Il Brevetto e Copyright
Brevetto e copyright nacquero a Venezia nel Quattrocento, non a Londra
Pubblicato su ADESSO, dicembre 2018
Silicon Valley in California è oggi per antonomasia un centro di intelligenze tecnologiche. E tuttavia l’Italia del Rinascimento non era da meno in quanto a creatività tecnica (oltre che a eccellenza artistica, ma questo è universalmente noto).
Fu infatti a Venezia che si inventò il brevetto. La prima legislazione europea su questo tema è del 19 marzo 1474. Una data certa poiché si trova nei documento ufficiali a firma del senato veneziano, di cui sono tuttora preservati gli originali (nel nostro caso le storiche carte sono depositate nell’archivio di stato di Venezia, senato terra, registro 7, carta 32).
Con questa legge Venezia si impegnava a tutelare la paternità di un’opera dando al suoi inventore il diritto di riprodurla in esclusiva, con conseguente beneficio economico dettato dalla connessa esclusività.
Secondo la traduzione in italiano moderno della Treccani il documento iniziava in questo modo: “La città di Venezia, per la sua grandezza e la sua liberalità, attira da diverse parti del mondo e ospita persone di acutissimo ingegno, capaci di escogitare e realizzare ingegnosi artifici. Se fosse possibile garantire a queste persone che è proibito agli altri di copiare, una volta visti, questi artifici, usurpando all’inventore in questo modo il vantaggio e l’onore della scoperta, queste persone potrebbero esercitare liberamente il loro ingegno e potrebbero trovare e realizzare delle cose che sarebbero di non poca utilità e beneficio per la Repubblica di Venezia.”
Evidente quindi i motivi economico-pratici sottostanti alla lungimirante visione della repubblica marinara.
Una apertura di vedute verso la tutela della tecnologia, quella di Venezia, dimostrata anche dal numero schiacciante di voti favorevoli con cui passò la mozione: centodiciannove favorevoli e solo dieci avversi. Purtroppo oggigiorno non possiamo dire che l’imprenditoria italiana dimostri tale attenzione al futuro, come sanno gli ingegneri dell’ufficio Brevetti di Monaco di Baviera, secondo cui il numero di invenzioni brevettate ogni anno e provenienti dall’Italia è minore di quello in Germania o altri Paesi.
Non tanto per una minore genialità dei mille archimede sparsi sulla Penisola italiana, quanto per un diffuso scetticismo sull’utilità e i costi nel portare avanti un complesso processo burocratico di attribuzione della paternalità, che spinge gli inventori italiani a scegliere di non tutelarsi in maniera ufficiale.
E pensare che fu proprio un italiano a ottenere il primo brevetto, e questo addirittura prima degli editti ufficiali della città marinara. Parliamo dello scultore Filippo Brunelleschi che nel giugno 1421 – con quella che oggi chiameremmo una legge “ad personam” - riuscì a ottenere da Firenze il “privilegio” riguardo all’invenzione di una chiatta galleggiante che permetteva il carico e trasporto di grossi blocchi di marmo. Lui, e solo lui, poteva costruirla e usarla.
Ma torniamo in laguna. Con il suo editto la Repubblica di Venezia oltre alla paternità del brevetto, ovvero il diritto esclusivo di riproducibilità delle proprie invenzioni, garantì anche la protezione legale nei riguardi delle opere letterarie, come ricorda Massimo Sideri nel suo libro sulle invenzioni italiane dimenticate (La sindrome di Eustachio, Bompiani 2017).
Molti erroneamente attribuiscono infatti all’inghilterra l’introduzione del diritto d’autore, facendolo risalire al Copyright Act di Londra del 1710. Ma in realtà il privilegio di stampa di un’opera letteraria era già contenuto in quel documento veneziano del Quindicesimo secolo. Potremmo quindi dire che, tuttalpiù, gli inglesi conservano il copyright sulla parola copyright.
Ma non è finita. Sempre a Venezia e nello stesso periodo, il pratico stampatore Aldo Manunzio ebbe l’intuizione di creare il libro tascabile, ovvero un volume cartaceo che si può agilmente portare e consultare fuori casa. Prima dell’invenzione di Manunzio i libri a stampa si chiamavano incunabili ed erano dei tomi poderosi da sfogliare debitamente appoggiati su un leggio. Belli certo, ma un po’ poco pratici. Manunzio, un po’ lo Steve Jobs del tempo, ebbe la semplice e geniale intuizione di migliorare qualcosa di già molto valido come il libro, rendendolo mobile, a tutto vantaggio della circolazione della cultura e, presumiamo, del proprio arricchimento come geniale stampatore.


