Il Muretto che ci spacca l'Europa
Reportage sul dibattito tedesco intorno all'euro, tra Theo Weigel, storici ed economisti
Pubblicato su IL, febbraio 2012
«Theo, abbiamo un problema: mi hanno rubato la penna!». Non appena si accorse del furto, Hans-Dietrich Genscher chiamò subito l’amico Theo Weigel. Perché tra il bottino sottratto dai ladri introdottisi nel suo appartamento l’anno scorso, vi era anche un oggetto a entrambi carissimo: la penna con cui – il 7 febbraio di vent’anni fa – i due ministri del governo Kohl firmarono il trattato di Maastrich, l’atto di nascita della moneta unica europea. Ce lo racconta in prima persona lo stesso Theo Weigel in un incontro organizzato dalla sezione monacense degli Alumni Bocconi.
L’ex ministro delle finanze della Repubblica Federale Tedesca, padre nobile tanto dell’euro quanto del patto di stabilità, in un momento in cui la „sua“ moneta è soggetta a sempre maggiori critiche, non si stanca di ricordare l’importanza di una comune valuta europea e soprattutto di una comune visione incentrata sui valori nati dopo la tragedia della guerra. Ma sono le parole di una generazione, quella dei Kohl Boys, che ormai da tempo non governa più la Germania. Ora vige l’approccio pragmatico e assai poco romantico di un’Angela Merkel pronta a bacchettare i vicini meridionali ricordando loro che l’unica ricetta per superare la crisi economica è fare come a Berlino: risparmio, conti in ordine, lavorare sodo e basta bagordi.
Ma non è che di questo passo la Germania finirà per estraniarsi dall’Unione Europea? Lo chiediamo a Thomas Schlemmer, studioso presso l’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco e Berlino. «L’UE è nata come una conseguenza della Seconda Guerra Mondiale e, fino alla caduta del Muro, tra Italia e Germania vi è stato un sostanziale equilibrio di potenze. Dopo la Riunificazione tuttavia il quadro è cambiato. La Repubblica Federale è cresciuta, e con essa i suoi compiti. Altri partner, come l’Italia, in questi vent’anni invece si sono sviluppati molto meno e così la forbice tra le due Nazioni si è allargata. La Germania oggi non è solo una potenza economica di livello mondiale, ma anche una potenza politica, ha un sito permanente nel consiglo di sicurezza dell’ONU, un’offesa per l’Italia che si è vista squalificata dal cerchio delle grandi potenze. Una situazione che, sì, porta a una certa estraniazione tra i due Paesi».
Senza contare il gelo tra Roma e Berlino ai tempi di Berlusconi, unanimemente considerato dai tedeschi di centro, destra e sinistra come un imbarazzante pagliaccio. Tutto il contrario di Herr Mario Monti, anche se non basta un uomo solo al comando, per quanto stimato come o più di Mario Draghi, ad ammorbidire i tedeschi. «La ritrosia della cancelliera a non allentare ulteriormente i cordoni della borsa è motivata dalla sua conoscenza psicologica dell’elettorato tedesco», spiega Heribert Prantl, caporedattore interni della Süddeutsche Zeitung. «La convinzione che non si debba diventare i campioni dei pagamenti verso l’Europa è piuttosto diffusa nella popolazione. Questo la Merkel lo sa bene e teme che un malumore così pericoloso si tramuti in una vera e propria avversione. Il suo scopo è rendere l’Europa il più tedesca possibile, quanto meno dal punto di vista della politica economica e finanziaria». Un dominio sui propri vicini condotto con mezzi assai meno cruenti di un tempo, ma più efficaci. D’altronde, se Helmut Kohl è stato uno dei padri dell’Europa, certo la Merkel non vuole esserne madre affettuosa, quanto piuttosto ricoprirne il ruolo di severa e temuta amministratrice delegata, per rivincere le elezioni del prossimo anno.
A furia di guardare al proprio tornaconto immediato, il sospetto è che i tedeschi abbiano scordato i vantaggi dell’integrazione europea. E tuttavia si può davvero credere a dieci anni dall’introduzione della moneta comune di poter ritornare al Deutsche Mark, un processo che tra l’altro causerebbe un apprezzamento della nuova-vecchia moneta nazionale in grado di far crollare le esportazioni del „made in Germany“?
«Credo di no», risponde Florian Baumann, ricercatore presso il centro di studi politici avanzati della Ludwig Maximilian Universität. «Sono pochissimi gli esperti che auspicherebbero un simile scenario. Tuttavia nella popolazione serpeggia questa voglia perché da una parte non ci si rende conto dei vantaggi portati dall’euro all’export tedesco e dall’altra la moneta comune viene associata – erroneamente – all’inflazione che negli scorsi anni in Germania ha fatto alzare significativamente i prezzi, soprattutto quelli dell’energia».
Di chi è allora la colpa di questa percezione sbagliata, che rischia di fare danni in tutta l’area euro? «Della politica, certamente, che non ha saputo comunicare ai propri elettori tutti i vantaggi ottenuti dalla Germania in Europa, lasciandosi prendere la mano dai più facili sentimenti populisti e, sostanzialmente, incolpando l’euro dell’inflazione. Ma questo non è solamente un problema tedesco».
In ogni caso però tutta tedesca è la paura, anzi il terrore, che si sviluppi in Europa una nuova spirale inflazionistica. Per capire quanto sia giustificato ancora oggi il timore germanico nei confronti dell’inflazione, rivolgiamo la domanda a Schlemmer, che ricorda come il suo Paese abbia subito ben due iperinflazioni: nel 1924 e nel 1948. «Soprattutto per i più anziani questa è stata un’esperienza assolutamente scioccante». Ma basta un ricordo ancora così vivo e tagliente a impedire alla cancelliera di considerare l’ipotesi di un’inflazione controllata per ridurre il debito pubblico in cui sta soffocando più d’un Paese europeo? «L’inflazione non è solo una questione economica, ma anche e sempre un fattore politico, perché è collegata all’indipendenza della Banca Centrale Europea», puntualizza il mio interlocutore. «La tradizione tedesca è quella di avere una banca centrale più o meno indipendente dal governo, una posizione che ha regalato alla Germania buone esperienze». Come per l’Italia, gli ricordo. «Ma per la politica economica tedesca l’indipendenza della Banca Centrale Europea modellata sulla Bundesbank è sacra: toccarla sarebbe un motivo di guerra! Anche perché non si parla di un’inflazione del 2 o 3%: per sdebitarsi ci vorrebbero cifre molto più elevate. Quanto all’“inflazione controllata“... mi ricorda la poesia „Zauberlehrling“ di Goethe: i politici sembrano degli „apprendisti stregoni“, e nessuno ha la ricetta per risolvere il problema».
Ma allora per la Germania ormai l’Europa cos’è? Una minaccia, una punizione o semplicemente un fardello, chiedo a Prantl. «Mi lasci rispondere con la frase che il leggendario Franz Joseph Strauß usava ripetere in centinaia di discorsi: „la Baviera è la nostra casa, la Germania la nostra patria, l’Europa il nostro futuro“. Certo, un tempo, negli anni Cinquanta e Sessanta, per i tedeschi l’Europa era una questione di cuore, oggigiorno invece è solamente un fattore di testa. Ma nonotante tutto, io credo che l’Europa sia l’unico trampolino verso il futuro che Berlino ha a disposizione. Questo in realtà vale per tutte le altre nazioni europee. Non c’è futuro, non c’è successo senza Europa».
Le stesse parole che risuonano alla conclusione dell’accorato discorso di Theo Weigel di fronte a una platea di manager italiani e tedeschi, per cui l’Europa non è il domani: è già l’unico oggi pensabile. Pur rifiutando nettamente l’opzione eurobonds («se la Germania l’anno scorso avesse accettato questa soluzione, oggi al governo in Italia ci sarebbe ancora Berlusconi»), anche Weigel non cessa di sottolineare come dalla crisi si possa uscire solo con più, e non meno Europa.
L’ex ministro delle finanze di Helmut Kohl è fiducioso: sarà dura, ma ce la faremo. Dopotutto segnali di speranza ce ne sono, e la Merkel è troppo scaltra per rischiare il baratro a furia di „nein“.
E non è forse un segno quanto è successo ad Hans-Dietrich Genscher lo scorso ottobre? Spedita per busta anonima, i ladri gli hanno riconsegnato la penna di Maastrich.


