Dal nostro inviato sotto le bombe
Un'antologia di testimoni stranieri racconta i bombardamenti alleati sulla Germania
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 13 luglio 2008
Secondo Winfried Sebald gli scrittori tedeschi hanno fallito nel raccontare la storia dei bombardamenti alleati. Per incapacità, imbarazzo o viltà la “letteratura delle macerie” prodotta dai suoi connazionali nel Secondo dopoguerra non si è dimostrata all'altezza della tragedia da cui ha preso spunto. Un giudizio che per Oliver Lubrich, docente di letteratura comparata a Berlino, non si applica a quei testimoni stranieri di cui ha pubblicato un'interessante antologia (Berichte aus der Abwurfzone, [Resoconti dalla zona di lancio], Eichborn Verlag, Francoforte, pagg. 475, € 30).
Oltre alle elaborazioni letterarie di autori come Vonnegut, Céline e Malaparte, forse i più convincenti a trattare narrativamente, anche se da punti di vista diversi, l'inferno dei bombardamenti, Lubrich ha raccolto numerosi reportage, racconti e diari di quegli spettatori ravvicinati della disfatta del Terzo Reich che spesso si sono trovati nello spiacevole dilemma di augurarsi, come accade al radiocronista americano William Shirer, che le bombe alleate cadano copiose sui loro obiettivi, ma «senza centrarmi». Questi è testimone il 26 agosto 1940 del primo grande bombardamento su Berlino, e di come la stampa di regime dedichi allo scioccante avvenimento solamente sei righe. «I berlinesi sono senza parole.» commenta nel diario «All'inizio della guerra Göring aveva assicurato che una cosa del genere era da escludersi». Negli anni i bombardamenti s'infittiscono. Ma per la principessa russa Marie Vassiltchikov – giovane frequentatrice di mondanità, poi coinvolta nell'attentato contro Hitler – non tutto il male viene per nuocere: «dopo una colazione frettolosa con Tatiana sono andata in ufficio; mi sono preoccupata perché ho allungato di tre giorni le ferie. Ma di questi tempi con i continui bombardamenti delle ferrovie ce lo si può anche permettere». Un giorno si trova nel prestigioso Hotel Adlon di Berlino quando scoppia un bombardamento. È l'occasione per vedere il dirigente Herbert von Karajan, «che solitamente è sempre un figurino» aggirarsi per i corridoi arruffato, in impermeabile e a piedi nudi.
Nei primi anni di guerra la propaganda nazista si sforza di nascondere i danni alle costruzioni, spacciando i palazzi centrati come edifici da ristrutturare; poi, quando è impossibile celare i fatti, Goebbles cambia strategia e tuona contro la barbarie degli alleati. Lo scrittore finlandese Arvi Kivimaa, simpatizzante nazista, interpreta a modo suo la distruzione di Weimar: «solo qualche anno fa in onore della memoria di Goethe spedivano dalla terra di Shakespeare corone d'alloro, non bombe dirompenti».
Per il giornalista svedese Arvid Fredborg un effetto collaterale dei raid aerei è la costante tensione fisica e psichica della popolazione, dovuta alla perdita di sonno. Si fa una ragione delle ore trascorse in un bunker osservando i propri vicini: «nel rifugio antiaereo ci si accorge di quanto poco si conoscano tra loro gli abitanti di una casa. […] Regna un'atmosfera tesa ma non spiacevole». Di ben altro umore è l'ebrea olandese Mirjam Bolle, deportata nel campo di concentramento di Bergen-Belsen e che tuttavia riuscirà a salvarsi insieme coi propri diari: «Allarme aereo! Non riesco a spiegarti com'è stato terribile. Nel buio più totale con le donne che litigavano perché hanno perso i nervi. Un poliziotto si precipitò dentro come una furia gridando che non dovevamo accendere nessuna candela, perché tanto in un attacco ci saremmo spente come lei».
Per comprendere meglio la psicologia dei piloti Edward Murrow – il conduttore della CBS ritratto alcuni anni fa nel film Good Night, and Good Luck diretto da George Clooney – partecipa nel 1943 a un volo sulla capitale del Reich. Può così assistere dall'alto alla distruzione della città e ammirare la sobrietà priva di esaltazione bellica con cui gli aviatori inglesi compiono il loro terribile dovere: «Berlino è stata una specie di inferno orchestrato, una sinfonia di luci e fiamme. Non un bel modo per condurre una guerra – gli uomini che se ne occupano considerano tutto ciò come un lavoro».
Negli ultimi anni del conflitto la città giace talmente in macerie che orientarsi è un'impresa. Berlino è percorribile al meglio a piedi, ma senza una mappa è sconsigliabile anche solo mettersi in cammino. Il norvegese Theo Findhal passeggia invece nel quartiere del Tiergarten come un flâneur, compiacendosi della distruzione con una sonora risata, giusto commento per le brame di dominio mondiale di Hitler e seguaci.
Ma oltre a distrurre e bloccare l'armata nazista, quale effetto hanno avuto le bombe sulla popolazione tedesca? Se lo chiede a guerra conclusa Martha Gellhorn, avventurosa reporter e fresca di divorzio da Hemingway, visitando la Germania distrutta e lamentando che tutti gli innumerevoli ordigni gettati non sono riusciti a innescare negli sconfitti una riflessione sulle loro colpe. «Non abbiamo fatto niente di male. Non siamo mai stati nazisti!...suonerebbe meglio con un sottofondo musicale. Così i tedeschi questo ritornello potrebbero cantarlo». Di lì a qualche mese, tuttavia, il filosofo Karl Jaspers sarebbe salito in cattedra ad Heidelberg, in quella stessa università da cui i nazisti lo avevano cacciato, per pronunciare il suo celebre discorso sulla tremenda colpa dei suoi connazionali.


