Italiener, in fondo non ti odio
Dopo il caso Opel-Fiat, uno sguardo sui rapporti economici e culturali tra italiani e tedeschi
Pubblicato su IL, giugno 2009
La mancata acquisizione di Opel da parte della Fiat: forse una riprova di quella “estraniazione strisciante” tra i due Paesi di cui da un certo tempo si parla? «No, non direi» risponde Marco Saltalamacchia, top manager del gruppo BMW presso la sede centrale di Monaco. «Magna semplicemente ha messo sul tavolo più soldi e ha vinto l’offerta. Piuttosto questa partita è una prova dell’apertura tedesca agli investimenti stranieri. Pensiamo anche alla compagine Daimler, composta in maggioranza da investitori arabi. Tutto un altro discorso rispetto alla Francia, per esempio». Un’apertura, quella tedesca, che si riflette anche nella crescente accoglienza di professionisti italiani nelle proprie aziende. Se un tempo infatti il nostro connazionale in Germania era solo l’operaio non qualificato, ora manager italiani si presentano ai colleghi tedeschi come interlocutori di pari livello. «E così il vecchio stereotipo del “Gastarbeiter” scema a favore del collega professionista di origine italiana, dinamico e sempre attento – forse troppo – a tutto ciò che è immagine e design».
Secondo Peter Peter, scrittore enogastronomico e animatore del turismo tedesco a sud delle Alpi, nel caso Opel sono invece riapparsi quei sentimenti di diffidenza verso il nostro Paese che negli ultimi decenni parevano scomparsi. «Perché, a dire il vero, quando si parla di “estraniazione strisciante” non va dimenticato che per secoli dell’Italia si ammirava il paesaggio e le bellezze artistiche, non gli abitanti, visti dal bravo e un po’ goffo viandante del Nord come degli ingannatori, violenti, furbi, insomma, gente da cui sostanzialmente tenersi alla larga». Solo dagli anni Sessanta-Settanta in poi con l’avvento del moderno turismo di massa i tedeschi hanno scoperto nell’italiano il maestro di stile ed eleganza. Ma, come tutti gli stereotipi, anche questo ha i suoi limiti. «I miei connazionali» continua Peter «amano l’Italia arretrata e quella fascinosa. Ma a una Milano o a una Torino capitali industriali e finanziarie non vogliono pensare».
E così quando il fidato logo biancoceleste di Hypovereinbank si tramuta nei colori aziendali di Unicredit, lo shock dello scoprirsi terreno di conquista è tale da suscitare perplessità e malumori. «Il fatto è che la relazione speciale tra Italia e Germania» osserva Roman Maruhn, politologo e collaboratore della Fondazione Bartelsmann «poggiava in passato sulla tacita considerazione che il vostro Paese fosse tra i due il partner più debole. Ora invece ci si trova a fare i conti con un Nord Italia assai competitivo». E così il rapporto non è meno cordiale, soprattutto in tempi di crisi economica. Senza contare che negli ultimi anni anche la politica ha contribuito a creare un distacco tra i due Paesi. Per capirlo basta sfogliare la stampa tedesca. Articoli, vignette, commenti stigmatizzano ormai pressoché ogni giorno i comportamenti e le uscite del nostro primo ministro. «L’incomprensione si è accentuata da cinque o sei anni. Penso agli screzi tra Berlusconi e il deputato Schulz all’europarlamento, agli attacchi del sottosegretario Stefano Stefani contro i turisti tedeschi ma anche a questioni più serie come il consiglio di sicurezza nelle Nazioni Unite. Di certo l’Italia di Berlusconi in Germania non accoglie consensi, ma non per questo la Merkel va in Tailandia anziché in Italia per le vacanze». E se invece un numero crescente di suoi connazionali si tiene lontano dalle nostre spiagge, il motivo non è politico, bensì economico. Croazia, Turchia e altre mete offrono strutture più moderne a prezzi più convenienti. Senza contare che la Germania è sempre più spesso meta di turismo interno. Come hanno potuto constatare i frequentatori degli ultimi mondiali di calcio, la Repubblica Federale è diventata negli ultimi anni molto più accogliente, aperta e vivace. Merito anche di quegli “Italiener” che hanno insegnato ai loro concittadini il piacere di vivere un po’ più disinvolti.


