In guardia vecchia Europa
Intervista al politologo Herfried Münkler su populismo, culto della personalità e il ritorno delle logiche imperiali
Pubblicato su IL, agosto 2009
Herfried Münkler, professore di teoria politica all’università Humboldt di Berlino, si è distinto nei suoi studi reinterpretando i concetti della teoria politica classica come guerra e impero alla luce del moderno assetto geopolitico mondiale. In Italia ha pubblicato presso il Mulino Imperi. Il dominio del mondo dall'antica Roma agli Stati Uniti.
Professor Münkler, molti parlano di esportazione della democrazia. Non le pare invece che si sta verificando piuttosto un’importazione della dittatura?
Negli ultimi anni effettivamente sono penetrate nell’ambito costituzionale dell’Europa forme di culto della personalità e di corruzione politica. Non parlerei tuttavia di dittatura, poiché questo è un preciso concetto del diritto pubblico, bensì piuttosto di una corruzione della democrazia: un fenomeno naturalmente dannoso.
Perché?
Nell’Europa occidentale la democrazia si è sviluppata sostanzialmente trasformando una posizione di dominio in quella della detenzione di una carica, così da imporre responsabilità e razionalità nell’esercizio del potere. In Sarkozy e Berlusconi la personalità del singolo politico, che è quasi un sovrano, domina le strutture istituzionali e formali dell’ordine politico. Ricompaiono così elementi orientali che pensavano fossero stati respinti e dimenticati. Nel caso di Sarkozy questo è stato possibile a causa della costituzione della Quinta repubblica che conferisce al presidente una posizione senza eguali negli altri Paesi europei. Il caso italiano trae origine dallo scioglimento dei vecchi partiti e da una ristrutturazione che ha creato lo spazio per l’ascesa di una personalità dominante.
Comune a tutti i populisti è l’elusione delle forme democratiche concentrandosi su temi di grande popolarità ma con poche possibilità di realizzazione. Si pensi anche a figure come Jörg Heider in Austria o a Geert Wilders in Olanda.
Si potrebbe anche fare il nome di Putin?
Certamente, ma egli si colloca in una lunga tradizione di zar autocratici, perché in Russia non si è mai sviluppata una società civile. E dopo la caduta degli zar si è presto formato un dominio autoritario all’interno del partito comunista con i tratti del culto della persona. Culto che ha raggiunto il picco con Stalin ma è perdurato fino all’era di Breznev. Si può dire che dopo una breve fase di democratizzazione la Russia è tornata al dispotismo orientale, anzi meglio, a quello zarismo che ne ha determinato la storia per 300 anni.
Quando è perché è iniziato l’import di forme dispotiche?
Dopo il 1989 abbiamo commesso l’errore di pensare che la storia avesse intrapreso un processo di individualizzazione, razionalizzazione e democratizzazione che procedeva da Occidente a Oriente in maniera costante. Anche l’allargamento europeo di alcuni anni addietro è stato ingannevole. Evidentemente le democrazie funzionanti dipendono da condizioni complesse che nell’Europa dell’Est non sono del tutto presenti. E così ora si verifica il “rollback” del culto della personalità, del populismo, dell’importazione della corruzione.
L’Unione Europea ha valutato male le proprie possibilità, credendo che la democrazia, una volta conquistata non si potesse perdere, bensì solo esportare. E invece l’ordine politico ha una forma precaria: essa va riconquistata e rinnovata continuamente.
Quale ruolo hanno avuto in questo fenomeno i mezzi di comunicazione di massa?
Essi ricompensano le singole personalità, premiando i grandi uomini e le grandi donne, facendo sì che vengano ammirati con piacere e curiosità. La televisione ha riportato in auge quelle personalità carismatiche che, dopo il 1945, pensavamo fossero state sostituite da un ordinamento istituzionale. Lo sguardo della telecamera fa saltare i meccanismi istituzionali, esso è continuamente interessato al personaggio e così facendo instupidisce i processi di decisione politica. La TV conferisce al singolo politico la possibilità di vestire i panni del rinnovatore, permettendogli di sviluppare una forza persuasiva che spazza via la riflessione su quanto un atteggiamento simile sia possibile o ragionevole e quali siano i suoi costi e le sue conseguenze.
In che modo la globalizzazione favorisce o meno questi processi di esaltazione della singola personalità dominante?
L’Europa è stata fondata su una promessa di sicurezza sociale molto alta e con precise aspettative di ascesa sociale. Da una parte la globalizzazione ha reso possibile la creazione di patrimoni molto grandi, dall’altra ha diffuso tra le masse un sentimento di insicurezza sociale, facendo arretrare la fiducia nelle regole istituzionali a favore della speranza in un grande salvatore. In simili casi figure come Sarkozy possono mettere in scena una dinamica in grado di convincere che la burocrazia e l’apparato istituzionale possano venire concentrati nella figura di un singolo che agisce per il bene di tutti.
Tra l’esportazione della democrazia e l’importazione delle forme dittatoriali quale polo è attualmente più forte e quale ha più possibilità di successo?
Fino a che il ceto medio, che è il sostenitore della democrazia, appoggia l’ordine democratico, possiamo sperare che gli esempi sopra discussi rimangano solo episodi isolati. Ma se la crisi economica e finanziaria dovesse mandare in rovina il centro della società, allora si verificherà quello che Oswald Spengler chiamava il “ritorno degli zar”.
Come si può reagire attivamente a questo fenomeno?
Penso che il metodo più sensato e benefico sia di investire in organizzazioni che razionalizzano la politica, ovvero i partiti e le iniziative civili che hanno il merito di riportare la partecipazione politica dall’ambito della vana curiosità a quello dell’impegno attivo.
Obama ha certamente beneficiato dello sguardo della telecamera. Ma egli è un contro esempio rispetto ai politici populisti o in realtà è uno di loro?
Con tutta la simpatia politica che si può avere per la sua figura, il problema di Obama è quello che si trova ad affrontare una valanga di problemi avendo suscitato una montagna di aspettative. Per questo penso sia difficile che egli riesca nel suo intento, sia in politica estera, che in ambito economico e in quello sociale. Egli ha suscitato l’aspettativa di un salvatore mitico e quella stessa aspettativa potrebbe rovinargli addosso.
Relitti del passato? Macché! Secondo il politologo tedesco Herfried Münkler gli Imperi sono tra noi poiché la logica con cui le moderne potenze mondiali agiscono, in primis gli Stati Uniti, sono riconducibili a dinamiche di potere tipiche degli Stati imperiali. Ma se l’America all’inizio del nuovo secolo appariva come unica “iperpotenza”, avverte lo storico Mario Del Pero nel suo Libertà e impero. Gli Stati Uniti e il mondo 1776-2006, i fondamenti su cui poggia la grande democrazia oltreoceano sono assai vulnerabili. Ne è convinto anche Paul Kennedy, che in Ascesa e declino delle grandi potenze colloca gli Stati Uniti nella fase discendente della propria storia. Chi potrà trarne vantaggio? Non l’Europa, vecchia potenza tuttora disunita nonostante l’introduzione di una moneta comune. Secondo il giovane politologo indiano-americano Parag Khanna, autore del recente I Tre Imperi, è la Cina il concorrente più temibile del dominio imperiale americano sullo scacchiere mondiale dei prossimi decenni.


