Diritti in Chiesa
Il sociologo Hans Joas sulla genealogia dei diritti umani e la crisi delle élite democratiche
Pubblicato su IL, novembre 2011
Bavarese di origine ma internazionale per vocazione. È il sociologo Hans Joas, professore a a Chicago e fellow permanente presso l’istituto di studi avanzati di Friburgo. In opere poderose come „Teoria Sociale“ o agili come „Abbiamo bisogno di Religione?“, edito in Italia da Rubbettino, Joas intreccia storia delle idee, analisi teorica e sistematizzazione accademica. Lo incontriamo nella sua abitazione berlinese, alla vigilia di una nuova partenza oltreoceano. Sulla scrivania le bozze del prossimo libro, dedicato alla „genealogia dei diritti umani“.
Perché un simile tema?
Penso che le due consuete interpretazioni riguardo all’origine del concetto di „diritti umani“ siano errate. La prima li considera un prodotto dell’Illuminismo ottocentesco antireligioso. La seconda li fa originare dalla millenaria tradizione cristiano-giudaica. Ma se i diritti umani fosse davvero già delineati nel Vangelo, come mai ci sono voluti duemila anni affinché se ne sviluppassero le consequenze giuridiche? Dell’Illuminismo invece si può certo dire che sia stato anticlericale in Francia, ma non altrove. La Rivoluzione americana, ad esempio, che ispirò quella Francese, non fu anticristiana.
Quale allora la sua tesi in merito alla genealogia dei diritti umani?
Parlo di „genealogia“ rifacendomi al concetto di Nietsche, secondo cui nella Storia si assiste talvolta alla nascita di valori prima del tutto inesistenti, come ad esempio il concetto di amore cristiano, assai diverso da quello greco. Personalmente ritengo che una comunità di uomini nel corso della sua esistenza necessariamente produca valori e attribuisca poi a questi una loro profonda importanza, che definisco „sacralità“. Pensiamo al nazionalismo, che innalza la bandiera a simbolo per cui si è disposti a sacrificare la vita. A differenza della tesi illuminista o giudaico-cristiana della nascita del concetto di diritti umani, penso che la loro geneaologia sia un processo storico-sociale derivante da una crescente „sacralizzazione della persona“. Parlo di persona e non di individuo perché non si tratta di cura narcisistica del proprio interesse, quanto di attenzione verso ogni essere umano per il solo fatto che esiste.
Come si articola nella politica democratica la difesa di questa sacralità?
La democrazia poggia sull’assunto che chi detiene il potere agisca nel rispetto della dignità della persona e nel raggiungimento del bene comune.
Il problema sorge quando le élites politiche paiono interessarsi solamente ai propri interessi privati o lobbistici. Certo ogni Paese ha una sua storia e una sua particolarità, ma c’è un filo comune tra l’insistenza della FDP tedesca sulla riduzione a ogni costo delle tasse e lo stile di governo affaristico di altri Paesi.
Fino agli anni Settanta l’individualismo utilitarista del „fatti i fatti tuoi“ non aveva legittimità, poi si è assistito a un cambiamento dei valori nella popolazione, o in una parte di essa, a cui ha fatto seguito una alterazione dell’offerta politica. Ma un’élite che per inseguire la parte più egoista del proprio elettorato abdica al ruolo di governare per il bene comune, commette una catastrofe politica.
Come mai?
Un simile atteggiamento distrugge la fiducia dell’elettore comune riguardo alla capacità della politica di governare per il bene di tutti, lasciando così spazio a formazioni partitiche di tipo xenofobo, come in Olanda e Danimarca, a movimenti espressione di risentimento al limite del fanatismo, come il Tea Party in America, o gruppi di tipo confuso e giovanilistico, come nel caso del partito tedesco dei Pirati che, alle ultime elezioni comunali di Berlino, ha riscosso più dell’8% dei consensi.
In ultima analisi così facendo l’élite democratica si toglie il tappeto da sotto i piedi, consegnandosi ai propri nemici.
Quale ruolo assume una potenza spirituale come la Chiesa cattolica di fronte a questo suicidio delle élites democratiche?
Penso che la Chiesa si trovi di fronte all’opportunità di assumere funzioni ricoperte altrimenti dallo Stato. È questo il caso del continente africano, mentre in Europa il discorso è più complesso e dipende da Paese a Paese. Qui la Chiesa avrebbe la possibilità di sostituirsi all’elite politica screditata, se solo riuscisse a infondere nella popolazione quella fiducia che oggi non riesce a dare per via, ad esempio, degli scandali di pedofilia, che rappresentano un trauma enorme per molti credenti. E la sua ostinazione nell’impedire la nomina sacerdotale femminile e condannare l’omosessualità certo non l’aiuta. Penso che questa testardaggine, peraltro non giustificata dal punto di vista teologico, porti la Chiesa a bruciare un’enorme opportunità storica.
Lo spazio che si crea quando la politica non assolve al proprio compito potrebbe essere occupato da nuove élites, come quella delle donne?
Penso che all’interno di ogni organizzazione politica, sindacale o religiosa, si vada rafforzando il ruolo della donna, ma non credo che a latere di questo si possa costituire un’elite femminile in quanto tale. L’idea che esista un comune denominatore capace di propugnare l’interesse delle donne al di sopra delle singole e innumerevoli preferenze partitiche e valoriali, è solo un mito.
Quale il futuro dell’Europa alla luce della sua analisi politica?
Occorre ricordare che l’Europa è molto varia. Mi trovo spesso per lavoro nella penisola Scandinava e debbo dire che in Svezia la situazione è assai diversa da Germania o Italia: la serietà della sua élite politica è grande e la fiducia degli elettori molto alta. E in Norvegia il massacro di luglio ha paradossalmente dimostrato una cosa: che è un Paese governato da una classe politica illuminata, in grado di reagire a chi la attacca aumentando i diritti civili, anziché restringendoli.
Per quanto riguarda la politica continentale la grande paura è comunque la stabilità dell’Euro. Io non condivido l’opinione della cancelliera Angela Merkel riguardo al fatto che la pace in Europa dipenda dalla moneta unica. La Norvegia non è nell’Euro, ma non per questo fa guerra alla Svezia.
Lei quindi non crede al futuro della moneta unica?
Penso che non si debba caricare l’Euro di aspettative storiche e accusare i suoi critici, come accade nel discorso politico tedesco, di attentare alla pace in Europa. Nel processo di costituzione della moneta unica l’èlite politica responsabile delle decisioni europee ha commesso errori imperdonabili. La Grecia non sarebbe dovuta entrare nella Eurozona, tutti i politici che avevano potere decisionale erano al corrente della sua situazione di bilancio. Quanto all’Europa, essa non diventerà mai un unico Stato, poiché il legame della popolazione con la propria Nazione è molto più forte di quello verso le istituzioni comunitarie. Helmuth Kohl riguardo all’Europa agiì sempre secondo la massima che si può guadagnare tanto in estensione quanto in intensità.
Non ho mai creduto a questo assunto politico, di cui adesso subiamo le conseguenze.


