Intervista a Massimo Sideri
Intervista al giornalista ed editorialista del Corriere della Sera
Pubblicato su ADESSO, settembre 2019
Massimo Sideri è editorialista del Corriere della Sera sui temi dell’Innovazione e dirige Corriere Innovazione. Come opinionista si è concentrato sui grandi dibattiti relativi al rapporto uomo-macchina con un taglio sempre più divulgativo. È direttore del Festival dell’Innovazione Galileo di Padova e docente dell’Università di Trento. Ha pubblicato diversi saggi e un romanzo giallo. Il suo libro La Sindrome di Eustachio parla dei grandi inventori italiani che sono rimasti sconosciuti.
Come ti è venuta l'idea per un tale libro?
L'idea nasce dall'ignoranza. La mia. Non conoscevo la maggior parte delle storie che ho raccontato, la lunga, impressionante lista delle invenzioni e delle scoperte italiane dimenticate: la matita moderna, frutto dell'ingegnosità dei coniugi Bernacotti, il libro tascabile, nato a Venezia con Aldo Manuzio (prima di lui esistevano solo gli incunaboli, dunque si può dire che abbia inventato l'editoria moderna), il diritto d'autore come anche la legge sulla protezione dei brevetti. Ancora gli occhiali alla fine del Duecento. Il pianoforte, Bartolomeo Cristofori), la scoperta del vuoto (prima di Pascal l'esperimento venne portato a termine da Evangelista Torricelli, allievo di Galileo Galilei). Ancora: l'aliscafo, il microchip, l'opera, le banche, la chiocciola, il gelato, l'Mp3, gli algoritmi dei primi motori di ricerca. Ho scoperto tutto questo grazie alla curiosità, alle targhe in giro per l'Italia di cui sono un grande lettore. Solo dopo mi sono reso conto che non era un caso di ignoranza individuale, ma collettiva. Nasce da questo la sindrome di Eustachio, dal nome dello scopritore delle trombe dell'orecchio: noi italiani sviluppiamo una "sordità" nei confronti della nostra cultura e dei nostri geni di cui raramente si parla nelle nostre scuole. Solo i più noti come Galilei vengono studiati.
Quale è l'invenzione italiana più dimenticata di tutte?
Senz'altro il vuoto: senza Torricelli non avremmo le lampadine, le tv, i computer. Tutta l'informatica si basa sul vuoto. Tutti sanno che i cinesi hanno inventato gli spaghetti e la polvere da sparo oltre alla prima carta. Praticamente nessuno sa che senza l'Italia magari avremmo impiegato altri secoli per svelare la più grande fake news della storia, quella di Aristotele: il vuoto non esiste.
Si dice che l'Italia non faccia Sistema, ma nell'incapacità di valorizzarsi pare essere un campione. Quali le cause?
È un tema annoso e complicato. Un cane che si morde la coda. Più lo diciamo e più non riusciamo a fare nulla. Dal punto di vista delle imprese l'Italia non ha mai capito che non si resta un grande Paese senza uno sforzo collettivo. Io analizzo più che altro quelle che sono le radici culturali di questo atteggiamento. Dietro tutto sospetto che ci sia anche una certa reticenza nei confronti della scienza. Ancora oggi i dibattiti surreali e senza nessun fondamento scientifico sull'utilità o meno dei vaccini e della cosiddetta protezione di gregge ne sono il segnale: è chiaro dal punto di vista medico che i vaccini sono necessari. Se poi però facciamo parlare di questi temi chi nella vita fa il cantante allora è un altro tema.
L'Italia è ancora un popolo di inventori?
Il livello scientifico in Italia è altissimo. In molti campi come la robotica e le biotecnologie i nostri scienziati sono seguiti in tutto il mondo. Il fatto che poi gli italiani spesso lavorino a livello molto alto negli altri Paesi è un'ulteriore fatto che ci deve essere un po' di sabbia nei nostri ingranaggi soprattutto nella nostra capacità di trasformare la scienza in crescita e occupazione. Personalmente credo che questo sia il più grande problema che l'Italia ha in questo momento: viviamo in compartimenti stagli, separati, come dei silos. Da una parte gli scienziati, dall'altra gli imprenditori. Le grandi aziende nascono dal dialogo tra questi due mondi, non dalla separazione. Anche questo è un retaggio del passato: i Bernacotti hanno inventato le matite moderne ma francesi e tedeschi le hanno saputo industrializzare creando dei brand a cui tutti noi facciamo riferimento. Dovremmo avere l'umiltà di imparare alcune cose.
In quali campi eccelle nell'innovazione?
Nella robotica siamo i sesti esportatori al mondo. I nostri robot sono stati acquistati anche nelle università giapponesi. Nelle biotecnologie abbiamo partecipato fattualmente alla rivoluzione che sta portando alle terapie geniche. Nel '92 fu un italiano, Claudio Bordignon, a fare il primo esperimento sulle cellule staminali ematopoietiche dell'essere umano. Inutile poi citare il cibo, la moda, i vini...
A un giovane inventore italiano cosa suggeriresti, per non compiere gli errori dei suoi predecessori?
Di non avere paura di parlare con chi fa impresa. La scienza ha bisogno del business e viceversa.
C'è un'invenzione italiana universalmente riconosciuta che non è nostra?
Direi proprio di no. Nessuno ci può accusare di questo. Purtroppo siamo vittime del contrario: il telefono è stato senza nessuna ombra di dubbio inventato da Antonio Meucci (è stato riconosciuto anche dal congresso americano) eppure in molti dubitano ancora. Si sente sempre citare Bell ma basta andare a vedere le date e i documenti per scoprire che fu una brutta storia.
Tre cose che ti piacciono
La corretta informazione (tutto dipende da questo). La scienza, evidentemente. La musica classica tedesca. Insuperabile
Tre cose che non ti piacciono
L'ossessione per la tecnologia. Va bene, ma presa nelle dosi giuste. I dibattiti urlati. La cattiva cucina


