Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2008
«La mia unica felicità consiste nel fatto che nessuno sa dove mi trovo. Se solo potessi prolungare questo momento per sempre». E invece a Desenzano il battello arrivò. Era il settembre del 1913 quando Franz Kafka confessava al diario i suoi cupi pensieri, depresso e disorientato circa il futuro della relazione con Felice Bauer. Era diretto a Riva del Garda per trascorrere alcuni giorni in un sanatorio gestito da un dottore tedesco dove anni prima avevano alloggiato anche Thomas ed Heinrich Mann. Come vicini di tavola si trovò un generale depresso e una ragazza svizzera di cui s'innamorò. La relazione con la signorina elvetica durò una decina di giorni, mentre il soldato in pensione tolse il disturbo suicidandosi nella propria stanza. Quello del '13 fu il terzo e più sfortunato viaggio in Italia compiuto da Kafka (1883-1924) nell'arco di quattro anni, ma non tutto il male venne per nuocere. Le disperazioni di quei giorni gli servirono poi come materiale per scrivere Il cacciatore Gracco, mentre il mal di mare causatogli dai viaggi in piroscafo tornò utile nello stendere i primi capitoli del romanzo America. Ce lo racconta il germanista Hartmut Binder che agli itinerari svizzeri e italiani dell'autore praghese ha dedicato un poderoso e dettagliatissimo volume pubblicato in tedesco nella Repubblica Ceca (Mit Kafka in den Süden [Con Kafka nel Sud], Vitalis, Praga, pagg. 418, € 79,90).
La prima volta in cui l'autore de Le metamorfosi varcò il confine italiano scendendo in ferrovia dal Brennero fu nel 1909 in compagnia dell'amico Max Brod per trascorrere le ferie a Riva del Garda, dove chiacchierò amabilmente con villeggianti russi e francesi di guerra e rivoluzione, senza immaginare la catastrofe bellica che di là a pochi anni avrebbe devastato l'Europa. Fu allora che egli pianificò anche un'escursione in Lombardia per assistere a quel concorso di volo descritto poi ne Gli Aeroplani a Brescia e a cui parteciparono anche D'Annunzio e Puccini.
Ma la visita italiana più “avventurosa” e ispiratrice avvenne nell'estate del 1911, quando Franz e Max, dopo aver ammirato i giardini e le statue del Canova a Villa Carlotta sul Lago di Como, decisero di far rotta verso Milano. Invero fu Kafka a insistere con l'amico per visitare la città. Brod era infatti atterrito dalle notizie diffuse a Lugano – dove sostavano – riguardo a una presunta epidemia di colera divampata all'ombra della Madonnina. Giunti alla Stazione Centrale e passeggiando per vie solitarie, Franz innanzi tutto dovette occuparsi di tranquillizzare il compagno di viaggi, inquietato dal poco traffico e teso istericamente a scrutare le vie del centro alla ricerca di possibili indizi del morbo. Convinto l'amico che la città non era deserta per il colera, ma per l'abitudine dei milanesi di cercare refrigerio al mare e sulle Alpi, e dopo aver concesso solo una fugace occhiata all'edificio della Scala – Kafka per sua ammissione non distingueva La vedova allegra dal Tristano – i due viaggiatori presero alloggio presso l'Hotel Metropole, non tanto perché nei pressi del Duomo, quanto per la conduzione tedesca, ritenuta igienicamente più rassicurante (in seguito divenne l'Albergo Metropoli, poi distrutto sotto il fascismo). Il «groviglio di lingue», i portieri in livrea, lo squillare dei telefoni, gli ascensori e la grande hall impressionano Franz Kafka al punto da indurlo anni dopo a prendere il Metropole a esempio per il capitolo di America dedicato al gigantesco Hotel Occidental, l'immaginario stabile in cui non a caso lavora come ragazzo dell'ascensore anche l'italiano Giacomo.
Una brochure intitolata Abbasso il Colera! acquistata dai due turisti in un chiosco non fa che aumentare le loro paure. Ora anche Franz si sente addosso tutti i sintomi della malattia, al punto che una loro conversazione ai tavolini di un caffè in Piazza Duomo ruota intorno a temi poco allegri quali la morte e il mal di cuore. Per fortuna ai due suggestibili scrittori, impauriti dalla possibilità di assistere inermi all'irrompere dell'epidemia durante il loro soggiorno italiano, viene almeno risparmiata la lettura di un racconto come La morte a Venezia, che Thomas Mann darà alle stampe solamente l'anno dopo.
Per il giorno seguente al loro arrivo, prima di fare ritorno nella sicurezza ticinese, sono programmate la visita al Castello Sforzesco e al Duomo, della cui monumentalità Kafka probabilmente terrà conto durante la stesura de Il Processo. Ma quella sera del 4 settembre di quasi cent'anni fa è lungi dall'esser conclusa. Dopo cena i due amici si spostano al Teatro Fossati per ammirare l'attore Edoardo Ferravilla, ma anticipano l'uscita sia perché non capiscono quasi nulla, sia perché hanno ancora un'ultima meta da visitare: il bordello Al Vero Eden, la cui fama internazionale si deve al numero di “attrazioni” esposte, ben 95. Nessuna, tuttavia, sufficientemente ammaliante da spingere Franz e Max a concludere la loro notte milanese in dolce compagnia.


