Gaspare Brandner e il cargaòss
La leggenda bavarese del Brandner Kaspar, tra teatro popolare e dialetto valtellinese
Ingmar Bergman visse alcuni anni a Monaco di Baviera. Una sera il grande regista svedese andò a teatro e rimase letteralmente «incantato» dall’opera rappresentata. Che avesse capito «solamente un 5% del testo» – come poi confessò candidamente – poco importava. Ma è ragionevole credere che se anche Bergman fosse stato un berlinese, avrebbe incontrato altrettante difficoltà nel capire i dialoghi. Aveva infatti assistito a Der Brandner Kaspar und das ewig’ Leben [Gaspare Brandner e la vita eterna], una commedia interamente recitata in stretto dialetto bavarese. Tutto sommato, che neanche i berlinesi la capiscano, forse è meglio così: dopotutto nel Brandner Kaspar si scopre che per loro non vi è posto in Paradiso.
Gaspare Brandner invece è atteso proprio in quel luogo beato, ma di mettersi in viaggio non ha punto voglia. Perché per accedere al Regno dei Cieli non basta possedere un animo candido, bensì occorre (solitamente) arrivarci deceduti. E Gaspare alla propria esistenza è molto affezionato, convinto com’è di vivere già in un paradiso, ovvero nella sua Baviera.
Il Kaspar nasce nel 1871 dalla penna di Franz von Kobell e viene trasformato da Joseph Maria Lutz in una pièce teatrale negli anni Trenta del secolo scorso. Ma la storia come la conosciamo oggi è frutto dell’inventiva di Kurt Wilhelm, che negli anni Settanta rielabora il racconto di von Kobell, ricavando una nuova versione teatrale dal breve scritto del suo lontano parente. Sin dalla prima rappresentazione a Monaco nel 1975 il Brandner Kaspar diventa uno spettacolo cult, rappresentato senza posa nei teatri tedeschi. L’afflusso di pubblico è continuo e imponente. Un’iniziale presa di posizione contraria dell’Arcivescovo di Monaco – che probabilmente nemmeno ha visto il pezzo a teatro – non fa altro che accrescere la popolarità di questa fiaba contadina. Da quando la Radiotelevisione Bavarese ne cura una trasposizione televisiva, il film puntualmente viene trasmesso a Ognissanti. Ad oggi il Brandner ha calcato parecchie decine di palcoscenici, per venire rappresentato quasi un migliaio di volte. Nonostante le difficoltà di comprensione, inoltre, è stata portato in tournée non solo in giro per tutta la Germania, ma anche al di fuori dei confini tedeschi.
Da più di trent’anni il successo del Kaspar è travolgente e la sua popolarità ininterrotta, un po’ come è accaduto – “si parva licet” – al Rocky Horror Picture Show. Ma tanto il musical di Richard O’Brien è trasgressivo e roboante, quanto il Brandner Kaspar è pacioso e conservatore.
Eppure la vicenda di Gaspare, sebbene ambientata in un’idillica scenografia campestre, accattiva il pubblico dando una risposta sorniona a un interrogativo inquietante. Il Kaspar infatti altro non è che la trasposizione bucolica del più tragico avvenimento che possa accadere all’uomo. Mentre ride della furbizia contadina di Gaspare, infatti, ogni spettatore in cuor suo rivolge a se stesso la domanda: «che mai farò io quando arriverà il mio momento?».
L’ora di Gaspare, un fabbro settantaduenne originario del Tergernsee, il lago che ha dato i natali a vari cantori della patria bavarese tra cui Ludwig Thoma e Ludwig Ganghofer, scocca dopo una partita a caccia, in cui riesce a salvarsi per miracolo da un proiettile vagante. Ad annunciargli l’ora della dipartita è la morte in persona, bussando alla porta della casetta di un Gaspare da poco ripresosi per lo sparo schivato. Vestita di nero come la figura incappucciata de Il Settimo Sigillo, la morte del Kaspar è tuttavia assai meno altera del film di Bergman. Il nome con cui si annuncia, poi, non contribuisce certo a renderla più minacciosa. Ella è il “Boandlkramer”, un canzonatorio nomignolo che potremmo tradurre in dialetto lombardo-valtellinese come “il cargaòss”. In verità, così magra e pallida, coi guanti rotti e vestita di stracci, in testa un cappellaccio nero ornato da una penna altrettanto scura, la morte del Kaspar è veramente un povero diavolo.
E allora quando Gaspare se la ritrova in casa, anziché cadere in preda al panico la invita a bere un bicchierino di kirsch: «patìda e séca cume te sèe, el te farés bée». Stupito da tanta audacia, ma pure tentato dall’offerta – nessuno prima d’ora gli aveva mai offerto da bere – il cargaòss inizialmente recalcitra, timoroso che lassù i superiori non approvino. Ma Gaspare insiste: è giusto che «ti te sàbet da quài cuntentézzi te sluntànet la gént». Scolato in un sorso il primo bicchierino, il cargaòss ci prende gusto. Gaspare approfitta di questa debolezza e versa grappa a più non posso. Ammansito dall’alcol lo scomodo ospite addirittura si confida lamentoso con il contadino circa il suo ingrato compito: «te sèe, i um! I se laménta e i caràgna perché la vìta l’è na val de làcrimi. I dis pròpri nscì! E quànt végni a salvài – in de n bòt tüt el tùrna bèl e, se gh’è vergùt che ghe fa pagüra, su mì». Gaspare ascolta comprensivo e, con ogni sorta di scuse, cerca di convincere il cargaòss che nessuna stagione è quella giusta per salire sul suo carretto. D’estate? Troppo caldo! D’autunno? Devo andare a caccia! Allora d’inverno! Ma si gela! Contrariato da tanta ostinazione, con le ultime forze in corpo lo spettrale individuo trascina Gaspare fuori casa. Ma ecco improvvisamente il furbo cacciatore proporre alla Morte una partita a carte. Sebbene digiuna in materia, questa cede alla tentazione del gioco. Inebriato e reso ancor più goffo dall’alcol, il cargaòss cade facilmente vittima del tranello di Gaspare, che gli cambia letteralmente le carte in tavola.
Brandner ha buon gioco e vincendo strappa alla morte la promessa di ritornare a prenderlo solamente quando avrà raggiunto la veneranda età di novant’anni, proprio come accadde a suo padre. E così il cargaòss se ne ritorna in cielo a mani vuote, mentre Gaspare riprende a vivere più sano e felice che mai. Il dolore per l’assenza della moglie e dei figli, da tempo passati a miglior vita, è alleviato dal nuovo vigore e dalle premurose attenzioni della brava nipote Marei.
Ma dopo alcuni anni trascorsi spensieratamente, proprio quando tutto il paese festeggia il 75° compleanno di Gaspare, inseguendo il proprio bello l’amata nipote scivola in montagna e si ritrova sul carro della Morte diretto in Cielo. Giunta in paradiso, viene accolta da San Pietro. Ma il guardiano delle porte celesti, scorrendo il registro delle anime per dare una controllata alla vita di Marei, si accorge che i conti non tornano. La ragazza è morta troppo giovane. Nel libro del destino è scritto che le sarebbero spettati ancora diciotto anni di vita! Epperò questa non è l’unica inesattezza del registro. Come mai suo nonno Gaspare è ancora vivo, mentre sarebbe dovuto essere in Cielo già da tre anni? Chi ha commesso questo inammissibile “falso in bilancio”? Naturalmente è tutta colpa dello sprovveduto cargaòss, che per far quadrare i conti celesti ha tolto a Marai gli anni regalati a Gaspare. Chiamata subito a rapporto, la Morte è mortificata. San Pietro iracondo. Il cargaòss non sa più che pesci pigliare. Prova a buttarla sul patetico: «sciùr guardiàa, tücc i scantùna, quànt che i me véet. Per na vòlta che i m’à ufrìit de béef!». San Pietro è irremovibile: che vada a riprendersi quel testone di Gaspare. Mogia e scornata, la Morte fa ritorno sulla Terra, avvilita perché costretta a rimangiarsi la parola data. Trova Gaspare afflitto per la perdita della nipote, l’ultimo affetto che gli era rimasto in terra. Gli riesce così facile convincerlo a fare un salto in Paradiso: «nùma n urèta» per darci un’occhiata e vedere se magari non sia il caso di trasferirsi anzitempo. Arrivato sulle nuvole dopo un viaggio turbolento – il cargaòss guida malissimo – Gaspare non crede ai suoi occhi. In Paradiso i bicchieri di birra si riempono da soli, i santi mangiano salsicce, anche lì è ammesso il gioco delle carte e, ciliegina sulla torta, dal Paradiso dei bavaresi sono banditi i prussiani. Se proprio vogliono, questi devono alloggiare in un altro Cielo, comunque molto meno invitante. In forma scherzosa Kurt Wilhelm ripropone qui la forte rivalità da sempre esistente tra le due più note popolazioni della Germania, quella prussiana – rigida, superba e militaresca – e quella bavarese – gioviale, impetuosa e contadina. Sebbene i tedeschi del Nord considerino i loro parenti meridionali rozzi montanari, in realtà quella che nutrono è solamente invidia: «in Prüssia n g’à mìnga muntàgni, ma se i ghe füdèss, i sarés i püsée òlti». Di fronte a tanta abbondanza – fortunatamente l’unica cosa che manca sono i prussiani – Gaspare si convince a rimanere. Se prima pensava che la Baviera fosse il paradiso in terra, ora ha scoperto che il Paradiso è una Baviera celeste! Manca solo il ricongiungimento con i propri cari per iniziare una bella festa a base di birra e salsicce divine. Il cargaòss tira un sospiro di sollievo, le cose paiono essersi rimesse a posto.
Ma ecco irrompere sulla scena l’Arcangelo Michele: uno come Gaspare Brandner, solito in vita a tirare scherzi a destra e manca, dovrà pur passar prima dal Purgatorio! In verità l’altero Michele è stizzito con il cargaòss perché, nonostante la propria onniscienza, quesi è riuscito a tenergli nascosti i propri traffici con il registro delle anime. Il ricongiungimento di Gaspare e famiglia sembra sfumare. Michele è ostinato a cacciarlo dal Paradiso. Già sfodera la spada infuocata, dichiarandosi certo che San Pietro la pensi come lui: «ghe völ ùrdin. E sta vòlta stabiléma n ešémpi». Ma ecco arrivare il guardiano celeste, reduce da un incontro con i superiori. Ora verrà emesso il verdetto finale. Gaspare è sempre stato un buon uomo, le sue burle non hanno mai arrecato danno ad alcuno. Niente Purgatorio! Michele insiste: «ma el sèst cumandamént!». San Pietro è indulgente: suvvia Michele, «l’è mìnga n dògma prìma del matrimòni, ma nùma n sügerimént». E dopotutto Gaspare è stato sposo modello e padre esemplare. Michele non si dà per vinto. E la partita a carte con la Morte? La Santissima Trinità, garantisce San Pietro, è al corrente anche di quella: «i è d’acòrdi tücc trìi - e ànca la Marìa». Gaspare Brandner va perdonato. Il severo Arcangelo è incredulo: «Scüsàat, e cùme mài?». Perché nelle alte sfere del Paradiso, da quando si è venuto a sapere di come Gaspare ha preso in giro il cargaòss, si è sollevata un’ondata di buon umore. «Fregà la mòrt a càrti! è amò drée a rìit adèss», racconta San Pietro, «E quànt! - E la stòria de la gràpa pö! - la Maria la ghe rìva piü a piantà lì!».
Alessandro Melazzini (alessandro@melazzini.com)
Con una consulenza linguistica di Luigi De Bernardi e Don Remo Bracchi


