Il poeta si mise in moto
Musil, Brecht, Nabokov e Thomas Mann: gli scrittori del Novecento e la loro passione (o diffidenza) per lo sport
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 9 aprile 2006
«Cosa facevano gli uomini prima dello sport?», si chiedeva Siegfried Kracauer nel 1927. Faticavano in altro modo. Perché secondo l’erudito sociologo, nonché amico intimo di Theodor Adorno, l’agonismo di massa è un fenomeno caratteristico della modernità. Opinione condivisa da molti intellettuali del Novecento, per cui il diffondersi delle pratiche sportive è un chiaro segno di mutamento sociale.
In occasione dei prossimi mondiali di calcio la Germania celebra ora l’unione di muscolo e cervello con un libro fotografico (Elisabeth Tworek e Michael Ott, SportsGeist. Dichter in Bewegung, [Spirito sportivo. Poeti in movimento] Arche, Amburgo, pagg. 149, € 17) e una doppia mostra a Monaco e Lubecca
Il giovane Robert Musil, ad esempio, gareggiava a tennis, tirava di scherma e veleggiava con tale passione «da rischiare parecchie volte l’annegamento». Insomma, ce n’era abbastanza per convincersi che «lo spirito del secolo mi ha colto tempestivamente». Ma sulla funzione edificante delle competizioni sportive nutriva dubbi: «può essere che due boxeur, intenti a ferirsi reciprocamente, avvertano cameratismo l’uno per l’altro, ma sono due, e ventimila li stanno a guardare provando contemporaneamente ben altro». Proprio la box affascinava invece Bertold Brecht, convinto che «il grande sport inizia quando da tempo ha smesso di essere salutare». Nei movimentati incontri di pugilato della Berlino anni Venti, frequentati con entusiasmo da nobili, notabili e popolani, il drammaturgo vedeva un modello per la propria rivoluzionaria concezione di teatro antiborghese. Sempre a Berlino, sempre in quegli anni anche Vladimir Nabokov si entusiasmava per la boxe. A calcio giocava nella squadra degli immigrati russi come «un portiere eccentrico ma in qualche modo grandioso» . Perché era convinto che in un gioco di squadra il ruolo in porta fosse l’unico adatto a un tipo stravagante come lui, appassionato pure di scacchi e grande cacciatore di farfalle. In gioventù aveva anche dato lezioni di tennis riuscendo così a raggranellare con lo sport qualche spicciolo per tirare avanti. Forse per questo la sua conturbante Lolita è maestra nel compiere impareggiabili servizi con la racchetta, ammirati dal professor Humbert come fossero piccole opere d’arte. Felix Krull, Hanno Buddenbrook e molti altri protagonisti degli scritti di Thomas Mann nutrono diffidenza verso gli esercizi ginnici. D’altra parte lo stesso Thomas non amava granché le flessioni: «la lezione di ginnastica è la cosa più ripugnante che ho mai provato». Per Mann l’ambito sportivo apparteneva a quella sfera di vita borghese da cui l’artista si sentiva escluso. Quando nella Montagna Incantata Hans Castor si mette in testa di comprare un paio di eleganti sci, lo fa in compagnia del loquace Settembrini che «di sport non capiva un’acca». Infilatisi poi un giorno gli attrezzi ai piedi, Hans parte alla volta di una scampagnata che gli procurerà un bello spavento.
Molto più spericolata del padre, Erika Mann bruciava di passione per l’automobile. «Se vuoi indagare qualcuno non andarci a teatro, né portalo a cena o a ballare. Fa un viaggio sportivo, vai con gli sci o al meglio portalo in auto». Erika sapeva quel che diceva. Rara donna pilota, nel 1931 aveva addirittura partecipato a un rally automobilistico lungo 10.000 chilometri. E l’aveva persino vinto. Il fratello Klaus invece assomigliava più al padre e anzi amava snobisticamente distanziarsi dagli “sportboys” e da tutta la gente normale. Eppure anche lui era molto meno pantofolaio di quanto amasse far credere. Al mare - annota sul diario – spesso sguazza con grande soddisfazione tra le onde. Le stesse immersioni marine a cui il nostro Claudio Magris per nulla al mondo rinuncia quando si trova nella sua Trieste.
La passione per l’alpinismo univa invece Dino Buzzati ed Hermann Hesse. Anche se il primo non è mai stato colto a conquistare le vette privo non solo di attrezzi, ma anche di indumenti, come è invece capitato all’autore del Giuoco delle Perle di Vetro.
Per il giovane Albert Camus il calcio significava non solo passione ma anche possibilità di riscatto sociale. In campo non vi erano differenze di ceto, religione o provenienza. Lì non contava la sua provenienza dai bassifondi di Algeri. Ma per l’eccessiva attività fisica, a suo dire, un giorno Camus si ammalò di tubercolosi polmonare. E pure Jacques Derrida, altro filosofo di origini algerine, in gioventù si era dato con passione al gioco del calcio. Sport amato moltissimo da Pier Paolo Pasolini, tanto da parlarne di frequente nei propri romanzi, saggi e interviste. Attento osservatore dei cambiamenti sociali, Pasolini vedeva in quel gioco di estrema popolarità «l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo». E proprio su un campo di calcio egli trovò la morte.


