Nel rullo giornaliero di notizie che scorrono sui social, all’inizio non ho dato troppa importanza alla morte di Kavinsky.
Tutto è cambiato quando ho collegato la cosa all’autore di Nightcall, il pezzo su cui si aprono i titoli di testa di Drive, il film più celebre di Nicolas Winding Refn. La canzone era uscita nell’aprile del 2010 ed era stata prodotta insieme con un membro dei Daft Punk. In Francia è disco di diamante.
Vincent Belorgey, vero nome di Kavinsky, fu naturalmente molto di più del personaggio che si era inventato. Ma anche limitandosi a quello, la sua storia merita di essere studiata, tanto kitsch quanto tragica. Kavinsky sarebbe stato un giovane che negli anni Ottanta si fracassò alla guida di una Ferrari Testarossa. Vent’anni dopo torna, zombie dagli occhi rossi e dalla pelle blu, al volante di quella stessa Testarossa, lanciato nella notte sulle note della sua musica elettronica.
Il brano di Kavinsky è uno dei più conosciuti di un genere musicale nato negli ultimi vent’anni: la synthwave. È un tipo di musica che a me ha sempre affascinato perché gioca su vari piani. C’è la nostalgia tipica di chi era ragazzo negli anni Ottanta. Ci sono i bassi digitali, ci sono i sintetizzatori, c’è una musica energetica e al contempo nostalgica. Ma c’è anche una rappresentazione doppiamente mediata. La synthwave mette in scena gli anni Ottanta, non come erano un tempo ma come noi crediamo di ricordare cosa siano stati. E in più tutto questo avviene tramite la mediazione dell’immaginario cinematografico.
La synthwave si ispira alle colonne sonore di John Carpenter, ai brani di Vangelis, all’onnipresente Giorgio Moroder, senza dimenticare i videogiochi di quel decennio. Uno tra tutti: Out Run, dove il protagonista sfrecciava sull’asfalto alla guida di, naturalmente, una Testarossa. Non a caso "outrun" è oggi il nome di un intero ramo del genere, che immagina inseguimenti nella notte, sullo sfondo di tramonti fucsia di una Miami elettrica.
I primi a metterlo a fuoco furono, negli anni Duemila, produttori francesi cresciuti tra la French touch e un videogioco del 2002, Grand Theft Auto: Vice City, che aveva insegnato a un’intera generazione a guidare dentro un ricordo altrui. Mondi fantastici, lunghe file di palme a bordo mare, tramonti al neon, Ferrari lanciate verso una Miami dai colori fluo.
Naturale che parlando di synthwave si pensi a Moroder, il sacerdote della musica elettronica dagli anni Settanta in poi. Nato a Ortisei nel 1940, trasferito a Monaco di Baviera nel 1968, come egli stesso racconta in Giorgio by Moroder, il pezzo che gli hanno dedicato i Daft Punk. In un seminterrato del grattacielo Arabella, negli studi Musicland, Moroder produsse a Monaco, insieme con Pete Bellotte, I Feel Love di Donna Summer.
Si racconta che Brian Eno irruppe nello studio dove stava lavorando con David Bowie annunciando: «Ho sentito il suono del futuro». Aveva ragione, e quel futuro ora ci si ripresenta con quarant’anni di ritardo, sotto forma di nostalgia.
La synthwave è anche questo. Un ragazzo della Val Gardena che a Monaco immagina il domani, e i suoi nipotini che oggi lo reinterpretano come un ricordo d’infanzia mai esistito.
In questo stile la simbiosi tra musica e cinema è talmente forte che lo si definisce anche la colonna sonora di un film che non è mai stato girato. Le armonie della synthwave non sono particolarmente complesse o elaborate, ma i sintetizzatori di un tempo, spesso riprodotti tramite software, riescono a generare alchimie capaci di un certo fascino. Naturalmente tutto questo ha un che di passatista, ma quando la nostalgia è rivolta verso il futuro il cortocircuito non può che interessare.
A ben vedere, poi il film è arrivato davvero. Nella colonna sonora di Drive, accanto a Nightcall, suonano i Chromatics e i Desire, gruppi di scuderia dell’etichetta americana Italians Do It Better: un nome che è già un programma.
Ricapitolando: la synthwave conquista il mondo con un film americano i cui titoli di testa corrono sul pezzo di un francese che si finge uno zombie, mentre musicisti statunitensi si firmano con uno slogan italiano. In questo genere la geografia è una finzione dichiarata, un patto col pubblico. Ricorda qualcosa? E come no. L’italo disco.
Ho passato anni immerso in quel genere per un documentario: Italo Disco. Il suono scintillante degli anni 80, e la tesi che ne ricavai è che quella musica fosse nata in Italia e si fosse irrobustita in Germania. Ritrovarla oggi, quarant’anni dopo, riflessa nello specchio deformante della synthwave, è un’esperienza potente, a dimostrazione di quanto la cultura nasca per commistione, citazione, pasticcio, sperimentazione.
D’altronde anche l’italo disco, a guardarla da vicino, era una proiezione storpiata: la disco americana rifatta spippolando sintetizzatori nelle stanzette della provincia italiana, senza mai prendersi troppo sul serio. Lo attestano i giochi di parole dei nomi d’arte che andavano allora, uno per tutti Den Harrow, che letto all’italiana fa denaro: money, money, money. Dietro quel nome c’erano due produttori milanesi, davanti un bel ragazzo di Bresso che muoveva le labbra in playback, e in mezzo le voci vere di cantanti che in copertina non comparivano. L’America non l’aveva vista quasi nessuno, e non era un problema. Il sogno era di seconda mano già alla fonte. Ma faceva impazzire tutti. Nel mio documentario mostro una copertina della rivista giovanile Bravo di allora. In primo piano Stefano, in arte Den Harrow. Lo spettatore più attento noterà in basso a sinistra, in piccolo, un’altra cantante non meno famosa, la signora Ciccone, in arte Madonna.
Negli anni Settanta l’arrivo dei sintetizzatori permise ai musicisti di sperimentare nuove sonorità; ora, con la discesa dei costi della tecnologia, molti autori possono collaborare a questo genere musicale, simulando via software quegli stessi sintetizzatori di un tempo.
E così, frugando nei servizi di streaming, si scopre che AM 1984, autore di pezzi potenti come Juliette, non vive a Miami Beach bensì ad Agropoli. Maurizio Avossa, produttore e musicista, pubblica in maniera riservata dischi assolutamente godibili e pieni di citazioni per l’universo culturale a cui la synthwave si dedica. L’ultimo, Shadow Club ’86, è uscito lo scorso giugno: dieci pezzi prodotti, mixati e masterizzati da lui solo. Nell’elenco dei brani si leggono Beverly Hills, Rodeo Drive e Last Call From LAX. Una Los Angeles compilata in Campania, e non è un difetto: è il metodo.
Su YouTube esiste anche un videoclip di Juliette montato con spezzoni di commedie adolescenziali, tutte rigorosamente anni Ottanta. Lasciamo perdere se sia un videoclip autorizzato o se, molto più probabilmente, l’operazione di un fan. Il bello è che queste memorie passate, sulle quali viene stesa una nuova colonna sonora, si trasformano in qualcosa di altro, diverso da ciò che era eppure adesso connesso. Sono le meraviglie dell’ibridazione tecnologica permessa dalla digitalizzazione.
Quel video amatoriale ha superato i sei milioni di visualizzazioni. Sotto, i commenti sono in inglese, in portoghese, in russo, e moltissimi di quelli che scrivono, gli anni Ottanta non li hanno vissuti affatto. È nostalgia di seconda mano, ricordo di un ricordo, e funziona meglio dell’originale, perché nessuno la può smentire con la propria memoria.
E Avossa è in buona compagnia. Uno dei padri del filone outrun si fa chiamare Miami Nights 1984: all’anagrafe è Michael Glover e viene da Victoria, Canada. Per pubblicare la sua Miami immaginaria ha fondato un’etichetta e l’ha battezzata Rosso Corsa Records, come il rosso delle Ferrari. Un canadese che sogna la Florida in italiano. E c’è chi il binocolo lo rovescia: il duo italiano Milano 84 non sogna la California ma la Milano luccicante di quel decennio, dichiarata già nel nome; l’ultimo album si intitola, senza girarci intorno, Ultradisco. Quanto ad Avossa, l’etichetta del suo esordio, la Sunlover Records, è italiana, e la prima compilation dell’etichetta, nell’ottobre del 2014, si intitolava Italo Disco is Back!. La musica nata in Italia e irrobustita in Germania torna a casa dal giro più lungo: passando per un’America che non c’entrava niente, e che c’entrava tutto.
A proposito, come dicono i francesi, tout se tient: Juliette apre un album che si intitola Testarossa. La stessa macchina con cui Kavinsky si era schiantato nel 1986, la stessa che Out Run faceva guidare a chi infilava un gettone nel cabinato. Ancora una volta, l’Italia come proiezione dei sogni di tutto il mondo.
Belorgey è stato trovato senza vita in casa sua, a Parigi, la sera di martedì 28 luglio. Avrebbe compiuto cinquantun anni tre giorni dopo. L’ultima volta che il pianeta lo aveva sentito era stata alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Parigi, l’11 agosto 2024, quando Nightcall risuonò allo Stade de France cantata da Angèle e dai Phoenix. Un pezzo scritto per una macchina che corre nella notte, suonato davanti al mondo intero da uno stadio pieno di luce.
Dispiace apprendere che un artista come Belorgey sia morto così giovane. Vogliamo solo credere che, essendo riuscito a superare la notte già una volta, Kavinsky torni di nuovo in futuro alla guida della sua Testarossa volante. Chissà, magari accadrà tra vent’anni. E allora la sua synthwave riprodurrà l’universo musicale nel quale proprio oggi, senza accorgercene, noi siamo immersi.



