Gli onori del giovane Goethe
Il «Werther» nei classici La Stampa: successo nato da un amore deluso
Pubblicato su La Stampa, 18 luglio 2004
Chissà cosa sarebbe accaduto se Charlotte Bluff non avesse respinto le attenzioni del giovane Goethe.
Giunto nella cittadina di Wetzlar su ordine del padre, deciso ad avviare il figlio verso un solido futuro da avvocato, il giovane praticante in legge presto si invaghì dell'amabile ragazza incontrata a un ballo. Ma Charlotte era già promessa a un altro uomo, cui volle rimanere fedele.
Altri ragazzi se ne sarebbero fatta una ragione, o tutt'al più avrebbero confessato le loro pene d'amore alle pagine di un diario.
Johann Wolfgang Goethe scacciò la propria malinconia scrivendo in sole quattro settimane i Dolori del Giovane Werther, il primo bestseller della letteratura europea.
Il romanzo epistolare, pubblicato a Lipsia nel 1774, catapultò subito il ventiquattrenne poeta nel firmamento della letteratura. Nessuna opera seguente gli diede in vita più successo di quel romanzo giovanile in cui aveva trasformato «la verità in poesia», intrecciando l'arte con la biografia personale, la fantasia con la cronaca nera.
La trama è semplice. Nelle lettere a un amico, Werther, giovane dalle vaghe aspirazioni artistiche, narra di aver conosciuto a un ballo Lotte, una fanciulla già impegnata di cui si è innamorato perdutamente. Individualista, sopraffatto dalla passione, critico verso la nobiltà ma riluttante a sottomettere l'impetuosità del sentimento alle ragioni del quieto vivere borghese, nella contemplazione panteistica della Natura trova un temporaneo conforto. Egli, tuttavia, vibrante di un desiderio impossibile da realizzare, dopo un ultimo incontro con la donna invano amata, decide di spegnere in solitudine il proprio dolore togliendosi la vita con un colpo di rivoltella.
Il Werther colse perfettamente il sentimento del tempo e accese una generazione di giovani, quella dello "Sturm und Drang", che nel protagonista del romanzo riconobbe i propri turbamenti esistenziali e covò la stessa intima e confusa protesta sociale.
Il libro suscitò un vero e proprio culto. I sarti confezionavano vesti in frac turchino e gilet giallo sul modello di quelli indossati dal suicida nell'ora fatale, scene del romanzo finivano dipinte sulle tazze di porcellana o incise su piatti di rame e i luoghi del Werther divennero meta di gite turistiche.
Ma l'entusiasmo di certi lettori si spinse a tal punto da indurli a seguire fino all'estremo le gesta sconsiderate del loro (anti)eroe. Non mancarono i casi di suicidio dovuti a una lettura pedissequa del romanzo. Per questo, sebbene gli estimatori del libro fossero la maggioranza, vi furono anche taluni che, ignorando totalmente l'aggraziato esempio di femminilità espresso dalla figura di Lotte, ritennero il Werther unicamente fomite di atti inconsulti, bollandolo come una insidiosa «esca di Satana». Così Goethe, poco dopo l'uscita della prima edizione, pensò bene di scrivere una poesia in cui il Werther rivolgendosi ai propri lettori li esortava a essere uomini e a non imitare il suo deprecabile gesto. Fra gli appassionati del romanzo vi fu anche Napoleone, che si portò il volumetto nella campagna d'Egitto e assicurò di persona all'autore di averlo letto sette volte.
In Italia Ugo Foscolo si innamorò del romanzo e ne trasse spunto per la figura del suo Jacopo Ortis, beccandosi una sprezzante accusa di plagio da Stendhal. Giacomo Leopardi, chiuso nella biblioteca di Recanati, amò le descrizioni wertheriane della Natura bella e terribile, emozionandosi alla lettura di un amore tanto irrazionale e impetuoso. Per fortuna entrambi non lessero il romanzo nella sua prima traduzione italiana, quella di Gaetano Grassi, pubblicata nel 1782 a Poschiavo dalla tipografia massonica del barone de Bassus, a quanto pare subito disconosciuta da Goethe per le evidenti manipolazioni e riscritture del testo.
Nel Novecento in Germania l'influenza del Werther non ha mancato di esercitare il suo fascino. Uno dei romanzi di grande successo della DDR è stato infatti I nuovi dolori del giovane Werther (1972) di Ulrich Plenzdorf, in cui il protagonista muore, ma inavvertitamente, a causa di una scarica elettrica.
E Thomas Mann nel suo Lotte a Weimar (1939) fa incontrare Charlotte Buff, divenuta ora una matura signora, con il grande letterato che, dopo averla resa protagonista del suo romanzo giovanile, non ha più sentito il bisogno di cercarla.
L'incontro con l'antico spasimante si rivela cordiale ma distaccato. Per la donna, rimasta nello spirito la fanciulla di un tempo, è la conferma dell'ormai incolmabile estraneità del vecchio Goethe agli struggimenti del suo povero Werther.
Che, invece, sicuramente mai smetterà di amare la sua irraggiungibile Lotte.


