Scritto per il rendiconto annuale della Banca Popolare di Sondrio (Suisse), 2002.
Nei primi tempi successivi alla morte dello scrittore, pochi editori tedeschi avrebbero scommesso sulla fama postuma di Hermann Hesse (1877 – 1962). Sebbene in vita avesse goduto di un notevole successo, culminato con il conferimento nel 1946 del premio Nobel, la fama del loro connazionale appariva in declino: i lettori scarseggiavano, le vendite dei suoi libri languivano.
Ma si sbagliavano, come si sbagliava Timothy Leary quando, nel 1963, pubblicò in America il saggio che avrebbe dato origine a un incredibile “Hesse-Boom”, facendo assurgere lo scrittore svevo al ruolo di profeta di quella “generazione psichedelica” che vedeva nel consumo di allucinogeni la via maestra per raggiungere il Nirvana.
Se Leary si fosse infatti soffermato un poco più a fondo sugli scritti di Hermann Hesse, sarebbe stato più cauto nell’interpretare i suoi romanzi come descrizioni di un “viaggio” lisergico.
Ma, d’altronde, fu anche grazie a quella ricezione errata che migliaia di giovani entusiasti, attirati dall’esotismo di Siddharta e da una lettura del Lupo della Steppa inteso come un manuale di “sesso droga & musica jazz”, contribuirono a riportare l’attenzione del pubblico su Hesse, elevandolo poi al rango di vero e proprio classico moderno, in grado di varcare i confini geografici e culturali in cui le sue opere erano state concepite per divenire patrimonio della letteratura mondiale.
Ed è proprio su scala mondiale che viene celebrato quest’anno il 125° anno di nascita e il 40° della morte di Hesse, un doppio anniversario che ha fornito l’occasione per una fitta serie di manifestazioni coordinate in vari Paesi: Germania, Italia, Svizzera e perfino India.
Allo scrittore, che non riteneva esserci “niente di più odioso […], niente di più stupido dei confini”, una celebrazione così “globale” avrebbe fatto certamente piacere, anche se, noto per la sua indole schiva e riservata, il fasto che tali manifestazioni si trascinano appresso lo avrebbe probabilmente lasciato perplesso.
Il radicato internazionalismo di Hesse, che in vita sua rimarrà sempre estraneo a qualsiasi concetto di Nazione, è da intendere più come il frutto di una giovanile e spontanea assimilazione dello spirito “cristiano e quasi completamente a-nazionale” della casa paterna, che di una scelta meditata e riflessa avvenuta in età matura.
Il padre è, infatti, cittadino russo di origine baltiche, la madre tedesca, con ascendenze svizzero-francesi. Entrambi i genitori sono di acceso e rigido credo pietista: in passato hanno prestato servizio in India come missionari per trasferirsi poi a Calw, cittadina sveva della Germania meridionale. Il nonno materno, Hermann Gundert, è un celebre filologo orientalista, proprietario di una ricca biblioteca, dove il nipote assimila i primi nutrimenti spirituali e respira quel fascino d’Oriente che lo incanterà per tutto il corso della sua lunga vita.
Gli anni dell’infanzia e della prima giovinezza, “bella e profondamente vissuta, ma non facile”, riverbereranno in tutta l’opera di Hesse, che spesso narrerà nei suoi romanzi, in forma più o meno alterata, eventi biografici riconducibili a quei primi anni fondamentali per la sua sensibilità artistica, ricchi di “sensazioni dolcissime ed intense, di passioni sofferte ed istintive”, da cui egli instancabilmente attingerà la propria malinconia. Agli anni innocenti dell’infanzia, all’assidua ricerca di un contatto libero e diretto con la natura, si legherà quella alta “poesia del vagabondare” che costituisce il filo rosso di tutta l’opera hessiana.
Dal quarto al nono anno di vita del figlio, i genitori si trasferiscono temporaneamente a Basilea, dove il “senza patria” Hermann, che fino ad allora ha viaggiato con passaporto russo, ottiene la cittadinanza svizzera. Ritornata la famiglia in Germania, diventa cittadino tedesco, per poi acquisire di nuovo cittadinanza svizzera, una volta che, in età matura, stabilirà definitivamente la sua residenza a Montagnola, nel Canton Ticino.
Anche da questa girandola burocratica possiamo intuire come Hesse abbia viaggiato molto e, in effetti, durante la prima metà della vita egli intraprende spesso viaggi che possano interrompere la tranquilla monotonia dei suoi giorni, cercando alimento per il proprio animo inquieto in terre lontane.
Hesse viaggiatore evita gli scontati luoghi turistici, ammirando più la naturale magia dei riflessi nella laguna piuttosto che il fasto di Palazzo Ducale, conversando con una semplice famiglia contadina piuttosto che dilungarsi negli Uffizi, riempiendo pagine e pagine dei suoi taccuini e traducendo spesso le impressioni tratte, non solo in diari di viaggio come il Dall’India (1913) o il Viaggio a Norimberga (1927), ma anche in numerosi racconti e poesie.
Quasi tutti i suoi viaggi puntano al Sud, tanto che, con teutonica precisione, Volker Michels, il curatore dell’opera hessiana, ricorda come in tutta la sua vita lo scrittore non abbia trascorso neppure un mese al di là del 50° di latitudine, né si sia mai spinto più a nord di Brema.
Meta preferita è l’Italia, dove Hesse si inebria di quella “sincerità di vita, sotto la nobilitante tradizione di una storia e di una civiltà classica” che lo spingerà a ritornare frequentemente nella penisola.
Dai suoi viaggi reali e da quelli compiuti dai suoi personaggi letterari, Hesse giunge anche a celebrare – ci sia concesso questo piccolo campanilismo – le “maestose colline costellate di vigneti, profondamente ondulate e terrazzate” della Valtellina e i suoi prodotti, tanto che Peter Camenzind (1904), il “figlio della montagna” dell’omonimo romanzo che lo rende famoso ed economicamente indipendente, per lenire i dolori dell’animo si abbandona con preoccupante frequenza al “sapore aspro ed eccitante” del rosso vino valtellinese, ritenendo che questa bevanda sia in grado – altro che L.S.D.! - di fargli compiere magie, creare e poetare.
Con questo non si pensi tuttavia di liquidare il Camenzind come un semplice beone, sebbene egli stesso nei momenti di sconforto si consideri tale. Al contrario, il libro si ricollega alla nobile tradizione del “Bildungsroman”, il romanzo di formazione in lingua tedesca – che annovera capolavori come il Wilhelm Meister di Goethe, l’Enrico di Ofterdingen di Novalis e l’Enrico il Verde di Keller – nel quale si narra il percorso di auto-istruzione d’un giovane che abbandona il proprio borgo per avventurarsi nel mondo, spinto da inquietudine e desiderio di soddisfare le sue aspirazioni artistiche formando così, attraverso le varie esperienze della vita, la propria personalità, mosso e posseduto dallo “Streben”, il romantico anelito di pacificazione tra poesia individuale e “prosa del mondo”. Comprendiamo quindi come il tema del Viaggio vada inteso nell’opera di Hesse non solo in senso geografico, ma anche e soprattutto come metafora del necessario e doloroso cammino interiore per raggiungere la “Heimat”, la patria spirituale, il proprio punto di equilibrio e stabile armonia.
Il viandante di Hesse è colui che, come l’Emil Sinclair nel Demian (1919), porta impresso “il marchio di Caino”, il marchio del cercatore e di colui che soffre intimamente del dissidio tra la propria individualità e il mondo borghese, colui che, scavando inquieto nel proprio inconscio, è bramoso di raggiungere quella vita vera, quella vita autentica che si cela dietro il sipario delle illusioni, dietro l’incessante fluire delle apparenze e che sola può rasserenare chi avverte con dolore il tragico sentimento dell’umana caducità.
In viaggio sono il letterato giramondo Hermann Lauscher (1901), romanzo ancora acerbo e a tratti improntato a un certo estetismo di maniera, che nondimeno già esprime la tipica tematica hessiana. In viaggio, o meglio in fuga, è poi l’impiegato disonesto del racconto breve Klein e Wagner (1920), o il tormentato Harry Haller nel Lupo della Steppa (1927), così come l’affascinante Boccadoro di Narciso e Boccadoro (1930), fratello maggiore di quel simpatico vagabondo Knulp (1915) che apparentemente si aggira “libero felice e buono a nulla” come il perdigiorno di Eichendorff, ma che in fondo avverte malinconicamente la fragilità dell’esistenza.
In viaggio verso se stesse sono anche quelle figure dell’universo hessiano che hanno preferito la “vita contemplativa” alla “vita activa”. Pensiamo all’ombroso musicista Kuhn del Gertrud (1910) – il romanzo meno amato da Hesse – e il pittore Veraguth di Roßhalde (1914), che avvertono con più o meno rassegnazione il contrasto tra le personali ambizioni artistiche e la prosaica realtà in cui vivono. Due romanzi che, insieme, costituiscono il prodotto di una riflessione sul ruolo dell’artista e i suoi conflitti familiari, compiuta da Hesse negli anni trascorsi a Gaienhofen sul lago di Costanza (1901 – 1912) quando, ispirato da un desiderio di fuga dalla città, allora piuttosto popolare in Germania e ravvisabile già nel Peter Camenzind, si illude di poter condurre un’esistenza sedentaria e contadina insieme alla prima moglie e ai tre figli, ottenendo però solo ripulsa per quella che è sostanzialmente una vita improntata all’opprimente tranquillità borghese.
In viaggio è pure Josef Knecht, il leggendario “Magister Ludi” del Giuoco delle Perle di Vetro (1943), non tanto per le sue numerose escursioni fuori e dentro la provincia pedagogica di Castalia, l’utopico stato modellato sui contorni del Ticino in cui si svolge il romanzo, quanto per il cammino spirituale che lo porta a compiere il suo ultimo e più alto atto di servitore ed educatore, non già nei palazzi di un Ordine dello Spirito nobile ma arido, bensì al di fuori di esso e là nel mondo. Nell’immersione panica in un lago alpino e nel sacrificio di se stesso, si compie così interamente –
è chiara la citazione hegeliana del famoso paradosso del Servo, che nel sacrificio del lavoro diventa Signore del suo stesso Padrone – l’istruzione del giovane Tito Designori.
Ma soprattutto è in viaggio Siddharta (1921), il figlio del bramino che abbandona la casa paterna unendosi agli eremiti penitenti, per poi esperire le gioie erotiche della cortigiana Kamala e infine trovare pace trascorrendo la vecchiaia accanto all’illuminato Vasuveda. “Non vado in nessun posto. Sono soltanto in cammino. Vado errando” è la risposta di Siddharta a Govinda, l’amico che gli chiede dove egli sia diretto, senza capire che la meta del lungo cercare di Siddharta non è “nient’altro che una disposizione dell’anima, una capacità, un’arte segreta di pensare in qualunque istante, nel bel mezzo della vita, il pensiero dell’unità, sentire l’unità e per così dire respirarla”.
Il Vagabondo, o ancor meglio, il Cercatore, come Hesse stesso si definisce, è colui che, sentendosi estraneo al mondo borghese e da esso non capito, decide di porgersi ai margini di esso e perseguire il proprio cammino individuale in solitudine, avverso a ogni autorità, prima fra tutti quella scuola duramente criticata in Sotto la Ruota (1906) che, insieme con I turbamenti del giovane Törleß di Robert Musil pubblicati nello stesso anno, costituisce un durissimo attacco all’opprimente conformismo dell’istituzione collegiale. Il romanzo giovanile di Hesse – frutto di un’elaborazione letteraria della propria esperienza scolastica e di quella del fratello Hans – prende spunto dalle vicissitudini contingenti del seminarista Hans Giebenrath e dell’amico Heilner (il ricorrere simbolico di nomi in H.H. è tipico degli scritti di Hesse), per risolversi in un’accusa generale all’istruzione scolastica in quanto tale che, votata al motto dello “spezzare la volontà” dell’alunno, mira a rendere il futuro uomo un docile ingranaggio della macchina sociale. Molti anni più tardi, con la figura del “Magister Ludi” Josef Knecht, Hesse creerà quell’ideale di maestro illuminato, che solo avrebbe potuto salvare il piccolo Hans dalla disperazione in cui invece si distrugge annullandosi.
Il mito del Viandante raggiunge il culmine nel Pellegrinaggio in Oriente (1932), l’affascinante racconto di quell’ideale “comunione di anime” già vagheggiata nel Demian e in seguito ricordata da Hesse nel discorso di conferimento del Nobel, ideale che sempre covò anche Friedrich Nietzsche: un’accademia dei liberi spiriti di tutti i tempi e tutte le latitudini in cammino negli spazi e nei secoli al servizio – ricordiamoci di Knecht – della pace e dell’armonia umana e la cui meta, racconta il violinista H.H. protagonista del Pellegrinaggio, “non era soltanto un’entità geografica, ma era la patria e la giovinezza dell’anima, era il Dappertutto e l’In-Nessun-Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi”. Senofonte, Platone, Lao Tze, Novalis e tutti gli altri grandi artisti e uomini di pensiero passati presenti e futuri, tutti i grandi scrittori della “Weltliteratur” insieme con i loro personaggi, costituiscono quei pellegrini alla cui memoria sarà dedicato – in un raffinato gioco autoreferenziale – il Giuoco delle perle di Vetro, la grande opera senile dedicata al nobile ordine spirituale di Castalia, inteso dallo scrittore come utopico contrasto alla barbara realtà del Reich nazista.
Il motivo del viaggio interiore viene in particolare arricchito di tematiche mitologiche e psicoanalitiche negli scritti successivi alla profonda crisi che colpisce Hesse durante gli anni della prima Guerra Mondiale, crisi da cui esce grazie all’interessamento per le teorie junghiane sull’inconscio collettivo e a numerose sessioni di analisi.
Molti personaggi di Hesse vivono, infatti, continuamente in bilico nella zona di confine fra il conscio e l’inconscio, fra i due mondi in cui cresce il piccolo Emil Sinclair e nell’abisso in cui si dibatte Klein, costantemente sull’orlo della follia. Si pensi anche a Klingsor (1920), la cui pittura surreale permette all’artista di riattraversare tutte le tappe del profondo, e si pensi soprattutto alla frantumazione in mille “molteplicità di nuclei psichici” del “pazzo” Harry Haller, che si dibatte continuamente lacerato in un’esistenza impossibile, contemporaneamente dentro alla società borghese e fuori da essa, gentile e colto intellettuale ma anche bestia feroce e notturna.
Con il Lupo della Steppa Hesse prende una posizione critica contro i suoi precedenti romanzi come Camenzind e Gertrud, in cui ora ravvisa, nonostante tutto, un fondo di falsità. Se Camenzind e Kuhn, constatando la loro condizione di inetti a vivere, si rinchiudono pavidamente in una nobile quiete, Harry Haller compie invece il salto nell’abisso e guarda negli occhi le profondità della propria anima. Ma questo “dialogo con l’inconscio“, lo Sguardo nel Chaos (1920) che rivela la vanità di ogni ordine e l’interscambiabilità di tutti gli opposti che lacerano l’esistenza, è portatore di un effetto catartico in grado di svelare che i contrasti della vita, la divisione fra Spirito e Natura, tra Buono e Cattivo, tra Yin e Yang non sono nient’altro che un velo di Maya celante l’unità del Tutto.
Solamento attraverso lo sguardo nell’abisso si può, infatti, raggiungere quella “Madre primigenia” verso cui tendono tutti i personaggi di Hesse, ne siano coscienti o meno: quel grembo originario in cui ogni identità individuale cessa di dolere, per ritornare a fondersi in una comune origine indifferenziata.
Il “marchio di Caino” che portano impresso Emil Sinclair e il suo amico e alter-ego Demian, non è altro che il marchio del Chaos (dal greco χάος, ovvero anche baratro, voragine che si spalanca), il marchio degli eletti che hanno guardato nell’abisso dell’esistenza umana riuscendo a scorgerne l’inesprimibile armonia.
Ecco allora il significato di tanti simboli e tematiche ricorrenti nella prosa hessiana. Si pensi alla metafora del sogno, unita alla lucida coscienza dei limiti della parola. Pur con tutta la sua potenza, il linguaggio non può che evincere dall’uso dei concetti, delle definizioni che tracciano i confini del pensiero ma che inevitabilmente sono costrette a limitarlo. Il sogno è, invece, in grado di donare la “libertà di vivere contemporaneamente tutte le cose pensabili, di scambiare per gioco il dentro e il fuori, di far scorrere come quinte il tempo e lo spazio”. Attraverso la sua magia, la realtà trasmuta, sfuma, perde la rigidità del pensiero dialogico e acquista quella molteplicità e mistero in grado di trasformare un omega in un serpente, come succede al giovane Boccadoro quando studia assonnatamente il greco, credendo così di compiacere l’amico studioso Narciso che, al contrario, capisce la necessità per l’amico di seguire il proprio destino uscendo dal chiostro di Mariabronn – variazione di Maulbronn, il collegio in cui studiano Hermann Hesse e Hans Giebenrath - per gettarsi nelle braccia della vita, delle donne e della natura.
E si pensi poi alla musica e all’acqua, presenze irrinunciabili nell’opera di Hesse, perfetti simboli della serena armonia e dell’essere nel divenire.
Quasi in ogni romanzo di Hesse troviamo scorrere libera e impetuosa l’acqua di un fiume, o riposare sereno e profondo lo specchio di un incontaminato lago alpino. Spesso scorgiamo anche librarsi e viaggiare sospese fra cielo e terra una o tante nuvole, “eterno simbolo del viaggiare, della ricerca, del desiderio e della nostalgia”, come avverte Camenzind nel suo bel canto alla natura, sicuro che al mondo non vi sia uomo che ama le nuvole più di lui.
Femminile e materna, l’acqua racchiude gli opposti come il grembo originario della Madre, e ad essa si affidano terminando la loro vita terrena non solo l’impiegato Klein o il probabile suicida Hans Giebenrath, ma anche il leggendario Knecht che, in un'altra vita, fu anche Mago della pioggia.
Colui che, come il barcaiolo Vasuveda del Siddharta, sa ascoltare la musica del fiume, è colui che ha scorto l’Essere dietro l’eterno e cangiante fluire delle onde e possiede il sorriso dell’illuminato.
Ma sorride anche l’amico musicista Pablo, in verità l’immortale Mozart, che, insieme alle sensuali e misteriose amiche Maria ed Erminia, avvia il lupo della steppa verso la guarigione, facendogli riconoscere dietro il crepitio di una vecchia radio la sua musica immortale, quel “linguaggio senza parole che esprime l’inesprimibile e rappresenta l’irrappresentabile”.
La musica è l’arte assoluta che affascina e commuove Emil Sinclair, Hermann Lauscher e Josef Knecht, il quale, nel progetto non finito della sua quarta vita, in lei troverà ciò che l’educazione pietista non gli ha saputo dare.
La musica “universo di ogni espressione dello spirito, linguaggio supremo della divinità”, come nota Padre David Maria Turoldo, è per Hesse e i suoi personaggi la più alta espressione di contatto con l’armonia universale. Ecco allora che il sublime Giuoco delle perle di vetro, nobile capacità dell’associare in un'unica melodia i più vasti campi del vero, del giusto e del bello, non può che poggiare e trarre origine proprio da quest’arte. E dove la musica è ridotta a stridente e sguaiato strimpellare di un violino, lì è segno che non regna alcuna armonia, come accade nel cupo seminario di Maulbronn in Sotto la Ruota, dove un collegiale incapace si ostina ottusamente a graffiare il povero strumento, facendo solamente la figura del cretino.
La descrizione più bella della prosa hessiana, paragonata proprio a una composizione musicale, ci è stata lasciata da Hesse stesso, nell’ironico e acuto racconto – amatissimo dall’amico Thomas Mann - dal curioso titolo di Psicologia Balneare (1925): “S’io fossi un musicista”, immagina lo scrittore “potrei scrivere senza difficoltà una melodia a due voci, una melodia composta di due linee, di due serie di toni e di note, che corrispondono, si completano, si combattono, si condizionano a vicenda […] E chiunque sapesse leggere uno spartito potrebbe leggere la mia doppia melodia, vedrebbe e udrebbe, di ogni nota, la nota opposta, la nota sorella o nemica o antitetica. Ebbene, è proprio questo, questa doppia vocalità, quest’antitesi in eterno movimento, questa linea doppia che io vorrei esprimere col materiale che ho a disposizione, cioè con le parole e ci lavoro disperatamente e non riesco”.
Tutte le coppie dallo scrittore, come Narciso e Boccadoro, Veraguth e Burkhardt, Muoth e Kuhn, Siddharta e Govinda, Sinclair e Demian, Knecht e Designori costituiscono, infatti, una melodia a due voci suonata nel tentativo di rappresentare il mitico uomo ideale che sappia finalmente unire i due poli dell’esistenza, vivendo in armonia fra Eros e Logos, fra spirito apollineo e dionisiaco, al di là di ogni separazione, nella primigenia unità divina.
Ma il destino di tutti questi viandanti, risuoni in essi più una nota che l’opposta, è unico e diverso per ognuno. Se Narciso ha scelto la via della contemplazione, Boccadoro percorre quella dell’arte e dell’amore sensuale. Se il lupo Harry Haller si aggira brado e anarchico nella steppa, il “Magister Ludi” Josef Knecht, anche quando abbandona la carica di maestro del Giuoco lasciando la superba provincia pedagogica, compie l’azione con il proposito di servire e conservare l’Ordine castalio.
Per raggiungere la “Heimat”, Hesse non si stanca di mostrarci come l’unica strada da percorrere sia la via interiore della propria coscienza. Ecco perché, quando Siddharta incontra il Budda, egli ammira e rispetta sommamente il Gotama, ma non ne diventa discepolo, come invece accade all’amico Govinda, bensì continua a percorrere la propria via, conscio che solo in questo modo egli potrà essere vicino al venerabile.
È, quello di Hermann Hesse, un insegnamento di libertà e responsabilità semplice e toccante come lo sono tutte le grandi verità dell’umana saggezza: sii te stesso, percorri la tua strada, perché “un padre può dare a suo figlio il naso e gli occhi, e magari l’intelligenza, ma non l’anima. Essa è nuova in ogni uomo”.


