Germania Est aiutaci tu
Intervista al banchiere Edgar Most sulla Riunificazione tedesca e la crisi del capitalismo
Pubblicato su IL, ottobre 2010
In fondo, è rimasto sempre un contadino. Perché Edgar Most delle sue modeste origini non si è mai vergognato, sebbene nel corso della sua carriera professionale di poltrone importanti ne abbia occupata più d’una. Ai tempi della Guerra Fredda arrivò infatti a presiedere la vicepresidenza della Banca di Stato della Germania comunista. Poi il Muro crollò e il suo sistema di riferimento andò improvvisamente in frantumi. Ma invece di essere spazzato via come molti suoi colleghi tedesco-orientali, Most riuscì a (ri)trovare il successo anche nel sistema un tempo considerato nemico – quello del capitalismo occidentale – assumendo incarichi al vertice presso la Deutsche Bank.
Ed è proprio nella sede berlinese della più grande banca tedesca che andiamo a visitare questo banchiere dalle due vite ma tutto d’un pezzo, prova lampante che dai crolli economici si può anche uscirne rafforzati, grintosi e con slancio.
Dottor Most, teme la crisi economica mondiale?
No, ho già visto un mondo crollare. E ho fiducia nell’intelligenza del genere umano, non credo che questa crisi mondiale porterà al disastro generale.
Ebbe più timori quando la Germania Est si sfaldò?
Sì. Soprattutto temetti la decisione di Helmut Kohl di cambiare uno a uno il marco tedesco con il marco orientale, senza aver chiesto il parere delle banche. Questo atto d’imperio mandò in liquidazione pressoché tutta l’industria tedesco-orientale, anche quelle sue parti che si sarebbe potuto risanare con profitto.
Secondo un recente studio pubblicato dall’Istituto di Ricerca Economica di Dresda, ormai la produttività tra le regioni più sviluppate dell’ex DDR e la Germania Ovest si sta allineando. Eppure lei non ha mai mancato di evidenziare gli errori della Riunificazione. Quali?
Il più grave lo ha compiuto la Volkskammer, il parlamento della DDR eletto democraticamente dopo il crollo del Muro. La Volkskammer votò per l’ingresso nella Repubblica Federale Tedesca, anziché optare per una vera riunificazione. Questo ha significato in sostanza buttare all’aria anche ciò che di buono produssero quaranta anni di DDR.
Ad esempio?
Penso alla politica di emancipazione femminile o a quella scolastica. Senza contare che la privatizzazione dell’industria orientale avvenne quasi esclusivamente con capitale occidentale. Ma il capitale non ha né può avere come scopo il mantenimento di una società in grado di reggersi da sola, come era la DDR, pur con tutti i suoi lati negativi. Degli aspetti sociali si sarebbe dovuta occupare la politica, che invece nel processo di Riunificazione li ignorò.
Anche lei, passando dalla vicepresidenza della banca di Stato della DDR alla Deutsche Bank è stato responsabile di un’importante privatizzazione avvenuta con capitale occidentale.
La parità uno a uno tra i due marchi provocò all’improvviso l’azzeramento di liquidità della Banca di Stato della DDR. Una situazione insostenibile. Per questo motivo, in joint-venture con la Deutsche Bank, la Dresdner Bank e altri istituti fondai la Deutsche Kredit Bank, la prima banca privata dell’allora ancora esistente DDR, che sorse dalla privatizzazione della rete commerciale della Banca di Stato comunista.
Allarghiamo ora lo sguardo al continente interno. Quali, secondo lei, gli errori commessi nel processo di unificazione europea?
Quello di aver creato una moneta europea senza aver fondato l’Europa Unita. L’UE ancora oggi è una realtà debole, poiché le singole nazioni mantengono una propria politica fiscale, tributaria ed economica. E queste differenze di politica internazionale si riflettono sulla moneta: in sostanza, ognuno fa come più gli aggrada. Io sono sempre stato un fautore dell’euro, ma penso che nella sua creazione non si sia data abbastanza importanza alle diversità nazionali. È indubbio che vi siano discrepanze di usi e costumi tra i vari Paesi, dovuti a motivi culturali, sociali e anche climatici. Solo rendendosi conto della varietà da cui è composta l’Europa si può arrivare a una forte identità comune.
Ma allora cosa si dovrebbe fare in concreto, secondo lei, per migliorare lo stato dell’Unione Europea?
Innanzi tutto, concepire una politica finanziaria e tributaria comuni. Questo significherebbe anche avere una reale disciplina di bilancio, che comporti delle conseguenze per chi non fa quadrare i conti.
Un sistema dirigistico come quello in cui lei visse avrebbe potuto evitare simili errori?
Beh, anche ai tempi del comunismo avevamo problemi simili a quelli dell’Europa attuale. Dietro alla Cortina di Ferro esistevano realtà molto variegate. Per esempio: la DDR e la Mongolia erano difficilmente paragonabili.
Questo è il motivo per cui introducemmo una moneta di compensazione fittizia, il “rublo di trasferimento”. I singoli Paesi socialisti decidevano autonomamente il rapporto che intercorreva tra la loro moneta nazionale e quella valuta fittizia, con cui però si contabilizzavano tutti gli import e gli export. A Mosca esisteva una banca centrale e grazie all’introduzione di questa unità fittizia di compensazione riuscimmo a slegarci dalle particolarità nazionali. Quella fu un’esperienza molto positiva e ritengo che anche il G20 dovrebbe prenderne spunto per creare una nuova valuta mondiale di compensazione fittizia. In questo modo l’economia finanziaria si rispecchierebbe meglio nell’economia reale. In fondo è un’idea di cui già si discusse nel 1945 a Bretton Woods, sebbene poi fu il dollaro a diventare la valuta di riferimento.
Quale altre misure di quel mondo ormai estinto suggerirebbe di introdurre nell’economia capitalista?
Rifletterei sulla possibile statalizzazione di una parte della moneta. E badi bene, non sto parlando della statalizzazione delle banche, ma della moneta. In questo modo si potrebbe stampare solo tanto denaro quanto se ne cela dietro all’economia reale. Oltre a questo, io ricordo positivamente il fatto che ai tempi della DDR non si potevano finanziare le perdite, evitando quindi fenomeni di ingegneria finanziaria incontrollata.
I suoi colleghi banchieri della Deutsche Bank come reagiscono quando parla con loro di queste ricette economiche?
Mah, guardi: nella mia vita ho fatto esperienza in un sistema, poi tutto è cambiato e ho sperimentato un sistema opposto. Perché non dovrei approfittare di questo mio vissuto? Quanto alla Deutsche Bank e alle banche in genere: esse operano secondo le condizioni poste dalla politica. Se questa dovesse cambiare i punti di riferimento, le banche continuerebbero a fare i loro affari, sebbene con condizioni di base nuove.
È la politica che ha la possibilità e il compito di migliorare il benessere della società, e ritengo sia necessario che la politica pensi e agisca sempre più in maniera internazionale, al fine di arrivare, perché no, a un’unità politica mondiale. Purtroppo questo ancora non accade: c’è troppo egoismo.
E quanto pensarono lungimirante i politici della DDR?
Già negli anni Settanta noi banchieri li informammo che certe strutture economiche si stavano sviluppando in maniera diversa da come pianificato. Naturalmente furono rapporti segreti, esclusi all’opinione pubblica, che però arrivarono e vennero letti ai vertici. Il problema è che non se ne trassero le conseguenze, e questo perché la disciplina politica imponeva che il partito avesse sempre ragione. Non ci furono discussioni, tutto fu tenuto coperto.
Ritiene che i politici democratici ragionino molto diversamente dai quadri del Politburo comunista?
Bah, molto di quello che ho vissuto allora mi capita di riviverlo adesso. Vorrei tanto che i politici di ogni colore fossero più liberi e indipendenti dal capitale o dalla disciplina di partito, e questo perché il loro ruolo dovrebbe essere quello di servire, innanzi tutto, gli interessi della collettività.
Lei è stato un banchiere sotto il comunismo e poi ha sperimentato la vita democratica. Com’è cambiato passando da un’esperienza all’altra?
Ho sempre cercato di rimanere fedele agli insegnamenti ricevuti da bambino, nella famiglia contadina in cui sono nato. E ho sempre cercato di ricordarmi delle mie origini umili, indipendentemente dalla poltrona che ho occupato nella mia carriera di banchiere tra due mondi. Se questo mi sia davvero riuscito, non tocca a me giudicarlo.


