Fest, il borghese che amava i rivoluzionari
Il giornalista e storico tedesco pubblica «Incontri», omaggio agli intellettuali che gli sono stati maestri
Pubblicato su La Stampa, 15 dicembre 2004
Non una, ma tante storie. Sono quelle raccontate in Incontri (Rowohlt Verlag, Amburgo), l'ultimo libro di Joachim Fest, il famoso giornalista e storico tedesco desideroso per una volta di accantonare i tragici eventi della Germania nazista per rendere omaggio a una serie di intellettuali che in un modo o nell'altro gli sono stati maestri. Fest, animo conservatore profondamente convinto dell'irrazionalità con cui procede il magmatico e imprevedibile corso della Storia, si è imposto all'attenzione del grande pubblico negli anni Settanta con un'ampia biografia su Adolf Hitler. Sempre in qualità di esperto del Führer ha recentemente collaborato all'impressionante film sugli ultimi giorni del dittatore nella Berlino del '45, attirandosi le critiche del regista Wim Wenders, a cui Der Untergang non è per nulla piaciuto.
Dal sulfureo Sebastian Haffner, anch'egli autore di un fortunato libro su Hitler, all'infelice storico Golo Mann, da Hannah Arendt a Dolf Sternberger, nel suo nuovo libro Fest presenta al lettore una serie di personalità d'eccezione che non solo hanno profondamente arricchito il suo cammino intellettuale, ma sono state anche parte attiva del dibattito culturale nella Germania del dopoguerra.
A scrivere un libro sui propri Maestri del Novecento ci aveva già pensato l'amico Dolf Sternberger, uno dei punti essenziali di riferimento di Fest e, come questi, condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, cui si deve – ben prima di Jürgen Habermas – il concetto di "patriottismo costituzionale", ovvero l'idea di un amor patrio slegato da ogni nefasto sentimento xenofobo. Alla distinzione di Sternberger viene più volte contrapposta, in modo non troppo velato, la piccineria dei filosofi Adorno e Horkheimer, che in certe pagine del libro sembrano indicati come esempi dell'intellettuale tedesco brillante ma filisteo, tessitore di meschini intrighi accademici e compiaciuto costruttore di castelli in aria fintanto che i suoi scintillanti guizzi teorici non scricchiolano all'esame della pratica, finendo nel ridicolo. Come accadde ad Adorno, «rivoluzionario piccolo borghese», sbertucciato indecorosamente dagli scalmanati sessantottini.
Una rivoluzionaria ben più determinata fu invece Ulrike Meinhof, la giornalista che negli anni '70 scelse la clandestinità e il terrorismo, per poi essere catturata e morire suicida in cella nel 1977.
Fest la conosce negli anni '60 ad Amburgo e, sebbene abissalmente lontano dalle sue concezioni politiche, riesce a parlare con lei della profonda diffidenza nutrita, memore dei fanatismi hitleriani, verso qualsiasi visione dogmatica del mondo. Negli anni successivi i due si incontreranno più volte, coltivando uno strano dialogo fondato sul rispetto e la simpatia reciproci, fino a che la Meinhof, portando alle estreme conseguenze le proprie idee rivoluzionarie, poserà la penna per impugnare la pistola.
La passione e la complessità d'animo sono caratteristiche comuni a tutti i personaggi incontrati da Joachim Fest il quale, oltre a metterne in luce le notevoli capacità intellettuali, ama tratteggiarne il carattere, cercando di cogliere dietro a una posizione intellettuale il movente personale, l'aneddoto, la storia che ne è levatrice.
Così nel ritratto dedicato ad Hannah Arendt, emigrata in America per sfuggire al nazionalsocialismo, Fest non manca di raccontare del rapporto tra la brillante filosofa ebrea e Martin Heidegger, maestro degli anni di gioventù per il quale la Arendt provò un amore intenso e inizialmente ricambiato, poi represso, raffreddato e rimosso, in verità comunque mai estinto.
Fest conosce la studiosa durante il processo al criminale nazista Eichmann, figura di "burocrate dello sterminio" dalla quale la Arendt trae spunto per il suo famoso e discusso libro La banalità del male. Per le sue tesi la Arendt confiderà all'amico di essere stata attaccata così violentemente da venire soprannominata "Hannah Eichmann".
La rete di amicizie di Joachim Fest crea un intreccio tra i personaggi descritti e accade così, ad esempio, che il conservatore Haffner condivida l'umana simpatia di Fest per la Meinhof, che Sternberger ricordi la propria compagna di studi Hannah Arendt e che quest'ultima susciti le gelosie di Golo Mann, collega suo e di Sternberger all'università di Heidelberg, quando la Arendt diventa l'allieva favorita del filosofo Karl Jaspers, il comune maestro dei tre.
Tra tutte le complesse personalità Golo Mann appare come quella più infelice e malinconica. Vittima tra l'altro degli intrighi universitari di Adorno e Horkheimer, ma storico di primissimo piano, lo sfortunato Golo dovette subire per tutta la vita il peso schiacciante della fama del padre, il grande scrittore Thomas Mann, da cui, confidava all'amico, non si sentì mai veramente amato.


