Dracula, buon diavolo
Una mostra al Castello di Ambras separa il vero Vlad III dal mito del vampiro creato da Bram Stoker
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 21 settembre 2008
Il Conte Dracula non era uno stinco di santo, ma l’arte e la leggenda si sono accanite contro di lui. Dopo essere stato descritto per secoli come un feroce massacratore, a fine Ottocento lo scrittore irlandese Bram Stoker aggiunse del suo trasformandolo addirittura nel capo dei vampiri.
Ora al mito del principe valacco il Museo viennese di Storia dell’Arte dedica una mostra a Innsbruck presso il castello rinascimentale di Ambras, nelle cui stanze è conservato il più antico ritratto di Vlad III. Nell’anonimo dipinto secentesco si osservano i tratti severi e affilati di un principe voivoda, un volto che peraltro mostra incredibili somiglianze con quello di una pala d’altare del Quattrocento in cui un uomo del tutto simile al conte Dracula appare nelle vesti di un Ponzio Pilato intento a giudicare Cristo. Ed è proprio nel Quindicesimo secolo che vive il personaggio storico di Vlad III (1431-1476/77), soprannominato Dracula, ovvero “figlio del drago”, probabilmente perché suo padre Vlad II apparteneva all’Ordine dei dragoni fondato dal Kaiser Sigismondo. Ma siccome “dracul” in romeno significa diavolo, poco ci volle per attribuire al conte paternità demoniache. Vlad III visse sul confine tra il regno d’Ungheria e l’impero Ottomano, compiendo spedizioni militari in Transilvania, devastando gli accampamenti turchi ma non risparmiando nemmeno i cristiani che intralciarono il suo cammino. In particolare sembra essersi distinto per aver condannato le sue vittime all’impalamento, una tortura in grado di trasformare una già spiacevole morte in una spaventosa agonia.
La sua fama sinistra si diffuse in libelli pubblicati in Germania già pochi anni dopo il decesso avvenuto per decapitazione (fu probabilmente vittima di una congiura) e dal Cinquecento in poi il nome di Dracula divenne la quintessenza del sovrano crudele e dispotico. Non in Romania però, dove i suoi metodi furono giudicati, con più condiscendenza, come severi ma giusti. Tra gli sponsor di questa vulgata anche Nicolae Ceauşescu. Ma se appare comprensibile che un dittatore moderno relativizzi i crimini di un despota antico suo conterraneo, nondimeno perché molti altri addossarono proprio a Dracula la terribile nomea che grava sulle sue spalle? In fondo le violenze a lui attribuite e che a noi paiono agghiaccianti ai tempi suoi erano comportamenti diffusi in una società costantemente in guerra sul confine tra cristiani e ottomani. Secondo i curatori della mostra la spiegazione va ricercata nella propaganda politica dei tedeschi di Transilvania, ostili alle rivendicazioni di Vlad, nonché al pregiudizio verso il nemico ottomano, una paura trasposta anche sul nobiluomo cristiano, che i turchi sì li combatté, ma talvolta sapendo trovare con loro delle alleanze tattiche. Momentanei accordi che però mai lo spinsero fino a sottomettersi a Maometto II, come proverebbe una lettera citata nelle memorie di Papa Pio II e invece rivelatasi un falso storico.
Sebbene l’associazione Dracula = Vampiro sia farina del sacco di Stoker, vero è che proprio nei luoghi di confine in cui combatté Vlad III si diffusero quei racconti sui defunti da cui si sviluppò la credenza nei vampiri, morti che ritornano e che sono in grado di trasformare le loro stesse vittime in vampiri. Una leggenda particolarmente affascinante perché mescola paura, sessualità, nutrimento, morte e malattia con un’interpretazione blasfema dei dogmi cristiani sulla risurrezione. Nell’Europa occidentale la parola “vampiro” appare per la prima volta in una pubblicazione austriaca del 1725 e per anni il dibattito sull’esistenza di questi esseri impegnò intellettuali, giornalisti e scienziati. Tra i motivi di successo della leggenda, senza contare le volte in cui a gridare al vampiro furono giovinette alle prese con una gravidanza peccaminosa, vi è quello di costituire una novità rispetto alle storie di streghe e il fatto di rappresentare per le popolazioni rurali uno schermo di proiezione delle paure collettive, favorendo l’aggregazione sociale in funzione di un nemico esterno. Un fenomeno in fondo non dissimile alle paure fomentate in passato sui giornali berlusconiani contro Visco, il vampiro comunista che succhia soldi anziché sangue.
Con il celebre romanzo di Stoker il mito del conte Dracula si salda insieme con quello dei vampiri, due leggende accomunate nell’alimentare quel cliché di un Est violento e barbarico a cui attingono ancora oggi film horror come Hostel. E indubbiamente è proprio la settima arte quella che fissa nell’immaginario collettivo del Novecento il mito di Dracula. Dai Nosferatu di Friedrich Murnau e Werner Herzog passando per Coppola e Polanski fino a giungere alle reinterpretazioni metropolitane in pellicole d’ispirazione fumettistica come Blade e Underworld, i film sui vampiri si contano a decine.
Tra tutti i pallidi attori coi canini affilati, ricordiamo l’aristocratica interpretazione dell’ungherese Bela Lugosi (1882-1956). Egli s’immedesimò tanto nel personaggio da farsi seppellire vestito da Dracula.
Dracula, voivoda e vampiro, Castello di Ambras (www.khm.at/ambras), Innsbruck, fino al 31 Ottobre.


