Io, tedesco a Guantanamo
Il libro di Murat Kurnaz sui cinque anni di prigionia illegale nella base americana
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2007
Quando ci si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato le cose possono andare male. A Murat Kurnaz sono andate malissimo. Il risultato: Guantanamo.
È lui stesso a raccontarci questa odissea del terrore in un libro pubblicato in Germania – uscirà in Italia per Bompiani – definito dalla stampa tedesca un impressionante «documento delle torture e barbarie sistematiche» inflitte al ragazzo dal governo degli Stati Uniti (Fünf Jahre Meines Lebens, [Cinque anni della mia vita], Rowohlt, Berlino 2007, pagg. 286, € 16,90).
Tedesco di origine turca, il giovane Murat trascorre i suoi anni a Brema affrontando i tipici problemi d’integrazione delle famiglie di “Gastarbeiter”. Tradizioni e comportamenti appresi dentro le mura domestiche fanno talvolta barriera alla piena integrazione nella Patria adottiva. Il suo fisico prestante gli permette già a sedici anni un discreto benessere ottenuto lavorando come buttafuori nelle discoteche frequentate dagli immigrati turchi. Raggiunta la maggiore età tuttavia Kurnaz incomincia a chiedersi se quell’esistenza rischiosa e materialista sia proprio tutto ciò che desidera nella vita. Trova la risposta entrando in moschea e scoprendo con orgoglio la propria identità – fino ad allora negletta – di appartenente alla comunità islamica. Nel frattempo su interesse dei genitori si fidanza per procura con una ragazza in Turchia. Ma prima di contrarre il matrimonio, e senza averne fatto cenno a nessuno, decide di intraprendere un viaggio in Pakistan con alcuni amici per approfondire la conoscenza del Corano. È l’ottobre del 2001, poche settimane dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Gli americani stanno per lanciare l’invasione in Afghanistan contro il regime talebano. Kurnaz pagherà carissima l’imprudenza di quella scelta.
Alcuni mesi più tardi, dopo aver studiato in varie scuole coraniche, mentre il ragazzo è sulla via di casa la polizia pakistana lo blocca facendogli perdere l’aereo per la Germania. È l’inizio di un assurdo e terribile viaggio che pare uscito dalla fantasia di un Kafka contemporaneo. Dopo alcuni giorni in cella il prigioniero viene trasferito a Kandahar «senza motivazioni giuridiche e senza assistenza legale», come ha denunciato anche il Parlamento europeo in una risoluzione sulle attività illegali dei servizi segreti statunitensi (www.europarl.europa.eu/comparl/tempcom/tdip/final_ep_resolution_it.pdf).
La speranza in un pronto rilascio cede il passo all’angosciosa consapevolezza di essere ormai divenuto un prigioniero senza diritti. L’unica fortuna di queste prime settimane confuse è quella di superare indenne un bombardamento lanciato sull’area del carcere.
Murat scopre la destinazione finale del suo rapimento dopo un lungo volo trascorso nella pancia di un cargo ammanettato, incappucciato e alla mercé dei militi statunitensi. Nella famigerata base americana di Guantanamo lo aspettano cinque interminabili anni di interrogatori continui, privazioni, sofferenze e torture di ogni genere. Nella più totale illegalità Kurnaz viene quotidianamente maltrattato da guardiani violenti il cui principale scopo è la sistematica umiliazione dei prigionieri. Per il secondino sputare nel piatto del carcerato prima di porgerglielo è un gesto ormai automatico. Scioperi della fame e ribellioni non fanno altro che inasprire la pena. Alcune volte ad interrogarlo si presentano anche degli agenti inviati dalla Repubblica Federale Tedesca.
A Guantanamo l’unica legge in vigore pare essere quella del puro arbitrio. Nell’assenza di una regola chiara di comportamento, ogni obbligo o divieto possono trasformarsi di colpo nel loro contrario. Il risultato è la punizione continua del prigioniero per aver infranto norme in buona parte a lui sconosciute. Il sistema carcerario nella base americana è inumano verso i prigionieri colpevoli, spaventoso con quelli innocenti e corruttore per i carcerieri. Al di là delle notizie ufficiali – questa l’esperienza diretta di Kurnaz – a Guantanamo ogni secondino è tenuto, per volere del suo governo, a comportarsi con ottuso e violento sadismo. D’altronde lo stesso George Bush con la recente presa di posizione contro i «trattamenti inumani dei prigionieri di Guantanamo» non ha fatto altro che dimostrare quanto le vessazioni nella famigerata prigione extraterritoriale di Cuba finora siano state all’ordine del giorno. Ma le colpe della detenzione illegale gravano anche sul cancelliere Schröder e il suo governo che, pur essendo stato informato sin dal 2002 dell’assoluta innocenza del giovane, hanno preferito lasciare un proprio cittadino in balia delle sevizie americane. Solamente grazie all’intervento del nuovo governo presieduto da Angela Merkel lo sventurato è riuscito a ritornare in Patria da uomo libero, dopo aver trascorso ammanettato persino le sue ultime ore durante il volo verso l’Europa.
Se venisse provato che si sono verificati dei rapimenti di stranieri innocenti da parte degli Stati Uniti «più o meno coperti dai governi nazionali che hanno però taciuto la cosa ai cittadini dei loro Paesi» scrisse alcuni anni fa sulle pagine del Domenicale lo storico Joachim Fest «questo sarebbe senz’alcun dubbio uno scandalo sia per gli americani che per le autorità europee».
Il caso di Murat Kurnaz ha reso tristemente vera la preoccupazione di Fest.
Alessandro Melazzini (alessandro@melazzini.com)
Precisazione: Al tempo dei fatti Murat Kurnaz non possedeva formalmente la cittadinanza tedesca, ma è nato e ha trascorso tutta la sua vita da uomo libero in Germania.


