Ferdinand Porsche, tutto casa e bolidi
Esce in Germania una biografia dell'industriale che progettava automobili capaci di incantare tanto Stalin quanto Hitler
Pubblicato su La Stampa, 3 agosto 2004
Tutti conoscono la Porsche. Ben pochi sanno però chi fu Ferdinand Porsche.
A questo geniale costruttore si deve l'invenzione dell'auto dall'inconfondibile design curvilineo, un'opera d'arte della tecnica, assurta a icona del Novecento e tuttora fiore all'occhiello dell'industria automobilistica tedesca.
A colmare la lacuna ci pensa Reinhard Osteroth, con una biografia del costruttore da poco uscita in Germania (Ferdinand Porsche, Il pioniere e il suo mondo, Rowohlt).
Fervida mente creativa, convinto pragmatico e ostinato perfezionista, per tutta la vita Ferdinand Porsche (1875 – 1951), pur avendo progettato decide e decine di auto, rimane un autodidatta, evitando di confinarsi nel ruolo dello specialista.
Figlio di uno stagnino boemo, sin da giovane Porsche si appassiona alle meravigliose possibilità offerte dalla tecnica. Appena sedicenne, armeggiando nel soffitto di casa, senza l'aiuto di chicchessia sbalordisce i genitori installando nell'appartamento la luce elettrica. Poco più che ventenne progetta un veicolo elettrico. L'invenzione viene premiata all'esposizione universale di Parigi del 1900 e adottata dai vigili del fuoco di Vienna, Londra, Berlino e Francoforte.
Negli anni successivi Porsche sperimenta incessantemente tutte le possibilità della motorizzazione.
Nel 1908 costruisce, ad esempio, il suo primo motore per dirigibile. Durante la Prima Guerra Mondiale sfrutta il suo talento per realizzare numerosi autoveicoli militari, tra cui dei trattori che permettono all'armata austriaca di valicare i passi alpini trasportando agevolmente l'armatura pesante.
A guerra conclusa, con la leggendaria "Sascha", una piccola auto da corsa sviluppata nel 1922, fa incetta di premi e bagna il naso a vetture di cilindrata maggiore. È l'inizio di una lunga serie di auto sportive avanguardistiche, che Porsche perfeziona con tenacia. Carichi di vittoria, i suoi bolidi suscitano l'interesse di Stalin, che invita il costruttore a stabilirsi in Russia con la famiglia e a prestare il suo talento alla causa sovietica. Porsche è molto allettato dalla proposta. Non parlando russo, però, non saprebbe come farsi capire dai tecnici che vuole dirigere personalmente. Decide quindi di rimanere in Germania, dove nel 1931 fonda a Stoccarda un proprio ufficio di progettazioni. Con l'avvenuta presa di potere di Hitler, Porsche si mette al servizio del Führer, non tanto per convinzione ideologica (la politica gli è indifferente), quanto perché il regime nazista, interessato a sfruttare i prodigi tecnici di Porsche a fini propagandistici, mostra grande disponibilità al finanziamento dei suoi progetti. Negli anni a venire il costruttore crea per Hitler delle auto intese a dimostrare la potenza del Reich. Sono veicoli in grado di solcare a velocità strabilianti le autostrade volute dal Führer: nel 1937 un prototipo supera i 400 km/h. Ma a Ferdinand Porsche non basta. Si mette così al lavoro per costruire un bolide in grado di oltrepassare i 600 km/h. Con l'entrata della Germania in guerra deve però abbandonare il progetto e dedicarsi alla costruzione di solidi Panzer.
Ma il vero chiodo fisso di Porsche è produrre, sulla falsariga dell'americano Henry Ford, un'auto economica e alla portata di tutti. Hitler è entusiasta dell'idea. Nasce così il progetto della «Volkswagen», ovvero l'auto del popolo. Sebbene negli anni '30 vengano sperimentati vari prototipi funzionanti, l'auto verrà prodotta in serie solo a guerra finita, con il nome di "maggiolino". Giudicandola «brutta, bizzarra e troppo rumorosa», esperti inglesi nel 1946 scartano l'idea di trasferire la produzione nel Regno Unito, perdendo così una gallina dalle uova d'oro. Il "maggiolone" sarà infatti una delle auto più amate e vendute nei decenni successivi, diventando protagonista di vari film e simbolo del riscatto economico tedesco nel dopoguerra.
Porsche, dopo aver scontato 22 mesi di prigionia in un carcere francese, accusato dal rivale (ed ex-collaboratore) Jean-Pierre Peugeot di aver sfruttato la manodopera di operai francesi catturati durante la guerra, muore da uomo libero nel '51. In tempo per partecipare ai primi successi del figlio Ferry, intenzionato a trasformare la ditta paterna nella fabbrica di moderne automobili da sogno.
Purtroppo la biografia di Osteroth dice poco sulla sfera privata di Ferdinand Porsche. È certo tuttavia che nonostante una vita lavorativa all'insegna della velocità e costellata di vittorie, Ferdinand Porsche condusse fino all'ultimo un'esistenza sobria e morigerata, tenendosi volutamente alla larga da ogni eccesso. Nei rari momenti in cui abbandonò il tecnigrafo, l'unico suo desiderio fu quello di trascorrere il poco tempo libero all'interno della quiete domestica, partecipando ogni domenica alla funzione religiosa con la famiglia.
Probabilmente non il tipo di vita bramato dai tanti che sognano una Porsche, né tanto meno quello condotto dai pochi fortunati possessori di un simile oggetto del desiderio.


