Pubblicato sul Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, numero 109, aprile 2009
Avrei voluto assaggiarlo quel prosciutto. Il rosa invitante della carne risaltava attorniato dal tenero abbraccio di un bianco filo di grasso, un anello così discreto da poterlo certamente ingoiare insieme al resto senza timore di postumi sensi di colpa. Ero stanco, agitato e affamato, ma soprattutto concentrato a dissimulare il mio stato d’animo. Ero arrivato a Trieste dopo un lungo viaggio in treno. Ora davanti a me al Caffè San Marco osservavo quel prosciutto sparire rapidamente. Avrei tanto voluto assaggiarlo, ma diamine ci voleva contegno, lo carpiva la forchetta di Claudio Magris e io non ero venuto al suo tavolo per rubargli il cibo di bocca. L’avevo conosciuto un anno prima, quando ormai mi ero lasciato l’Italia alle spalle. Parlammo del vuoto, perché lo stile, come scrive von Hofmannsthal, è soprattutto l’arte di togliere. Gli chiesi poi dei suggerimenti di lettura e mi sorprese con nomi allora a me per lo più sconosciuti, scrittori del Nord, molto più a Nord della Germania, il Paese dove mi ero trasferito per immergermi in quella cultura di cui lui è Maestro. Conoscevo lo stile di Magris, il guizzo che ti sorprende, il particolare inaspettato, l’occhio grifagno e il pensiero insolito che per raccontarti il concetto ti prende per braccio mostrandoti ciò che non t’aspetti. Per questo, pensavo, non mi avrebbe così sorpreso e mi sbagliavo. Lui però aveva capito me, e i suggerimenti si rivelarono preziosi.
E adesso mi ritrovavo davanti Magris, proprio al tavolo del suo Caffé, nella protetta intimità di un luogo fidato. Non avrei certo potuto rompere impunemente il discreto muro di pace con cui lo proteggevano i camerieri a distanza per ordinare anch’io del cibo.
Ma come il suo prosciutto presto sparì, anche il mio imbarazzo velocemente si dileguò. Claudio Magris parlava, mi parlava di un mondo di ieri come se questo non fosse mai finito. Nomi, storie, aneddoti e vie di una Trieste che conoscevo solo attraverso i libri dei suoi tanti figli inquieti e che ora si dipanavano davanti a me come in un’elegante danza – di sicuro un valzer – grazie alla capacità affabulatoria del mio interlocutore. Era come se improvvisamente lì, in un Caffè con solo noi due per avventori, si fosse spalancata la porta per lasciare entrare Saba, e poi Svevo, e poi ecco anche arrivare affannato Slataper e infine a piccoli passi Biagio Marin. Solo Michelstaedter mandava a dire che volentieri si sarebbe unito a noi, se non fosse stato indisposto.
La conversazione con Magris proseguì lungo il mare, quel mare in cui egli ogni giorno si lascia cadere, poi al ristorante, e poi su per le scalinate della città e infine a casa del mio anfitrione, fino a quando non giunse la sera.
E con la sera non scherzi, con lei la fantasia non basta, se nel cuore porti il doloroso ricordo di chi non hai più. Quella sera, lo rammento ancora come fosse oggi, mi colpì il generoso slancio con cui Claudio Magris non si fece riserbo di accennarmi alla perdita irrimediabile di sua moglie Marisa, mi colpì la franchezza con cui indirettamente mi fece capire che la letteratura, anche quella più autentica, può riempirti la vita e lenirti il dolore, ma farlo sparire no, quello non va mai via del tutto, esso alla fine rimane, è un libro che non si chiude mai.
Eppure è proprio così?
Se il dolore segue alla gioia, allora perché la gioia non può seguire al dolore? Quando pensi che la vita si chiuda invece il mondo rinasce, il destino ti sorprende dandoti un colpetto sulla spalla e ti flette la via che credevi segnata. Ti sollevi, guardi avanti, e scopri che non è mai troppo tardi per ricominciare. Nemmeno a settant’anni.
Perché i suoi lettori sanno che oggi Claudio Magris ha ritrovato il sorriso. Ai suoi lettori più ficcanaso, quelli che non ricordano più se il maestro che spezzava le penne ai bimbi prepotenti è stato un loro maestro o il maestro di Magris, a questi lettori non è sfuggito che le mille parole del suo ultimo tumultuoso romanzo sono dedicate tutte a una sola minuscola lettera, a una J. di cui non sappiamo nulla, ma di cui intuiamo molto più di quanto il punto non voglia nascondere.
Perché che senso ha celebrare gli indiscussi meriti e talenti di Claudio Magris nel giorno del suo settantesimo compleanno se poi ci dimentichiamo che dietro allo scrittore si nasconde un uomo, la cui prosa possente tuttavia nulla può contro le sorprese della vita vera?
Per questo noi oggi non vogliamo festeggiare solo lo scrittore che ci dà luce, ma soprattutto dedicare un sorriso d’affetto all’uomo che ha vissuto il buio. Non vogliamo celebrare il potere della sua letteratura, bensì gioire per le sorprese della sua vita.
Per questo noi lettori ficcanaso siamo lieti che dietro alla prosa di Magris si nasconda oggi la nuova felicità di Claudio. È una felicità che inizia per J. E questa misteriosa lettera dimostra a tutti noi – ma soprattutto lo dimostra a Claudio Magris – che la storia davvero non è mai finita, che la vita prosegue, che l’amore ritorna.
E che dopo la sera, sempre, ritorna il mattino.


