Hesse e Mann, che sgommate
Il rapporto degli scrittori del Novecento con le automobili, da Thomas Mann a Nabokov, da Proust a Beckett
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 7 gennaio 2007
«Dappertutto morti straziati, dappertutto automobili schiacciate». Nonostante l’apocalittico scenario di battaglia tra l’uomo e la macchina descritto nel Lupo della Steppa, nella vita quotidiana il rapporto di Hermann Hesse con le vetture era molto più placido. Nei suoi viaggi intorno al mondo egli non disdegnava certo gli agi delle quattro ruote. In tarda età, poi, si tolse la voglia di valicare in Mercedes quegli stessi passi alpini che da giovane aveva percorso scarpinando.
Per i viaggi in automobile il suo collega Thomas Mann nutriva addirittura un’autentica passione. Non appena salito in macchina si affidava completamente all’autista – lo scrittore era privo di patente – provando verso il suo chauffeur «un’infantile fiducia», come ricorda la figlia Erika. Con i proventi de La Montagna Incantata Thomas si regalò una Fiat 509 cabrio nera fiammante, per la quale fece costruire un apposito garage. Qualche anno più tardi, nel 1929, il già noto scrittore divenne ancor più celebre grazie al conferimento del Premio Nobel. E con l’aumentare del successo, crebbe anche il parco macchine. Fino a quando – nel 1933 – i nazisti gli confiscarono tutto. O quasi. Perché Erika riuscì a portarsi all’estero l’amata Ford, quella con cui due anni prima aveva partecipato a un’estenuante corsa d’auto in giro per mezza Europa: «cambiavamo più nazioni che abiti» ricorderà poi. Era una delle pochissime donne tra i corridori e riuscì persino a conquistare il podio. Donna al volante? Per fortuna! Altrimenti come avrebbe fatto Vladimir Nabokov – che pur essendo iscritto al club degli automobilisti americani non sapeva guidare – a percorrere gli Stati Uniti per dedicarsi alla sua passione più bruciante, quella della caccia alle farfalle? Era la moglie Véra a doverlo scarrozzare in lungo e in largo, senza nemmeno divertisti granché. «400 chilometri attraverso un paesaggio opprimente alla ricerca di ferniensis; 200 chilometri per tre nielithea» annota sconsolata la donna ritornando da una gita nel Kansas. Al contrario di Samuel Beckett, appassionato corridore nonché collezionista di infrazioni, per Nabokov l’auto era solamente un mezzo. Soprattutto per stare fermo. Quando non si dedicava al proprio hobby, Vladimir la usava infatti come stanza da lavoro: «ho composto quasi tutta Lolita sotto i platani sul ciglio di una strada». Anche Marcel Proust amava l’auto. Ma ancor di più gli autisti. Ne ebbe vari, ma quello per cui provava un vero trasporto era il giovane Alfred Agostinelli, probabile modello per l’Albertine della Recherche. Quando Alfred morì compiendo una manovra sbagliata al timone di un aereo – Marcel aveva finanziato il corso di volo – Proust covò pensieri suicidi, augurandosi di finire investito da un autobus.
Ulf Geyersbach, …und so habe ich mir denn ein Auto angeschafft, [E così mi sono comprato un’auto], Nicolai, Berlino 2006, pagg. 126, € 44,80


