I confini di Claudio Magris
Una recensione de La Storia non è finita, tra tolleranza, laicità e valori non negoziabili
Pubblicato su Nuova Antologia, ottobre-dicembre 2007
Contrariamente a certi avventati ottimisti, convinti dell’arrivo di un ordinato e pulito liberalismo mondiale in seguito al crollo del comunismo, Claudio Magris ci ricorda nel suo ultimo libro come la Storia sia ben lungi dall’esser conclusa. Perché i nemici del vivere pacifico non trovano riparo solamente nell’alveo delle fallite ideologie totalitarie. Ognuno di noi, invero, può contribuire a minare il tessuto della società libera in cui vive. Ripudiare istintivamente la violenza del pensiero totalitario non basta, infatti, per esserne immuni. Schegge di dogma possono celarsi conficcate nei nostri pensieri, quand’anche ci si ritenga cittadini modello e democratici insigni. L’intento di Magris non è certo quello di accusare i suoi lettori, ma la chiarezza dei ragionamenti, unita al calore dell’esposizione, parla al cuore mettendo in guardia la mente. Come ha scritto su queste pagine Graziano Bianchi, l’ultimo libro di Magris è un limpido confronto capace di ricordare in parte «lo spirito di fiducia generosa e incessante di Socrate, inventore del dialogo, e in parte la dialettica di Platone, senza però che ciascuno rimanga arroccato sulle proprie posizioni».
Ma se in democrazia l’esistenza di opinioni e convinzioni diverse eppure egualmente tollerate è un prerequisito per il libero sviluppo del cittadino, la moderna società della comunicazione corre talvolta il rischio, nel voler abbracciare ogni credenza, di stingere le contrastanti posizioni individuali in una grigia melma di idee, dove tutto e il suo contrario trovano comoda e irresponsabile ospitalità. Così una variopinta fiera olandese in cui un giorno s’imbatte il flâneur Claudio, esaltandolo per l’abbondanza di merci e la contraddittorietà delle opinioni esposte, è motivo per l’intellettuale Magris di ragionare sui limiti dell’indulgenza. Come ci si dovrebbe comportare se in mezzo a quella felice sagra della tolleranza s’annidasse chi smercia tesi razziste? Ovvero, fino a che punto la tolleranza deve rimanere tale? Questa la domanda popperiana alla base del libro, un interrogativo da cui più o meno esplicitamente prendono spunto tutti i cinquanta brevi saggi che lo compongono. Lo scrittore triestino, incline come i fiumi ad attraversare i confini, questa volta ci insegna che, seppur a malincuore, certe soglie è meglio non varcarle. E talvolta i muri anziché abbatterli, vanno eretti.
Se la messa in questione di secolari certezze, ovvero quel processo illuminista di allontanamento da una politica succube del dogma, ha contribuito in misura rilevante alla costituzione delle attuali democrazie liberali, il moderno e indistinto moltiplicarsi di credenze e valori personali rischia di affossare la società civile sotto il peso di una moltitudine trasformatasi in caos. Se una condotta politica basata su di una fede indiscussa facilmente s’irrigidisce in prepotenza, cosa diventa un’anarchia di capricci in libertà se non una pappa indigesta? In un tempo in cui «tutto sembra ridursi a optional», Magris ci ricorda che la società pluralista ha un estremo bisogno di confini. «Conoscere significa distinguere, sapere che una cosa è quella e non tutte le altre». Provare compassione per i giovani morti sotto le insegne di Salò, anziché negare loro umana pietà, non è infangare la memoria della sanguinosa guerra civile italiana. Ben vengano quindi gli sforzi per ripensare meno faziosamente le nostre recenti vicende. Eppure il cordoglio per quelle vite falciate non deve celare il fatto – come vorrebbe un certo revisionismo truffaldino – di avere a che fare con uomini caduti per difendere l’oppressore. Esiste infatti «un minimo di valori comuni» che comporta per tutti una gerarchia non negoziabile. La democrazia occidentale permette e incoraggia il libero dibattito tra posizioni contrapposte ed ugualmente legittime. Ma il suo, il nostro compito è quello di mettere al palo chi la democrazia la rifiuta, ad esempio incitando all’apartheid. Rifiutare chi osteggia la società aperta può essere doloroso, ma è inevitabile. Si tratta del tragico conflitto di sempre tra Creonte e Antigone, ovvero tra legge positiva, mutabile norma dello Stato, e il comandamento morale, eterna legge degli dei. Come può tuttavia la ragione essere sicura di interpretare correttamente quella legge divina, si chiede Magris, senza correre il rischio di ricadere nuovamente nel dogma? Come essere sicuri che il comandamento morale grazie al quale tappiamo la bocca ai nemici della democrazia sia veramente degno dell’alta posizione in cui lo abbiamo collocato? Magris non bara e sa che il cielo sembra tacere all’uomo moderno. Ma non per questo egli deve venire meno alla sua funzione di guardiano della pace. «La tragedia ma anche la dignità umana», afferma lo scrittore, «consistono nel fatto che a questo dilemma non c’è una risposta precostituita; c’è solo una difficile ricerca, non esente da rischi, anche morali».
Ascoltare, capire e tollerare, ma anche opporre dei netti rifiuti, senza mai idolatrare né dissacrare, non darla a bere a sé stesso «trovando mille giustificazioni ideologiche per le proprie mancanze», né coltivare il culto di sé: questa secondo Claudio Magris è l’essenza della morale laica, quel metodo di comportando dell’uomo libero che lo aiuta nella perigliosa navigazione tra gli scogli etici e politici della nostra vita. Affinché la democrazia si preservi, laici possono – e dovrebbero – esserlo tutti. Il laico può non essere credente, ma certo non spregia la religione. Laico è infatti anche il credente desideroso di improntare la propria condotta morale secondo i precetti della fede, e che tuttavia non vuole imporre il proprio punto di vista all’intera comunità dei cittadini. È un punto su cui Magris insiste molto, in pagine in cui pur traspare l’anelito religioso dello scrittore, il suo profondo rispetto ed interesse per il Verbo di Cristo. Talvolta, come nelle pungenti frecciate contro l’aborto, un argomento mai veramente tematizzato nel libro, pare addirittura scorgere in Magris un’incrinatura tra chiara pedagogia laica e impetuosa convinzione religiosa. Per contro a riprova della propria onestà intellettuale, quando egli cita il famosissimo periodo ipotetico dostoevskijano sulla società in cui ormai «tutto è permesso», non menziona l’apodosi («se Dio è morto»), evitando di cadere nel tranello di quei religiosi dogmatici per cui lo sconvolgimento dei costumi è sicuramente causa di chi non crede nel loro dio. La religione del laico credente Magris è infatti meditata perché sofferta, consapevole che ogni fede deve confrontarsi con la domanda di Giobbe. L’ammirazione per Papa Giovanni Paolo II non nasconde i punti meno luminosi del suo magistero, mentre la difesa della Chiesa non gli impedisce di prendere posizione contro il finanziamento pubblico delle scuole private (come sappiamo, in Italia prevalentemente cattoliche).
La prosa di Magris è convincente perché vissuta. Ogni norma di condotta vagliata non dimentica mai il caso personale al quale le è richiesto applicarsi. Si deve o meno dire la verità a un malato terminale? Nell’affrontare il delicato argomento, Magris non rifugge dal confessare i propri dolori più intimi. Le sue riflessioni sono pervase da una profonda umanità. Quando tira le orecchie lo fa col sorriso. Per sbeffeggiare l’atteggiamento leghista verso la “devolution” cita il ben poco nordico Alberto Sordi e la sua provincialissima voglia di “fa’ l’americano”. Ragionando sulle epocali conquiste nel campo della biologia affronta lo spinoso tema della clonazione. E dopo averci dischiuso le prospettive e i pericoli di una simile scoperta, ci sgrava l’animo sorprendendoci con una fulminante battuta, un vero e proprio “Witz”: «si clonano le pecore – e forse gli uomini – ma il raffreddore e la calvizie continuano imperterriti a resistere».
Magris sa renderci caldi quei valori “freddi”, come il rispetto individuale della legge in vista del bene comune, che sono alla base di una società libera, come insegnava Norberto Bobbio, il «grande laico» a cui lo scrittore dedica pagine lucide e accorate. Contro chi avversa quei valori accusandoli di essere nient’altro che vuoti formalismi e avanzando le ragioni del (proprio) cuore, lo scrittore ricorda che i valori freddi possono sì apparire noiosi, ma sono essenziali perché «tutelano ognuno, permettono al singolo individuo di vivere la sua irripetibile vita, di coltivare i suoi dèi e i suoi demoni, senza essere impedito né oppresso dalla violenza di altri individui». Ecco perché, diffidente verso chi cerca eroismi a buon prezzo disdegnando la vita degli uomini semplici Claudio Magris, un uomo né semplice né tranquillo, citando il dottor Zivago diPasternak si svela appassionato cantore della tranquillità quotidiana: «il primo vero avvenimento…era questo avvicinarsi del treno alla sua casa…Ecco che cos’era la vita, che cos’era l’esperienza – a che cosa mirava l’arte: ritornare a casa propria, ai propri affetti, riprendere a vivere».
Tra l’impegno politico e un tuffo nel mare, Magris sceglierebbe sempre il mare. Malinconicamente tuttavia egli è consapevole che vi sono dei momenti della vita pubblica in cui ci si deve privare dell’ebbrezza marina per darsi alla lotta politica, affinché tutti possano continuare a vedere il mare. In quei momenti, come un soldato controvoglia, Magris inforca l’arma dello scrittore per combattere la guerra del cittadino. E scrive sul Corriere della Sera quei fondi raccolti nella presente antologia. Ora abbiamo la possibilità di rileggerli: li troveremo sempre istruttivi.
Secondo Lord Ralf Dahrendorf vi sono alcune precise qualità possedute da un vero spirito libero, forte e capace di avversare quelle tentazioni dittatoriali a cui molti uomini di spirito hanno spesso ceduto. Sono la capacità di non cambiare rotta quando tutto intorno a sé è in tempesta, l’essere pronto a vivere i conflitti e le contraddizioni della vita con disciplina e passione, mantenendosi dedito alla ragione quale strumento di azione e conoscenza. Chi possiede queste virtù cardinali può dirsi a buon titolo un vero seguace di Erasmo, il grande umanista cui non mancavano né fede né ironia e che, «conscio della vanità del suo raziocinare, continua tenacemente a seguire la ragione, perché si rifiuta di credere che anche quel nulla sia la verità definitiva».
Claudio Magris è indubbiamente un erasmiano. Auguriamoci che le sue non rimangano “prediche inutili”.
La Storia non è finita. Etica, politica, laicità, Garzanti, Milano 2006, pagg. 245, € 16.


