Il corpo della democrazia
Il libro di Philip Manow sulla simbologia del corpo del re sopravvissuta nell'architettura parlamentare democratica
Pubblicato su Il Notiziario della Banca Popolare di Sondrio, Numero 110, agosto 2009
E se Barack Obama fosse stato brutto? C’è da dubitare che in quel caso avrebbe suscitato gli stessi entusiasmi del giovane asciutto e sorridente di cui il mondo si è innamorato. Perché il potere si nutre e alimenta anche dei simboli del corpo, basti pensare a quanta importanza viene attribuita alla fisicità del nostro primo ministro, il cui aspetto, ha da sembrare sempre giovane affinché la decadenza degli anni non intacchi il carisma della propria immagine televisiva e politica.
Perciò, caro Jürgen Habermas, non illuderti: la pura ragione da sola non basta. Perché quando il filosofo tedesco, autore di Storia e critica dell’opinione pubblica, interpreta la moderna democrazia come uno spazio politico postmetafisico e razionale esprime tutt’al più il pio desiderio di un inguaribile illuminista, inconscio del fatto che per ogni mito distrutto altri ne sorgono occupandone il posto. Lo afferma Philip Manow, politologo all’Università di Costanza, secondo cui la teoria di Habermas sulla democrazia come forma di governo razionalmente fondata sul processo discorsivo è cieca di fronte a quegli importanti retaggi legati alla simbologia del corpo che sono sopravvissuti in essa ben oltre la fine della monarchia assoluta. Nella concezione medioevale del potere, secondo la celebre teoria di Ernst Kantorowicz, due erano i corpi del re: quello fisico e mortale del singolo sovrano e quello ideale ed eterno del principio dinastico. Ma al contrario di chi ha troppa fiducia nel lume della ragione, afferma Manow, con la Rivoluzione Francese e la decapitazione di Luigi XVI sulla pubblica piazza non venne dato un taglio definitivo all’antica e retrograda simbologia anatomica della sovranità. Al contrario, il mito del corpo immortale è più vivo che mai ed esso s’incarna ogni giorno innanzi tutto nell’architettura dell’aula parlamentare. È in questo luogo infatti che nel sistema repubblicano il «grande fantasma» (Foucault) della volontà generale prende simbolicamente corpo. Come spiegare, si chiede Manow, il fatto che l’Assemblea Nazionale francese scelga di disporre i deputati in emiciclo, mentre la Camera dei Comuni di Londra mantiene tuttora una struttura medioevale a ferro di cavallo? Non può essere una semplice questione di praticità, e proprio la persistenza di due soluzione architettoniche così diverse è lì a dimostrarlo, senza contare che tanto nel parigino Palazzo Borbone quanto a Montecitorio inizialmente l’acustica degli emicicli era così scarsa da rendere necessari numerosi interventi di ristrutturazione. Ma anche l’opinione secondo cui il semicerchio venne scelto dai rivoluzionari francesi per rendere visibile la contrapposizione tra destra e sinistra non soddisfa del tutto. Anzi era vero l’esatto contrario: nella prima fase della Rivoluzione s’insisteva a tal punto sull’unité dell’Assemblea che dopo le votazioni le schede veniva bruciate affinché non rimanesse traccia dei contrasti interni: ormai la volonté generale si era espressa.
Per Manow i motivi alla base della struttura architettonica delle aule parlamentari non sono né tecnici né storico-casuali, quanto piuttosto simbolico-rappresentativi: mentre ancor’oggi il ferro di cavallo inglese riproduce simbolicamente l’idea di una società medioevale divisa in ceti e unificata solo dal re (presente quantomeno in effigie), l’emiciclo repubblicano esprime armonia delle parti sociali in un corpo autosufficiente che rimanda a quell’«uomo artificiale» e sovraindividuale di cui parla Thomas Hobbes nel Leviatano per descrivere metaforicamente il sorgere dello Stato moderno.
Una volta che la ghigliottina recise la testa fisica e spirituale del re, critici come Edmund Burke denunciarono il sorgere di un ordine politico acefalo e sconnesso, quindi mostruoso. I Rivoluzionari d’altro canto capirono presto che il danno della decapitazione andava simbolicamente sanato dando vita a un nuovo corpo ideale. Il vuoto lasciato dalla morte violenta del monarca venne allora riempito con il mito della Nazione, il cui corpo fisico è idealmente rappresentato dal Parlamento repubblicano riunito nell’emiciclo. La polifonia delle diverse opinioni viene ricondotta a unità dall’oratore che di volta in volta si fa bocca della Nazione parlando in posizione centrale di fronte all’assemblea (con eccezione dell’Italia, in cui il deputato parla dal proprio posto). E come il corpo fisico del re, anche il Parlamento è soggetto a morte naturale per mezzo delle votazioni, un momento non a caso definito da Elias Canetti in Massa e Potere come un «qualcosa di sacro», in cui il popolo sovrano attraverso il proprio voto rende manifesto il corpo eterno della Nazione. Una teoria, quella di Manow, a cui forse Habermas potrebbe ribattere affermando che i numerosi retaggi monarchici presenti nel sistema repubblicano nulla tolgono al fatto che la sua legittimazione si debba fondare sul processo dell’argomentazione razionale. Manow però tiene a sottolineare l’aspetto emotivo del discorso politico. E chi voglia applicare all’Unione Europea le sue tesi converrà che, al di là di mille pensosi discorsi, quanto di più urgente alla causa del Vecchio Continente è la comparsa di un’élite politica internazionale capace di plasmare, con ragione, coraggio e un po’ di scaltrezza, un Mito Europeo suggestivo e vincente che ponga fine all’accusa di chi nell’Europa vede null’altro che uno scomposto Frankenstein dalle 27 teste.
Philip Manow, Im Schatten des Königs. Die politische Anatomie demokratischer Repräsentation [All’ombra del re. L’anatomia politica della rappresentanza democratica], Suhrkamp, Francoforte sul Meno 2008, pagg. 169, € 10.


