Il mio androide suona il Rock
Una storia degli automi e dei robot, da Erone di Alessandria alle macchine artiste di Francoforte
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 16 dicembre 2007
I robot sono tra noi. Corrono, ballano e suonano il violino. Se gli va bene. Altrimenti montano automobili in fabbrica, disinnescano bombe e fanno da cavia agli apprendisti dentisti, come tocca a una povera androide presentata all’ultima International Robot Exhibition di Tokyo (www.youtube.com/watch?v=Vaf-QxhQh6g).
La fascinazione degli uomini verso gli automi risale all’antichità: negli scritti del matematico Erone di Alessandria si trovano schizzi per la costruzione di statue semoventi, mentre nel Settecento i bambini meccanici di Jaquet-Drouz ammaliavano il pubblico scrivendo frasette e suonando melodie. Il protagonista del racconto di E.T.A. Hoffmann L’uomo della sabbia è talmente stregato da una donna meccanica che perde il lume dell’intelletto, e anche nel Blade Runner di Ridley Scott l’attrazione tra uomo e macchina è così profonda da trasformarsi in intesa erotica. Fantasie artistiche? Non per lo scienziato David Levy che sull’ultimo numero della rivista Spiegel afferma sicuro: «amore e sesso con i robot diventeranno inevitabili».
Agli automi vecchi e nuovi è dedicata una mostra del Museo della Comunicazione di Francoforte, in cui è soprattutto il Novecento a farla da padrone. Il secolo appena trascorso ha infatti sancito l’irrompere dell’uomo meccanico nel nostro immaginario e forse non è un caso che nella fiaba moderna de Il Meraviglioso Mago di Oz la protagonista Dorothy abbia per compagno d’avventure un tenerissimo omino di latta.
Il primo robot umanoide della storia tecnica si chiama Eric e viene assemblato in Inghilterra nel 1928, un anno dopo la comparsa al cinema della conturbante femmina metallica di Metropolis. Eric assomiglia a un cavaliere con l’armatura, può sollevare le braccia, alzarsi in piedi e – grazie a un altoparlante – sembra persino possedere il dono della favella. Di pochi anni più giovane è invece il progetto di Occultus, un automa dedito a compiti di polizia, la cui idea rimasta su carta viene rilanciata negli anni Ottanta con grande effetto dal film Robocop.
Indiscussa superstar all’esposizione mondiale di New York degli anni Trenta fu invece Elektro, un michelaccio di latta con una capoccia alla Mussolini, capace di gonfiare palloni e fumare sigarette. Tra gli ammiratori di Elektro anche un giovane Isaac Asimov che ne trarrà ispirazione per Robbie, la sua prima storia robotica. Tutto di produzione europea l’elvetico Sabor, un colosso fabbricato nel 1945 ed esibito per vari decenni su innumerevoli palchi. Sabor è alto quasi due metri e mezzo, pesa vari quintali e il suo inventore lo fa muovere, ballare e parlare da un assistente nascosto e provvisto di telecomando. Nonostane la mole con le signore è un galantuomo, anzi talvolta, riportano i giornali dell’epoca, si spinge persino a flirtare con le spettatrici. Sabor si esibisce fino agli anni Ottanta, proprio quando la robotica unita all’informatica comincia a diventare veramente esplosiva.
Ormai in Paesi come il Giappone ogni anno vengono presentati nuovi prodigi. L’ambizione di tutti i costruttori è realizzare macchine dotate di autocoscienza. Ma se a questo ancora la scienza non è giunta, nel campo dell’arte i “progressi” non mancano. Sebbene (ancora) non pensino, alcune macchine sono capaci di produzioni artistiche. Questa almeno la tesi dello Schirn, altro museo francofortese che, in parallelo con la mostra sui Robot, dedica un’esposizione agli “artisti automatici”. Si possono ad esempio ammirare aggeggi come le Méta-Matics dell’artista svizzero Jean Tinguely, meccanismi motorizzati costruiti negli anni Cinquanta e capaci di vergare disegni se messi in moto dal visitatore. Visti i “capolavori” risultanti non pare vi siano mai state zuffe per rivendicare la paternità degli scarabocchi prodotti: di Tinguely, del visitatore o della macchina? Stesso dilemma per i certo più armonici disegni prodotti dal congegno del danese Olafur Eliasson, un apparecchio in grado di tracciare a penna dipinti automatici tramite un sistema oscillante di pendoli. Nessun dubbio invece per Damien Hirst, che a scanso di equivoci apporta la propria firma a tutti i quadri prodotti dal suo apparecchio ogni volta che un visitatore lo aziona. L’Auto-Dalì Prosthetic di Tim Lewis invece non si occupa d’altro che imitare ossessivamente la firma di Salvador Dalì, in questo modo ironizzando sulla celebre avidità dell’artista spagnolo, preoccupato soprattutto della vendita dei suoi quadri.
Tra le pensate più insolite quella di Steven Pippin: un bacio (omosex!?) di due fotocopie Olivetti avvinghiate l’una all’altra così da fotocopiare se stesse. L’Auto Sculpture Maker di Roxy Paine sforna ammassi di lucido e rosso materiale plastico con un processo simile alla catena di montaggio ma volutamente gestito con lentezza ed errore, in modo da infondere a ogni blocco una forma differente da quello che l’ha preceduto, producendo pezzi unici e scompigliando l’idea stessa della produzione industriale di massa. Le opere di Antoine Zgraggen piaceranno infine a chi visita con fastidio la mostra, ritenendo sacrilega l’idea di una macchina elevata ad artista. Invece di produrre alcunché gli aggeggi di Zgraggen sono tutti pensati per distruggere, martellare e persino tirare bei calci (automatici) nel sedere.
Die Roboter Kommen!, Museo della Comunicazione, Francoforte, Schaumainkai 53.
Art Machines Machine Art, Schirn Kunsthalle, Francoforte, Römerberg.


