Dice messa la pretessa
Donne pastore in Germania e il dibattito sul sacerdozio femminile, tra Chiesa evangelica e cattolica
Pubblicato su IL – Il Sole 24 Ore, luglio/agosto 2010
La pillola? Un dono di Dio. Parola di parroca. Questo il messaggio con cui Margot Käßmann ha partecipato lo scorso maggio alla Giornata ecumenica delle Chiese, il più grande incontro europeo di appartenenti a una confessione cristiana. A giudicare dagli applausi con cui la Käßmann è stata accolta dal pubblico riunitosi a Monaco, la sua penitenza ormai è conclusa. Perché Margot, salita lo scorso ottobre alla presidenza del consiglio della Chiesa evangelica tedesca, ha rinunciato alla carica solo qualche mese dopo, quando la polizia l’ha pizzicata ubriaca al volante. Un’occasione sprecata per lei e per tutta la femminilità cristiana? Mai prima d’ora, infatti, una carica evangelica di tale importanza era stata ricoperta da una donna.
«Certo, la signora Käßmann ha commesso un grosso sbaglio, però lo ha subito ammesso e, anzi, decidendo di lasciare l’incarico, ha dato un esempio a tutti di come si affronta con dignità una sventura», è il commento della collega Susanne Breit-Keßler, primo vescovo donna della Chiesa evangelica in Baviera, la terra cattolica e conservatrice di Benedetto XVI. «Nessuno qui ha mai criticato la mia posizione», afferma Susanne, «anzi ovunque vada vengo accolta con calore, anche nelle visite alle comunità sorelle della Chiesa cattolica, dove molti fedeli mi confidano che vorrebbero tanto vedere all’interno della loro gerarchia ecclesiale delle posizioni di rilievo occupate non solo da maschi».
Ma tra i fedeli tedeschi che si augurano un’apertura maggiore del Vaticano alle donne non c’è solo chi si limita a sperare. «Io ho scelto di essere una teologa cattolica proprio per cambiare dall’interno questo stato di cose», afferma Jutta Koslowski, docente di teologia ecumenica all’Università di Münster. «Nella mia confessione le donne sono sottorappresentate, e anche per questo la Chiesa cattolica è in crisi. Quando sedevo sui banchi dell’università ho avuto come professori solo uomini anziani, spesso preti non sposati e senza figli. Ma come fanno persone senza esperienza di vita famigliare a poter occuparsi dei problemi che interessano a fondo la società?». Jutta è convita: la Chiesa ha sempre più bisogno di donne. «Dio ha creato il 50% della specie umana di genere femminile. Com’è allora che noi siamo pressoché escluse da posizioni di rilievo all’interno del clero?». Forse perché, provo a suggerire a Jutta, l’autorevole parola di Papa Ratzinger si esprime altrimenti in merito ai ruoli maschili e femminili, tanto nella società, quanto nella gerarchia ecclesiale. «Guardi che la curia romana rappresenta solo una minima parte della Chiesa, che è composta dal vastissimo popolo dei suoi fedeli», risponde la Koslowski con nordica franchezza, «e mi creda, molti di loro pensano che l’assenza di donne prete, di donne vescovo e in generale di donne che dicono quel che pensano, sia un vero scandalo. A ben vedere quella del Papa è una posizione di minoranza».
Forse Jutta ha ragione, ma si tratta di una minoranza che detta legge. «Questo è vero, però guardi che l’assenza di donne parroche non è un dogma di fede, ma solo una prassi. E le donne hanno proprio questa missione: cambiare una tradizione che non le rappresenta. È accaduto con la Chiesa evangelica, un giorno accadrà anche con quella di Roma».
Fino ad allora rimarranno solo i protestanti ad ammettere senza remore donne sacerdoti e magari anche sposate. È il caso di Christine Beutler-Lotz, parroca nella regione tedesca dell’Assia, che ai fornelli spesso lascia il marito – anch’egli pastore – per dedicarsi a una cura delle anime tutta speciale: quella dei possessori di carrozzoni e baracconi da fiera. «Un’attività, la mia, del tutto intergenerazionale, perché mi fa entrare in contatto con persone di ogni età. Visitando fiere e ai lunapark mi prendo cura di vecchi, giovani e bambini. Pensi che la mia pecorella più anziana ha 96 anni».
Christine frequenta il mondo delle fiere dal 1981. «All’inizio non è stato facile conquistarsi la fiducia di questa gente. Ero una donna, anzi una ragazza, avevo 22 anni, ancora non ero pastora. Ci sono voluti 5 o 6 anni per convincerli che facevo sul serio, che ero interessata davvero ai loro problemi. Soprattutto, ho dovuto tenere celato il fatto che anch’io fossi dell’ambiente, perché provenivo da una famiglia che gestiva un’attrazione fieristica. Se la mia scelta di dedicarmi alla cura delle anime, anziché di proseguire l’attività itinerante dei miei genitori, fosse stata resa nota, mi sarei screditata ai loro occhi perché dedicandomi alla cura pastorale ho interrotto un’attività tradizionale di famiglia».
Il pulpito di Christine non si trova in un edificio di culto, ma davanti alle giostre e alle macchinette di popcorn. «Ma è sbagliato credere che il mondo roboante delle fiere sia lontano dai valori dell’anima, anzi! Poiché la mia comunità è composta da persone sempre in viaggio, senza fissa dimora, nella loro vita la religione ha un ruolo fondamentale. Sapere che esiste non solo un Dio stanziale, ma anche un Dio che viaggia, che è in movimento con loro, è essenziale. Quanto più si vive sulla strada, tanto più è necessario sentirsi accompagnati dal Signore». Nonostante le iniziali diffidenze, racconta la pastora Beutler-Lotz, il fatto di essere donna l’ha aiutata molto nel rapportarsi alla comunità dei suoi fedeli su strada. «Da una parte l’assegnazione dei ruoli all’interno delle famiglie che gestiscono attrazioni è molto conservatore, dall’altra quello dei carrozzoni è un mondo soprattutto al femmine, perché popolato di donne forti che, oltre a gestire la “casa”, sono anche donne imprenditrici. Certo, gli uomini guidano e montano palchi e strutture, ma sono le donne quelle a cui spetta la maggior parte del lavoro: dalla cura dell’abitacolo, alla pulizia, alla vendita dei biglietti: loro faticano davvero come un cavallo».
Eppure non è tanto il lavorare come o più degli uomini, bensì lo svolgere i propri compiti in maniera diversa da loro che può costituire un asso nella manica del genere femminile. «Perché le donne sono più sensibili, capiscono prima se qualcuno sta male, leggono più facilmente nei sentimenti dell’animo umano», afferma Susanne Breit-Keßler. «Nel mio lavoro di vescova mi sono accorta che noi donne abbiamo una competenza sociale forse maggiore dei colleghi maschi».
Di questo passo non stupisce che ci sia chi rifletta sulla possibilità di avere persino una donna seduta sullo scranno pontificio. «Perché no?», ribatte Jutta Koslowski, «come cattolica non avrei alcun problema a dover ubbidire a una Papessa. Penso tuttavia che il tempo in cui ciò possa accadere sia ancora lontano, soprattutto perché prima che si verifichi un tale evento bisognerà attendere una riunificazione delle varie confessioni cristiane».
Ma anche se ciò avvenisse, conclude Jutta riflessiva, forse doversi trovare a decidere tra un uomo e una donna non è la soluzione ottimale per la Chiesa del futuro. «Chissà, negli anni a venire potrebbe accadere che alla guida della cristianità non ci sia un solo individuo, bensì un team ecumenico di uomini e donne, un organismo collegiale dotato di potere decisionali, finalmente capace di oltrepassare ogni divisione di sesso e di confessione».
Regina Hallmann
Dopo aver studiato teologia a Monaco, Marburgo e Gottinga, Regina Hallmann ha lavorato sei anni per la Chiesa evangelica tedesca, frequentando fiere e sagre paesane del Nord della Germania per portare il messaggio evangelico nella comunità dei gestori di attrazioni circensi. La crisi economica mondiale ha costretto il suo datore di lavoro a interrompere il servizio di Regina, ora portato avanti solo da pochi altri religiosi, tra cui la pastora Christine Beutler-Lotz, intervista nell’articolo.


