In Italia, e forse non solo, molte banche stanno abdicando alla loro funzione. Quella di erogare del credito a persone e imprese per favorirne la crescita. Il credit crunch che si osserva sul mercato italiano da molto tempo lascia spazio ad attori poco raccomandabili. Come ben spiega Roberto Saviano nelle sue inchieste, se la banca arretra nella propria funzione di creditore, altre società si fanno avanti offrendoti di aiutarti.
Camorra, ’Ndrangheta e via discorrendo si avvicinano a quegli imprenditori in difficoltà aprendo la borsa del credito, che invece rimane chiusa presso molti istituti finanziari. Più o meno inconsapevolmente ci si mette in mano a cattivi compagni. E la fine di queste amicizie interessate è facile intuirla.
Non è lo scopo di questo articolo indagare sui fenomeni e i motivi per cui molti imprenditori, piccoli e grandi, in Italia non sembrano trovare più nelle banche un partner capace di ascoltarli e sostenerli. Qui voglio parlare di un’alternativa, certo complessa ma percorribile, per chi voglia ottenere un finanziamento bypassando istituti irrigiditi e partner da cui è meglio stare lontani.
Vogliamo concentrarci sul campo della DeFi, la finanza decentralizzata: un territorio ancora selvaggio, dove i rischi sono all’ordine del giorno, non ancora regolamentato dal legislatore, che, implementando la MiCAR, il regolamento europeo sui mercati delle cripto-attività, esclude la DeFi senza intermediari.
Questo mondo permette, operando in criptovaluta, di utilizzare protocolli decentralizzati interessati a valutare l’utente solo in base al collaterale che è disposto a investire. Nient’altro serve per aprire una posizione di finanziamento. A questi protocolli non importa chi tu sia, quali opinioni tu abbia, se tu sia simpatico a chi sta dietro allo sportello. Importa solo la dote economica che sei disposto a prestare in cambio di valuta sonante.
Entriamo nel dettaglio. Supponiamo che un investitore creda nella validità di Bitcoin e ne acquisti un certo quantitativo presso un cambiavalute regolato sul mercato italiano. Per accedere a un’istituzione di prestito decentralizzata come Aave, la più nota e rispettata, si deve operare su una blockchain diversa, come quella, ad esempio, di Ethereum. E qui è necessaria una precisazione, perché nessuno si senta preso in giro. Parlo di Bitcoin perché è la criptovaluta più conosciuta, quella in cui è più facile riconoscersi. Ma va detto subito: nel momento stesso in cui lo si «avvolge» per portarlo su un’altra blockchain, si introduce un elemento di centralizzazione, perché qualcuno deve pur custodire i Bitcoin veri a garanzia della loro versione trasferibile. Il custode che abbiamo cacciato dalla porta rientra così dalla finestra. La strada per evitarlo esisterebbe, e consiste nell’usare direttamente Ethereum, o altre criptovalute ancora più esoteriche, senza avvolgere nulla. Ma qui sorvolo, per non complicare un racconto già abbastanza tecnico.
Superato l’ostacolo di trasformare i propri Bitcoin in una versione capace di agire su questa diversa blockchain (uno swap attuabile tranquillamente presso un operatore centralizzato che scambi Bitcoin in Wrapped Bitcoin, ovvero Bitcoin utilizzabili sulla rete Ethereum), il passo successivo è inviare le proprie criptovalute su un portafoglio privato, un cosiddetto «cold wallet». In realtà questo spostamento è consigliabile a tutti coloro che vogliono conservare criptovalute al sicuro. Mantenerle su un exchange (i cambiavalute di cui sopra) potrebbe sembrare più comodo, ma espone al rischio di fallimento dell’istituzione custode. Chi come me ha vissuto sulla propria pelle il crollo di FTX sa di cosa parlo.
Un portafoglio privato, come ad esempio quello di Ledger, non è altro che una chiavetta USB che, una volta impostata, permette di ottenere un proprio deposito direttamente sulla blockchain, anziché lasciarlo in mano ai portafogli di terzi. Sto naturalmente semplificando in maniera quasi vergognosa, ma questo articolo non è scritto per chi è già esperto della materia. L’importante è sapere che ciò che conta di quella chiavetta non è l’oggetto fisico in sé, ma la chiave cifrata che essa ha prodotto. La chiavetta può anche saltare in aria o venire rubata: l’importante è che nessuno entri in possesso della password a essa connessa. Perché se si perde la password, si è perso tutto.
Una volta che si è creato un proprio indirizzo sulla blockchain di Ethereum, e una volta che si sono trasformati i propri Bitcoin in wBTC (wrapped Bitcoin), si imposta un trasferimento dal proprio cambiavalute all’indirizzo privato ottenuto tramite la chiavetta USB. Se tutto funziona per bene, nel giro di qualche minuto i propri fondi saranno trasportati sul proprio indirizzo privato.
A questo punto, molto semplificando, le nostre criptovalute sono accessibili a un sito come Aave. Questo significa che da quel momento si può decidere di inviare i fondi, in parte o in tutto, al deposito di Aave, per usarli come collaterale. Mettiamo, ad esempio, di avere 100.000 € in wBTC, che decidiamo di affidare per prendere in prestito 40.000 $ in stablecoin: una criptovaluta come USDC, ancorata al dollaro e quindi creata per riflettere sulla blockchain il valore della moneta americana.
Dal momento in cui si ricevono i fondi presi in prestito sul proprio portafoglio di criptovalute, si può decidere, ad esempio, di reinviarli presso un exchange, trasformarli in euro e metterli sul proprio conto corrente.
Al di là dei vari passaggi, che richiedono una conoscenza tecnica non banale, questo metodo permette legalmente di ottenere un prestito senza rivolgersi a una banca o a un creditore tradizionale, fermi restando gli obblighi fiscali del caso. I vantaggi sono evidenti. Si evita la fila in banca, si evitano domande invadenti, si evitano pile di documenti, si evitano giorni, settimane o mesi in attesa di approvazione, si evitano i personaggi loschi che si offrono di aiutarti.
Anche i rischi, naturalmente, non sono da poco. Innanzitutto c’è il rischio di non sapere bene cosa stiamo facendo e, da un trasferimento all’altro, di sbagliare indirizzo e inviare le proprie criptovalute a un terzo, perdendole per sempre. Poi c’è il rischio che un protocollo di prestito come Aave subisca un attacco o abbia un problema, mettendo a repentaglio le proprie valute. Ancora, c’è il rischio che i propri Bitcoin scendano così tanto di valore da rendere il prestito insostenibile, rischiando così di essere liquidati, a meno che non si aggiungano Bitcoin o si riduca il prestito stesso. Infine, esiste il rischio che il tasso dinamico di interesse della valuta presa a prestito renda l’operazione poco conveniente.
Se invece si verifica quello che tutti noi ammiratori di Bitcoin speriamo, e il suo valore altalenante continua comunque a crescere in media nel tempo, la posizione debitoria diventa via via meno gravosa, quanto più si rivaluta la creatura di Satoshi Nakamoto.
Insomma, l’alternativa a banche e criminali è lungi dall’essere una passeggiata di salute. Ma oggi esiste qualcosa che nel 2000 era pura fantasia, e sempre più persone la stanno sperimentando, soprattutto quando si trovano ad avere bisogno di prestiti ponte: prestiti a breve, non esposti a esiti drammatici se il tasso della stablecoin presa temporaneamente in prestito aumenta di qualche punto percentuale.
Nessuno sano di mente può pensare che, in capo a qualche anno, le criptovalute sostituiscano completamente gli istituti finanziari. Anzi, ultimamente si nota che gli operatori del credito più lungimiranti, magari dopo averle attaccate come nemiche, ora stanno appropriandosi del mondo delle criptovalute.
E tuttavia, sapere che oggi, grazie all’informatica e alla genialità della mente umana, è possibile ottenere un prestito scavalcando l’intera struttura classica della finanza, è qualcosa di rinfrescante.
Dimenticavo. Cosa significa Aave? Fantasma, in finlandese. Insomma, le premesse ci sono tutte. Dormite tranquilli.



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