Il perfetto attentatore
Uno studio statistico su trecento attentati politici dal 1875 al 2004
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 3 giugno 2007
Ammazzare capi di stato? Un lavoraccio. In media solo un attentatore su cinque riesce nel suo intento. E se anche la statistica ci informa che di questi tempi ogni due anni muore un leader per mano violenta, ciò non va ricondotto alla maggior fortuna dei killer moderni, bensì all’aumento delle nazioni indipendenti e quindi, statisticamente, alla crescita dei possibili bersagli.
Questo e altro si legge in Colpito o mancato?, il curioso studio di Benjamin F. Jones (Northwestern University) e Benjamin A. Olken (Harvard University), due professori americani che hanno passato al setaccio quasi trecento tentativi di assassinio politico per indagare gli effetti degli attentati sulle istituzioni e sulla guerra (il loro “paper” in inglese è liberamente scaricabile via Internet all’indirizzo www.nber.org/~bolken/assassinations.pdf).
Dal 1875 al 2004, il periodo preso in esame dai due ricercatori, i tentativi di omicidio alla più alta carica istituzionale di un paese – esclusi i colpi di stato e i complotti sventati in anticipo – sono stati 298. Di questi soli 59 si sono risolti in un successo per l’attentatore. I “successi” sarebbero stati sessanta se i professori, nel loro meticoloso elenco, non avessero stranamente dimenticato il nostro Gaetano Bresci, che la sera del 29 luglio 1900 ammazzò a pistolettate re Umberto I di Savoia.
Fermo restando che a Jones e Olken nulla importa dell’annosa questione in merito all’ammissibilità morale dell’assassinio politico, bensì preme solo analizzare il tirannicidio in chiave statistica, dal loro studio si apprende che il metodo più efficace per togliere di mezzo un sovrano è impiegare la rivoltella. Chi progetta di eliminare il potente di turno con una pistola ha una possibilità di riuscita quattro volte maggiore rispetto a chi si affida alle bombe. Trafficando con simili ordigni spesso infatti il bersaglio rimane incolume e a pagarne le conseguenze è il suo codazzo. Il 16 aprile 1925 ad esempio un attentato dinamitardo nella cattedrale di Sofia lasciò illeso Zar Boris III di Bulgaria mentre falciò centinaia di presenti. Fallimento totale anche per il mancato assassino di Idi Amin, il satrapo africano recentemente impersonato sul grande schermo da un bravissimo Forest Whitaker ne L’ultimo re di Scozia. Il tirannicida scagliò una granata con violenza tale che l’ordigno colpì il petto del massiccio dittatore e…rimbalzò indietro. Morirono in tanti, tranne Idi Amin Dada, rimasto vivo, vegeto e più cattivo che mai. Ben altrimenti andò a Lee Harvey Oswald: grazie al suo fucile Mannlicher-Carcano riuscì a centrare John F. Kennedy da una considerevole distanza mentre il presidente si trovava su un’auto in corsa. Abilità, fortuna o complotto? Ancora oggi sono in molti a dubitare che Oswald abbia agito da solo; le teorie alternative si contano a decine e ogni tanto rispuntano dalle soffitte nuovi video amatoriali di quel tragico giorno (l’ultimo ritrovamento, nel febbraio scorso, è visibile online presso www.youtube.com/watch?v=JY384ITlbTw).
Tra le variabili che incidono sulle probabilità di successo di un attentato vi sono l’età del leader, la sua durata in carica, il livello di democrazia, il reddito pro capite e il numero degli abitanti di un paese. Statisticamente è più facile che muoia ammazzato per mano di un suo concittadino George Bush anziché il leader afghano Hamid Karzai (300 milioni di potenziali killer per il primo, solo 26 milioni di possibili attentatori per il secondo). Consigliamo tuttavia a Karzai di non fare troppo affidamento sulle statistiche.
«L’assassinio non ha mai cambiato la storia del mondo», affermò Benjamin Disraeli commentando l’omicidio di Abraham Lincoln. E tuttavia, non sarebbe stata un po’ diversa la storia del Ventesimo secolo se nel 1939 il cattivo tempo non avesse spinto Adolf Hitler ad affrettare la partenza da una birreria di Monaco? Lì infatti il coraggioso falegname Johann Georg Elser aveva confezionato una bomba apposta per lui.
Secondo i due ricercatori l’eliminazione fisica degli autocrati porta a notevoli cambiamenti nella storia di un paese, particolarmente significativi se il dittatore si è insediato da poco e ancora non ha saldamente in mano lo scettro del potere. Le possibilità di una transazione democratica aumentano infatti del 13%. In caso di fallimento tuttavia c’è il rischio che il despota diventi ancora più sanguinario e utilizzi il fallito attentato per accentrare ancor più il potere nelle sue mani. Quando a venire colpito è invece il rappresentante di una nazione libera in cui le istituzioni democratiche hanno un ruolo maggiore rispetto all’arbitrio del singolo, la continuità governativa di norma è garantita.
Meno chiari sono gli sviluppi nel caso ci si sbarazzi del leader di una nazione in guerra. Se è in corso una «intense war», ovvero una guerra con migliaia di morti, vi sono buone probabilità che un omicidio istituzionale porti alla pace. Se tuttavia il conflitto è a “bassa intensità”, come nel caso delle ostilità israeliano-palestinesi, difficilmente l’eliminazione dei governanti favorisce l’armistizio.
Di sicuro, secondo i due ricercatori, l’uccisione di un leader nazionale non conduce quasi mai allo scoppio di un nuovo conflitto armato. Che dire allora dell’arciduca Ferdinando, il cui assassinio diede inizio nientemeno che alla Prima Guerra Mondiale? Statisticamente irrilevante, rispondono Jones e Olken. E poi Ferdinando non era un vero leader, ma solamente il principe ereditario dell’Impero Austro-Ungarico.


