Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 18 ottobre 2009
Il Libro Rosso di Jung viene alla luce dopo quasi un secolo dalla sua genesi grazie all’opera di convinzione sugli eredi dello storico anglo-indiano Sonu Shamdasani. Ma negli archivi giacciono ancora migliaia di lettere mai pubblicate dello psicoanalista svizzero. Di questo materiale inedito si occupa la Philemon Foundation, costituitasi nel 2003 per curare l’edizione critica delle opere complete di C.G. Jung. Tra i membri l’italiano Giovanni Sorge, che contattiamo al suo rientro da New York dove si è appena tenuta la presentazione mondiale del Libro Rosso, uscito contemporaneamente in inglese e nell’originale tedesco.
«La stesura di questo volume inizia intorno al 1913, appena dopo la rottura con Freud dovuta alla differente interpretazione del concetto di libido» ci spiega lo studioso, ricercatore di storia della psicologia analitica presso l’università di Zurigo. «Per Jung è un momento di grande solitudine, che coincide anche con il ritiro dall’attività accademica e dall’associazione psicoanalitica di cui è stato presidente per volontà dello stesso Freud». In seguito abbandonerà l’attività psichiatrica in senso stretto dedicandosi all’esercitazione dell’analisi privata, annoverando tra i suoi pazienti la figlia di James Joyce e il premio nobel per la fisica Wolfgang Pauli.
Nei primi tempi della stesura del Libro Rosso Jung vive fenomeni parapsicologici, tra cui la visita di un’intera armata di spettri, che riesce ad allontanare redigendo i Sette Sermoni ai Morti, pubblicati nel 1916 con dedica a una benefattrice del suo club psicologico. Sono anni in cui Jung conduce un’esistenza borghese di giorno, mentre la notte è assalito dalle visioni. La moglie e i figli sono il terreno grazie al quale non affonda nella pazzia come invece è accaduto al filosofo Friedrich Nietzsche, autore di Così parlò Zarathrustra, un testo a cui Jung dedica molta attenzione.
Le pagine calligrafiche del libro segreto che Jung va elaborando in quegli anni riportano svariate illustrazioni, ispirate anche alla pittura sgargiante e bidimensionale dei mosaici di Ravenna, scoperti durante un viaggio in bicicletta nel nostro Paese. «Quelle di Jung sono illustrazioni che si rifanno ai mandala, raffigurazioni religiose di forma geometrica usate nel buddismo tibetano e nel tantrismo come strumento di meditazione. Non sono quindi semplici dipinti» specifica lo storico «bensì la concretizzazione delle innumerevoli figure che popolano il suo inconscio».
E tuttavia, nonostante una paziente voglia convincere lo psicoanalista che i disegni tratti dall’esperienza con le profondità della psiche vanno considerati come arte, Jung si ostina a negarlo. «Egli ha una percezione etica del suo lavoro interiore. Per Jung considerare i suoi disegni come arte significherebbe ridurli a un fatto estetico, quando invece rappresentano un tentativo di conquistare regioni ignote del proprio inconscio, che è anche quello collettivo». Sul finire degli anni Venti la stesura del Libro Rosso s’interrompe grazie alla scoperta de il Segreto del Fiore d’oro, un testo di alchimia cinese in cui Jung riconosce una serie d’immagini che rappresentano molte similitudini con il suo stesso percorso privato e seminascosto. «In quel momento lo psicoanalista capisce di non trovarsi da solo nel viaggio d’immersione dentro alle profondità della psiche. Già come è accaduto con le immagini premonitrici che anticipano la stesura del Libro Rosso, trovare nell’alchimia i segni di una ricerca compiuta solitariamente lo rassicura e induce a convincersi di non stare rischiando la caduta nella psicosi».
Qualche anno più tardi la vicina Germania viene conquistata dall’ideologia nazionalsocialista e inizialmente lo svizzero C.G. Jung sembra guardare con ottimismo alla potenza hitleriana. «Nel nazismo e nei suoi simboli, che si rifanno alla mitologia nordica, egli vede una reviviscenza, suscettibile di sviluppo positivo, di quegli archetipi profondi della Germania che sono stati solo superficialmente celati dalla cristinizzazione delle terre tedesche». Che tra psicologia e nazismo ci possa essere un incontro positivo lo credono d’altronde anche quei membri dell’Istituto Göring, fondato da un cugino dell’omonimo collaboratore di Hitler, che sulle pareti dei loro studi appendono affiancati Adolf Hitler e Sigmund Freud. «Negli anni Trenta gli psicoterapeuti nazisti vedono in Jung un leader ariano e sperano di poterlo guadagnare a loro. Egli per un certo periodo collabora allo scopo di salvare la psicoterapia in Germania, ma s’impegna anche per aiutare fattivamente dei suoi colaboratori ebrei».
Ma allora quando il professore si accorge che l’esperimento hitleriano genera mostri? «La piena percezione della follia nazista matura in lui lentamente. Tuttavia già nel 1936, con il saggio Wotan, egli accenna a quel pericoloso stato di psicosi collettiva in cui si è cacciato il popolo tedesco scegliendo di farsi seguace del Führer».


