corriere. Ci sentivamo e vedevamo molto spesso, in quei frangenti spesso durissimi, con totale fiducia. Diventò amicizia profondissima immediatamente dopo e venne siglata da una comune visita al poeta Biagio Marin e da un bellissimo viaggio a Vienna. L’ amicizia è cresciuta nel tempo, è uno dei legami essenziali della mia vita. L’ amicizia con lui, con sua moglie Marisa, con Paolo e Andrea, i loro figli, amici dei miei.
Nel suo recente L’infinito Viaggiare, proprio rammentando quel viaggio in Austria, lei parla della capacità di Cavallari di «arpionare le cose», ovvero di cogliere la magia nella realtà più banale.
L’ espressione è di Bernardo Valli. Con Cavallari viaggiare era un gusto. Come accennavo prima, io ho veramente imparato a vedere e a descrivere le cose grazie ad Alberto, oltre che a un mio altro compagno di viaggi, Paolo Bozzi. Mi hanno insegnato a correggere l’impostazione deduttiva che avevo. Il Mito Absburgico è chiaramente deduttivo: parte da un’idea e si tuffa nella realtà, sfrondando con l’accetta, per usare un’iperbole, quello che non si conforma alla propria teoria. Da Bozzi ho imparato l’induttività, la capacità di comprendere la realtà partendo dalle qualità secondarie e terziarie dei fenomeni. Cavallari mi ha insegnato a vedere il particolare, interpretare i volti delle persone, seguire le piste. Come un occhio che ingrandisce la realtà per estrarne un dettaglio rivelatore del tutto.
Un esperto cronista dal volto «rapace e magnanimo». Questo il Cavallari da lei descritto in Danubio. Rapace perché arpionava le cose. E magnanimo perché?
Alberto era certamente aggressivo e litigioso. Pronto a combattere ma assolutamente generoso. Mai settario nei giudizi politici, ad esempio. Magnanimo nel modo in cui parlava anche di chi gli era avversario. Capace di capire la vita. Un’anima grande in cui c’è posto per tante cose, anche per quelle difformi. Era drastico, qualche volta troppo drastico nell’esigere autenticità dagli altri. Le sue ire erano funeste. Terribile nelle giornate di humour nero. Apocalittico, ma mai piccino. Duro, ma assolutamente franco e pronto a perdonare. Aveva tanti difettacci, ma nessun difettino. Aveva coraggio, decisione, e una straordinaria lealtà e soprattutto fedeltà. Specie nell’ amicizia.
Cavallari però sapeva anche essere di una «cattiveria satanica», come mi ha confidato suo figlio Paolo. Raccontandomi che un’estate in cui fu rimandato a settembre egli ottenne comunque il permesso di uscire la sera con gli amici, sempre che riuscisse a presentarsi vispo ogni mattina dal prete per la quotidiana ora di ripetizione, fissata alle 7 per volere del padre.
Sì, Alberto era duro e attento alla disciplina, innanzi tutto in famiglia. Ma in questa sua cattiveria mefistofelica c’è anche l’aspetto del “giocatore” che sta spietatamente alle regole del gioco anche duro. Negli ultimi tempi questo suo carattere “militare” si era smussato, diventando più “ebraico-cristiano”; lasciava trasparire con meno pudore la sua grande bontà e capacità di affetto. Eppure, anche fino alla fine, non era capace di frapporre un velo di retorica tra noi e il mondo, benché ciò talvolta sia necessario per vivere. Come Churchill che sotto i bombardamenti di Londra si mostra preoccupato sì, ma delle bertucce di Gibilterra che hanno l’influenza.
Paolo mi ha raccontato anche di splendide serate goliardiche quando suo padre e lei, dimessi i panni degli intellettuali seriosi vi abbandonavate a frizzi e lazzi come amiconi in gita scolastica.
Sì, ci raccontavamo tantissime storie esilaranti. Lui quelle dei suoi compagni di liceo o degli scherzi tirati ai colleghi durante i servizi, anche di guerra, in giro per il mondo. Io di quando al ginnasio inventai con i miei amici un’associazione pseudo-radical-comunista, solo perché il preside temeva che ce ne fosse una. Una cosa che letta oggi è una banale parodia del Sessantotto, ma allora era il 1956. L’ indimenticabile viaggio a Vienna - alcuni fra i più bei giorni della mia vita – è stato forse il clou di questi momenti di risate, di festa, di scherzi, di tempo goduto fraternamente a fondo con scioperata noncuranza.
Ricordo un giorno in cui Marisa e io siamo andati a Milano per un controllo piuttosto serio in ospedale. Telefonammo a Cavallai, direttore del Corriere, per salutarlo e lui ci invitò a pranzo, anticipando la riunione mattutina al giornale. Quando alla fine del pranzo vide Marisa un po’ rabbuiata per l’ attesa del verdetto imminente e capì il motivo della visita a Milano, volle assolutamente che andassimo tutti insieme all’ospedale. Ci recammo in macchina al centro tumori, prendemmo d’infilata una via dove non si poteva passare, entrando in velocità nel cortile dell’ospedale. Contrariamente alle sue disposizioni, la scorta armata – che in quegli anni violenti aveva l’ obbligo di seguirlo – ci aveva seguiti anche lì. Lui subito saltò fuori dalla macchina aprendo galantemente la porta a Marisa, sconcertando gli uomini armati che avevano anch’ essi aperto le loro porte e lasciando stupiti tutti i malati, i medici e gli infermieri presenti.Così, anche una un po’ angosciante visita medica si trasformò in un’ occasione di divertimento.
Di Cavallari erano celebri tanto la conversazione colta e piacevole…
Era un grande narratore. Era una delizia sentire i racconti sulle sue frequentazioni politiche e giornalistiche parigine. Si parlava della politica francese e di De Gaulle, di scrittura e di libri, di episodi drammatici o buffi, ma tutto questo era condito dal grande amore per il dettaglio, così da menzionare anche le birrerie, i bistrot parigini e le loro cameriere. Voli pindarici, invenzioni linguistiche e grande capacità di sintesi. Conversazioni irresistibili e grande interesse per tutto. Anche per questo è stato un notevolissimo scrittore, malinconico e sanguigno, incisivo, attento al reale e fantasioso.
…quanto le ire improvvise e temibili. In casa Cavallari nella foga dell’argomentazione talvolta volavano anche le sedie. Lei da una conversazione con Alberto uscì sempre e solo arricchito di sapere, o anche di bernoccoli?
No di bernoccoli mai. Con me aveva forse anche un certo riguardo. Ogni tanto, soprattutto negli ultimi tempi, se si toccava il tasto del Corriere, allora troncava direttamente la conversazione. Durante gli scoppi d’ira, era davvero capace di tirare un caffè contro il muro per la rabbia. S’intende, non durante una conversazione su Benedetto Croce e l’estetica. Ma se al Corriere un grafico ad esempio non componeva la pagina secondo le sue direttive, erano guai seri. Ad ogni modo, poi l’ira passava velocemente.
È un caso che l’unico romanzo di Cavallari racconti di un viaggio, anzi di una fuga, ovvero La Fuga di Tolstoj, in cui il grande e anziano scrittore fugge di casa per andare a morire?
Certamente no. Scrisse il racconto in un momento in cui si accentuava in lui un desiderio di fuga generale dal mondo. Come se l’unico rimedio all’inautenticità dei rapporti umani fosse l’andarsene. Da un lato trattava l’argomento in maniera vitale e picaresca, quasi morire fosse un semplice alzarsi dall’osteria e uscire dalla porta. Ma poi avvertiva nella sua pienezza il senso della morte: senza paura ma fortemente. La fuga di Tolstoj gli interessava molto perché in questo ultimo atto del grande scrittore Cavallari aveva saputo cogliere una piena autenticità. La morte di Tolstoj gli pareva una morte per eccellenza: catastrofica ma non ingannevole, schietta e senza darsela a intendere. Una morte senza rete. E credo corrispondesse a quel senso forte della morte che egli aveva, e che devo dire anch’io ogni tanto provo. La morte vista come autenticità, in quel momento forse desiderata anche verso se stesso.
È cambiato il suo modo di viaggiare senza Alberto Cavallari? È cambiato il suo modo di vivere?
Quegli occhi cui non sfuggiva nulla, nel viso grifagno, mi mancano. Nella vita mi manca uno di quei fondamentali amici che nei film western sbucano da un saloon quando sei alle prese con un bandito e ti danno una mano. Senza Alberto Cavallari mi sento certamente più scoperto. Mi tocca far da me.
Si ringrazia il prof. Paolo Cavallari per la disponibiltà prestata nella preparazione dell’intervista.


