Per motivi familiari io per molti anni ho avuto il terrore di finire a lavorare in banca. L'idea di essere costretto in un ufficio, dalle nove alle cinque, incravattato, mi faceva semplicemente soffocare. Con il tempo sono maturato e ho capito che un ambiente di lavoro stabile e definito ha anche i suoi vantaggi, a partire da una sicurezza economica che un libero professionista non ha. Peccato solo che, scemata la mia paura del posto fisso in ufficio, sia diminuita anche la possibilità di conseguirlo.
Nel territorio da cui provengo, la Valtellina, esistevano due realtà bancarie, fiore all'occhiello del sistema finanziario italiano. Per decenni si sono fatte concorrenza, confrontandosi senza amarsi, ma riuscendo a fare della parsimonia di un'intera popolazione di origine contadina un serbatoio patrimoniale in grado di tenere testa alle banche nazionali. Poi, per via di fusioni e acquisizioni, l'identità strettamente locale dei due istituti è svanita. La lezione del radicamento ai propri valori si è scontrata con il risiko bancario dei grandi player, e a farne le spese sono stati tutti quei dipendenti che credevano di lavorare in una banca diversa dalle altre. Forse avevano ragione, ma non per questo la loro banca era inattaccabile, come per decenni si era creduto.
Quindi ora che, con addosso le cicatrici di una vita trascorsa nel lavoro culturale, intellettualmente più o meno gratificante ma economicamente traballante, e avendo nel frattempo messo su famiglia, sarei quasi disposto a mettermi le bretelle e lavorare in finanza, ecco che sono gli stessi bancari a scoprire che il terreno sotto di loro sta tremando, e tutta la solidità di una vita dedicata a un datore di lavoro viene rivoltata come un calzino da stravolgimenti globali con effetti molto locali. Perché sebbene molti di loro stiano ancora facendo la macumba a Renzi per la sua decisione di obbligare le banche popolari maggiori a diventare delle Spa, in realtà il processo di aggregazione economica è inarrestabile, e non solamente italiano.
In ogni caso, sfumata la possibilità di buttare la cultura alle ortiche per dedicarmi a fidi, mutui e recupero crediti, dovendo restare nel lavoro intellettuale non mi resta che perorare la causa del lavoro da remoto, in grado finalmente di liberare i colletti bianchi dalla schiavitù della presenza in azienda.
Smart working significa evitare perdite di tempo nello spostarsi tra casa e ufficio, significa, entro certi limiti, organizzare la giornata secondo la propria indole anziché secondo i dettami del capo, significa insomma un rapporto più sano con il proprio ritmo. Il lavoro da remoto non è per tutti, chiaramente. Ma a chi svolge una professione al computer, ed è dotato di una buona dose di autodisciplina, la possibilità di lavorare da lontano apre scenari di vita prima impensati. Questo, naturalmente, se non ci si deve relazionare a colleghi o a un superiore con la testa nel Novecento, pena il vivere sotto la perenne accusa di essere uno scansafatiche.
Ma nel caso la propria professione permetta di gestire in remoto tutto o una parte del proprio tempo, il guadagno di libertà è profondo. Sono cose che ormai sappiamo. Anzi, forse arrivo tardi: gli anni del Covid sono alle spalle e il trend del momento è l'inversione di marcia delle grandi società, che una dopo l'altra stanno richiamando in ufficio i molti dipendenti a cui avevano concesso troppe libertà. La ragione ufficiale è che a stare tutti sotto lo stesso tetto si guadagna in produttività. Quella ufficiosa è che l'imposizione sia anche un metodo indiretto per licenziare, indicando la porta a chi si rifiuta di restituire una libertà acquisita da così poco. Ma è proprio di fronte a queste notizie di restaurazione, che arrivano sempre più spesso dalle Big Tech della California, che credo sia necessario insistere sulla necessità del lavoro in remoto.
Lo smart working è una conquista di libertà, perché gestire il proprio tempo come e dove si vuole è un diritto fondamentale della persona, che ci è stato sottratto nei secoli scorsi dalla rivoluzione industriale prima e dal mondo dei servizi poi. In Europa siamo ormai lontani dall'alienazione di cui parlava Marx ritraendo l'operaio in fabbrica, ma cosa è spesso il lavoro d'ufficio se non l'obbligo di sottostare a imposizioni, divieti, controlli e riunioni che sembrano escogitati apposta per fiaccare il potenziale creativo, anziché per produrre risultati concreti? Non c'è bisogno di essere un fan di Frank Gramuglia per riconoscere che molta vita aziendale è un inferno, e che dare la possibilità di operare in remoto significa per i dipendenti essere trattati come persone responsabili anziché come infanti da sottoporre a uno sguardo costante.
Perché gli obiettivi di lavoro si possono conseguire in due modi: col controllo, e con la responsabilità. Nella mia azienda, Alpenway Media, ho scelto la seconda. E dal primo giorno ho detto alla mia collega che non l'avrei mai controllata sugli orari, ma solo sui risultati. Questo le ha permesso di crescere un figlio piccolo assai più facilmente che se avesse dovuto percorrere ogni giorno la via casa-ufficio, e le ha dato la possibilità di organizzarsi liberamente nello scegliere ferie, visite mediche e quant'altro. Il risultato? I film li produciamo comunque, ma in un ambiente di collaborazione, libertà e responsabilità individuale.
Facile lavorare in remoto, mi si potrebbe obiettare, visto che siamo in così pochi. Ma non è questione di numeri, bensì di mentalità. A parte il fatto che, quando produciamo un documentario, ci troviamo a coordinare decine di liberi professionisti, ognuno indipendente e libero di svolgere il proprio lavoro come meglio crede, senza che serva un ufficio centrale per domarli. Inoltre, di aziende che adottano una politica di home office ve ne sono anche tra le grandi: Airbnb dal 2022 lascia i suoi dipendenti liberi di scegliere dove vivere e lavorare, con pochi paletti; GitLab, che di dipendenti ne ha circa duemila sparsi in più di sessanta paesi, un ufficio non ce l'ha proprio; e Spotify tiene ferma la sua politica del «lavora da dove vuoi» mentre i concorrenti suonano la ritirata, con gli abbandoni scesi già nel 2022 sotto i livelli pre-pandemia. Non si può, ha detto Katarina Berg, allora responsabile del personale della società svedese, passare tanto tempo ad assumere degli adulti per poi trattarli come bambini.
Per correttezza, anche questa medaglia ha il suo rovescio. Più si delega, più ci si atomizza, più diventa importante incontrarsi periodicamente per ricordarsi, come piace dire al reparto del personale, che siamo tutti una grande famiglia. Perché la libertà individuale va integrata con i bisogni della collettività lavorativa: il rischio di agire come cellule, seppur connesse, è quello di dimenticare le dinamiche e le necessità di un gruppo coeso. Ma a questo, appunto, un ufficio del personale che viva nei tempi moderni sa ovviare, mescolando con sapienza la libertà dei singoli e le esigenze del gruppo. Una particolare attenzione va data poi ai neoassunti, che non possono essere semplicemente relegati nella propria stanza prima di aver compiuto un percorso di apprendimento che si svolge assai meglio in presenza. Senza contare che lo smart working è comodo nel momento in cui si abbia un luogo dove praticarlo, ma non tutti hanno la fortuna di disporre di postazioni di lavoro private ottimali: in tal caso l'ufficio diventa una salvezza anziché una condanna.
Tutto ciò va ricordato. Ma altrettanto necessario è affermare il valore di questa conquista. Se il Covid ci ha insegnato qualcosa di utile, oltre a rovinare la vita di molti, è che era possibile spezzare le catene che legavano molti dipendenti al luogo di lavoro. Questa “scoperta” ha messo in circolo un'aria di libertà prima impensata e, come effetto secondario, ha rimesso in gioco l'economia di molti luoghi remoti. Prendiamo la Valtellina, ad esempio. Da ridotto alpino di difficile accesso, sta sempre più diventando un luogo dove professionisti scelgono di trascorrere tutto o buona parte del loro tempo, immersi in una località rurale e insieme connessi col mondo. Tra questi vi è Fabrizio Capobianco, ingegnere e imprenditore che, dopo una vita di startup nella Silicon Valley, ha scelto di tornare tra le proprie montagne, riuscendo a far combaciare i ritmi americani con le sciate sulle Alpi italiane: «Quando sono partito dalla Valtellina a 18 anni, non avrei mai immaginato di poter fare l’ingegnere da qui» mi conferma. «Il mondo è cambiato: è arrivata la fibra, è arrivato il lavoro da remoto. Oggi lavorare da un posto con una qualità della vita altissima è possibile - ed è un’opportunità incredibile per la nostra valle».
Proprio vero. Tutto ciò, fino a qualche decennio fa, non sarebbe stato pensabile. Ma non solo e non tanto per i limiti tecnici, quanto per quelli culturali. Le videoconferenze e il lavoro in remoto esistevano anche prima della pandemia, ma solo dagli anni Venti sono diventati socialmente accettabili. Io stesso, dopo decenni lontano dalla Valtellina, sono in procinto di trasferirmi a Bormio, un luogo distante dai centri nevralgici della vita attiva, ma che diventa una meta di vita anche grazie alle possibilità concesse dal lavoro in remoto. Per questo trovo inquietante che sempre più voci si scaglino contro la libertà di svolgere la propria professione in un luogo diverso da un ufficio scelto dal capo.
E ancora più strano trovo che, in una società piena di rivendicazioni, il rifiuto di tornare ai tempi del cartellino sia così flebile, quasi silente. Ma forse pecco d'ingenuità. In un Paese, come l’Italia, in cui le paghe reali sono ferme da trent'anni, la richiesta di poter lavorare in libertà è solo il capriccio di chi non capisce che il vero problema è innanzitutto quello di essere pagati con dignità per il proprio lavoro. Quale esso sia, e ovunque esso venga svolto.



Agree! I just remmembered an article about Finnish mobile gaming company called “Fingersoft”, led by CEO Jaakko Kylmäoja, recently made headlines by introducing a 6-hour workday with 90% of full pay, a free gym, sauna, and wellness benefits for all employees- more freedom, more time for themselves.
I personally believe that working from home is truly the best setup — especially for introverts. Not only do you save a significant amount of time, but you also tend to work with far greater focus and concentration. No unnecessary interruptions, no small talk you didn’t ask for, just deep work on your own terms.
That said, I understand it’s not for everyone. For extroverts, or for people who live alone and crave social connection, the office can be a genuinely energising place. Human contact matters, and for some people the workplace fills that need beautifully.
If conditions were anything like those at Fingersoft — shorter hours, real perks, a culture built around wellbeing — then even the office wouldn’t sound so bad. In fact, it might actually be a joy.
But in a world that is not “Fingersoft”, where the standard is still 8+ hours, fluorescent lighting, and open-plan noise — the freedom to work from home means everything. Corona did help a lot to achive homeofice aka. More freedom