«Heil Hitler» anche le scimmie salutavano così
Samuel Beckett e il suo viaggio in Germania del 1937, tra assurdo e orrore
Pubblicato su La Stampa, 31 ottobre 2005
«Persino i custodi del gabinetto salutano con Heil Hitler». E questo, Samuel Beckett, non se l’era inventato per uno dei suoi lavori teatrali. Gli era bastato varcare nel 1937 il confine tra Francia e Germania per ritrovarsi col voltastomaco in un paese di braccia tese.
Per capire quanto penetrante fosse allora il regime nazista nella vita quotidiana, era sufficiente osservare come i tedeschi usavano salutarsi dopo l’avvento al potere del Führer. Braccio destro rigidamente teso, alzato, mano aperta e un sonoro «Heil Hitler». Chi non voleva rischiare di finire in gattabuia, se andava bene, ad ogni incontro col prossimo doveva sbracciarsi in onore del capo.
La storia del gesto più in voga ai tempi del Terzo Reich si può ora ripercorrere grazie allo studio di Tilman Albert dedicato a Il saluto tedesco (Eichborn, Berlino). Perché, sebbene già Mussolini si fosse distinto per l’introduzione del “saluto romano” in opposizione alla borghese stretta di mano, e nonostante le critiche del dittatore italiano al regime nazista, accusato di «copiare e aver copiato dai Romani», fu nella Germania di Hitler che il saluto al Führer assunse una funzione quasi religiosa e soterica.
Sia che l’espressione venisse intesa come «a te, Hitler, auguro fortuna» o, piuttosto, come «Hitler ti dona salvezza», i due o più cittadini che incontrandosi pronunciavano la formula nazista, peraltro obbligatoria nella Pubblica Amministrazione e pressoché inevitabile altrove, con tale saluto sottomettevano il loro ritrovo alla sacrale presenza in spirito di Adolf Hitler. Ben inteso, posto che non fossero ebrei, nel qual caso era loro vietato pronunciare il saluto rituale, simbolo di esclusiva appartenenza al popolo ariano.
L’indottrinamento al saluto nazista cominciava già in tenera età. All’asilo capitava ai bambini di dover appendere il cestino della colazione al braccio alzato della maestra, per saggiare la fermezza di un arto ben teso. Che poi con un tale esercizio i fanciulli temessero di vedersi sgraffignata la merenda con la scusa del saluto a Hitler, non è dato a sapersi. A Natale capitava che il Gesù bambino nazista portasse dei regalini tutti particolari, come una piccola statuetta del Führer dotata sul fianco destro di un dinamico braccio levatoio.
Forse a dei marmocchi educati in tal modo pensava Rudolf Heß quando, nel 1928, sulle pagine dell’organo ufficiale di partito tentò di spacciare la frottola che il saluto nazista, lungi dall’essere poco tedesco perché già fascista, fosse un’espressione profondamente naturale dell’essere umano già riscontrabile nei bambini. Così naturale che, nei primi mesi del regime, per le strade del Reich capitava di imbattersi in artisti da baraccone muniti di scimmiette addestrate a sollevare con gran naturalezza il braccio teso per impressionare i passanti.
Ma lo spettacolo durò poco, perché ai nazisti non andava a genio di venire scimmiottati.
Poco male. C’è da scommettere che anche per le scimmie sarà stato un sollievo non dover più mettersi a fare le naziste.


