E il video fece «Pong!»
Il Museo della Comunicazione di Francoforte celebra il primo videogioco da sala, con omaggi e reinterpretazioni artistiche
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 3 dicembre 2006
Era il tennis ridotto ai minimi termini. Era Pong, il primo videogioco da sala. Atterrò nei bar del pianeta nel 1972. E subito cominciò a divorarsi le monetine degli avventori. Muovendo sullo schermo una barretta piazzata a guardia della propria metà campo, i due giocatori si ribattevano una pallina elettronica. Chi bucava di più la difesa dell’avversario vinceva. Semplice e geniale. Come Pac Man, Tetris e gli altri celebri antenati dei moderni “computer games”.
Ma Pong fu il battistrada e per questo il Museo della Comunicazione di Francoforte, in collaborazione con il Museo dei Videogiochi di Berlino, ha deciso di rendergli omaggio in grande stile. Per i nostalgici in pellegrinaggio nella città sul Meno è un’occasione ghiotta: poter nuovamente sfiorare lo storico cabinato giallo con cui da ragazzini dilapidavano la paghetta. Fino a quando non uscì la versione casalinga del gioco. Correva l’anno 1974 e da allora la sfida elettronica si trasferì tra le mura domestiche. Senza più batticuori economici. Per molte famiglie accogliere Pong in casa rappresentò la prima occasione di entrare in contatto con l’oscuro mondo dell’informatica.
A noi smaliziati utenti del terzo millennio, viziati da monitor coloratissimi e suoni in quadrifonia, la grafica scheletrica e i parchi gorgheggi di Pong stuzzicano poco. Eppure, lungi da cadere nel dimenticatoio, il giochino elettronico nel corso degli anni ha trasceso la propria origine ludica, trasformandosi in musa per non pochi artisti. Schiere di creativi multimediali si cimentano senza sosta con infinite e originalissime variazioni sul tema di Pong.
Reiff&Morawe propongono ad esempio un’inquietante rivisitazione sadica del gioco: chi si lascia sfuggire la pallina si becca una scossa elettrica (www.painstation.de). Più festosa l’idea del Chaos Computer Club di Berlino. Per celebrare i suoi primi vent’anni ha trasformato nel 2001 la facciata di un palazzo sulla Alexanderplatz in un grande schermo adatto per un Pong sesquipedale (www.blinkenlights.de). Al posto dei pixel, finestre intere. Un computer si occupa di accendere o spegnere le luci delle stanze. Un telefonino collegato con il cervellone funge da controllo remoto per muovere la barretta composta da una serie verticale di finestre accese. Cervellotico, ma di sicuro effetto. Più artigianale – e perfida – l’artista olandese Mathilde µP. Per divertirsi con il suo Power Pong ci vogliono i muscoli. Chi si vuol fare una partitella ha da piazzarsi in sella a una cyclette e alimentare il gioco a forza di pedalate. La trovata lascia perplessi. Perché «lavorare stanca», ricordava Cesare Pavese. Ma che pure il (video)gioco ci debba affaticare...
Il Mito di Pong, Francoforte. Fino al 21 Gennaio 2007. Catalogo pagg. 84, € 9,80. www.pong-mythos.net.


