Ed Hermann curò il suo analista
Il carteggio 1916-1944 tra Hermann Hesse e lo psicanalista Josef Lang, che lo salvò dai cupi propositi
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2006
Nel 1916 Hermann Hesse è a pezzi. Al dolore famigliare per la morte del padre, la malattia di un figlio e il tracollo psicologico della moglie si aggiungono le pubbliche calunnie. Dallo scoppio del primo conflitto mondiale Hesse vive in Svizzera, pubblicando articoli pacifisti. I suoi scritti inneggianti alla comprensione tra i popoli gli attirano le aspre critiche degli ambienti nazionalisti tedeschi. Depressioni e pensieri suicidi sono all’ordine del giorno. Ma se il fratello Johannes nel ‘35 compirà veramente l’irreparabile gesto, l’idea della morte volontaria rimane per Hermann solo e sempre un «confortante pensiero». A salvarlo dai cupi propositi è il suo psicanalista Josef Lang, con cui lo scrittore intrattiene un ampio carteggio, ora pubblicato dalla Suhrkamp di Francoforte (Die dunkle und wilde Seite der Seele, [Il lato oscuro e selvaggio dell’anima. Carteggio 1916-1944], 2006, pagg. 443, € 24,80).
Uno dei primi consigli terapeutici del medico è quello di darsi alla pittura. Dopo «lunghe resistenze» il paziente si lascia convincere. Negli anni acquisterà sempre più confidenza con il pennello, dipingendo molte e piacevoli vedute paesaggistiche. Ma il nuovo hobby di Hesse si ripercuote direttamente anche nella sua opera letteraria. È infatti proprio dipingendo che il protagonista del Demian (1919) riesce a manifestare le immagini del subconscio. Il romanzo è talmente permeato di simbologia psicanalitica da attirarsi l’incondizionata lode di Carl Gustav Jung, il quale confessa all’autore di considerare quello scritto come «un faro durante una notte di tempesta».
Nel novembre del ‘17 il futuro premio Nobel racconta al dottor Lang di aver sognato sé stesso ragazzo, intento a strimpellare il violino di fronte ai compagni del collegio. Ma nessuno dei due pare accorgersi che la scena è tratta dal romanzo Sotto la Ruota (1906), frutto dell’elaborazione letteraria di una negativa esperienza scolastica. Parimenti il sogno di un ballo in maschera, una «festa di artisti, tutti in costume, in parte grottesca e in parte molto bella» anticipa la fantasmagorica danza mascherata a cui dieci anni più tardi parteciperà Il Lupo della Steppa (1927).
Nel corso degli anni il rapporto professionale diviene amicizia e sempre più spesso il dottor Lang si confida con il proprio paziente. La verità è che egli è depresso quanto Hesse. Anzi di più, visto che i suoi tentativi di scrittura artistica non incontrano il pieno favore dell’amico-paziente. «Non abbandoni la cosa così presto! Non già ora! Per me è stato lo stesso con la pittura» lo rincuora allora bonariamente Hermann Hesse. Lang rasserenato ringrazia, confessando di considerare il suo ex-paziente come «il buon padre, che mi conduce all’arte». E tuttavia s’incupisce sempre più, meditando addirittura pensieri gnostici sul mondo quale «prodotto di un dio maligno». Problemi famigliari e insoddisfazioni professionali, uniti alla crescente confidenza con lo scrittore, lo spingono a dar libero sfogo alle proprie frustrazioni. «Ciò che non mi piace delle sue lettere è l’atteggiamento pessimista verso la vita» arriva a rimproverarlo Hesse, per poi esortarlo a smettere una buona volta di pensare «che tutto il mondo l’abbia piantato in asso». Ormai è il dottor Lang a cercare conforto nel suo paziente di un tempo, raccontandogli financo i propri imbarazzanti sogni. Una notte immagina il proprio corpo «gonfiato talmente da occupare tutta la stanza», un’altra si sogna addirittura lo stesso Hermann Hesse. Forse è anche conoscendo meglio il proprio dottore che la fiducia di Hesse verso la psicanalisi va scemando: «come sostituto della vita vera utilizzo due begli anestetici: il lavoro artistico e il vino». In verità non disdegna neppure l’oppio e le donne. E allora Lang lo imita concedendosi qualche flirt. Nel ’20 prende una breve cotta per la cantante Ruth Wenger. Qualche anno dopo sarà invece lo stesso Hermann Hesse a mettere gli occhi sulla donna, arrivando a sposarla in seconde nozze nel 1924. Il dottore non se la prende e, augurando alla coppia ogni bene, assicura all’amico che, secondo i suoi calcoli astrologici, il matrimonio nasce sotto una buona stella. Tre anni dopo gli sposi avranno già divorziato.
Con le mogli del suo amico-paziente il povero Lang non sembra proprio avere fortuna. Nell’agosto del ’39 confessa all’amico di essersi scoperto anch’egli “antisemita” per via di una brutta esperienze con degli avvocati ebrei. A stretto giro di posta arriva il cicchetto di Hermann: «penso tu non abbia alcuna idea di cosa significhi quella parola». Lang si è scordato che la (terza) moglie di Hesse «è ebrea, e la tua dichiarazione di antisemitismo l’ha spaventata e addolorata profondamente». Nonostante il passo falso l’amicizia tra i due prosegue negli anni, fino a quando nel ’44 l’aggravarsi delle condizioni mentali costringe il medico al ricovero. Josef Bernhard Lang muore nel ’45 come paziente nella stessa clinica in cui prima aveva operato come dottore. È una tragica conferma della tagliente battuta di Kraus sulla psicanalisi, da lui perfidamente definita come quella «malattia di cui essa stessa ritiene essere la cura».


