La giovinezza e gli studi di Vilfredo Pareto
Apparso sul notiziario della Banca Popolare di Sondrio, agosto 1999.
Da: «Vilfredo Pareto tenacino: "signore incaricato" della Società del Ferro in Valdarno», tesi di laurea di Alessandro Melazzini.
Poco è noto riguardo alla giovinezza di Vilfredo Pareto.
Nato a Parigi nel 1848, figlio del marchese Raffaele Pareto, di antica e nobile famiglia ligure, e di Maria Métenier, di nazionalità francese, trascorre la prima infanzia nella capitale sulla Senna.
L’esilio politico del padre mazziniano termina nei primi anni ’50. Di sicuro nel 1854 la famiglia Pareto si è già stabilita in Liguria. Come osserva Tommaso Giacalone-Monaco nei suoi articoli – in vero talvolta vicini all’agiografia1 – sul Pareto e la sua famiglia, documenti dell’Archivio Centrale di Stato attestano che il padre Raffaele viene insignito quell’anno, in una Genova colpita da un’epidemia di colera, di una medaglia d’argento «per gli eminenti servigi resi durante l’invasione del cholèra-morbus dello scorso anno 1854».
Ma la permanenza a Genova è di breve durata. Il padre, esperto nel settore delle irrigazioni e bonifiche, nel 1861 consegue honoris causa il titolo di “ingegnere laureato” dal Ministero della Pubblica Istruzione, in nome di Vittorio Emanuele II. La carriera burocratica (sarà incaricato poi ufficialmente dal Ministero di studiare una legge per le bonifiche) lo porta a stabilirsi con la famiglia a Torino, per poi seguire gli spostamenti della capitale prima a Firenze, poi a Roma.
Nel 1859 Vilfredo, il minore di tre figli, inizia a frequentare all’età di undici anni i primi corsi all’Istituto Leardi di Casale Monferrato, dove aveva insegnato per qualche tempo il padre. La vivacità intellettuale gli consente, ad un certo punto, di saltare un anno di lezioni. Stabilitasi la famiglia a Torino, il giovane Pareto termina gli studi al Regio Istituto Tecnico di Torino (poi divenuto “G. Sommeiller”). Il padre, riferendo con orgoglio al fratello Domenico i successi del figlio, scrive: «Fritz passò degli esami magnifici, ebbe quasi dappertutto 10 punti, che sono il massimo; riportò il gran premio generale; e terminati gli esami il preside lo chiamò in presenza di tutti i professori e gli disse ad alta voce in loro nome che l’Istituto di Torino si onorava di avere un alunno come Fritz Pareto da mandare all’Università» [T. Giacalone-Monaco, Vilfredo Pareto: Riflessioni e ricerche. Padova, CEDAM, 1966, p. 17]. Sarà con l’eredità lasciatagli da questo zio nel 1898 che Pareto potrà, in futuro, continuare senza preoccupazioni economiche i suoi studi e abbandonare l’insegnamento.
Ammesso quindi al biennio di scienze matematiche presso l’Università di Torino, il 6 settembre 1867 Pareto consegue la «licenza in scienze matematiche e fisiche»; si iscrive quindi in novembre, sempre a Torino, alla Scuola di applicazione per ingegneri (dal 1906 diventata Politecnico).
La carriera scolastica di Pareto è sorprendente per la stessa legislazione dell’epoca. Passare dall’Istituto Tecnico all’Università era ammesso solo in via d’eccezione, essendo possibile solo agli allievi dell’Istituto che avessero frequentato, con ottimi voti, la sezione fisico-matematica (ve n’era anche una commerciale-amministrativa e un’altra agronomica)2.
La frequenza dell’Istituto Tecnico da parte del giovane Pareto potrebbe essere indice di una situazione di ristrettezze economiche in cui doveva trovarsi la famiglia. Infatti l’istruzione tecnica, rispetto alla classica, era favorita in termini di legge. Era del 1859 la legge che mirava – attraverso una riduzione delle tasse per gli istituti tecnici e un aumento per quelli umanistici – a promuovere tale tipo di formazione. Ma il padre di Pareto, esperto e addentro all’amministrazione piemontese, ben conosceva la legislazione scolastica e le furiose polemiche che tali provvedimenti stavano sollevando. E proprio in previsione di una riconsiderazione degli studi umanistici, ed un eventuale loro reinserimento negli esami di ammissione universitaria, è da ritenersi che egli abbia spinto il giovane Pareto allo studio, in privato, sia del greco che del latino3.
Di necessità virtù: le premure del padre permettono così al futuro studioso di acculturarsi e nell’una e nell’altra branca del sapere. Come è noto, il Pareto diviene infatti esperto matematico e appassionato cultore della lingua greca. Dirà il Pantaleoni, in memoria dell’amico defunto: una «famigliarità con la civiltà greco-romana quale, di solito, non ha eguale se non negli specialisti» [M. Pantaleoni, In occasione della morte di Pareto: riflessioni, in “Giornale degli Economisti e Annali di Economia”, (gen-feb 1924)].
Poco più di due anni dopo l’ammissione all’Università – il 14 gennaio 1870 – Pareto ottiene a pieni voti il diploma di «ingegnere laureato» con una tesi sui «Principi fondamentali della teoria della elasticità dei corpi solidi e ricerche sulla integrazione delle equazioni differenziali che ne definiscono l’equilibrio»4. Ancora, Maffeo Pantaleoni, nell’articolo già citato, scriverà: «A chi legge oggi questa tesi non può non apparire che, allorché il Pareto si occupò, nell’appendice del Manuel, delle funzioni-indici (paragrafo 138) egli ritornasse a procedimenti già da lui usati, o vicini ad essi».
La predisposizione empiristica e antimetafisica è già presente nella tesi, in cui Pareto sostiene che la matematica «al pari di ogni altra scienza» debba fondarsi «sull’esperienza» e afferma «che non sianvi veri assiomi, bensì verità che una lunga esperienza ci fece conoscere». E ancora «debbano bandirsi dalla scienza quei ragionamenti coi quali si viene a dare un’apparenza superficiale di verità a false teorie».
D’altronde l’ambiente scolastico in cui cresce culturalmente Pareto risente della personalità di Quintino Sella e del suo culto della scienza e del rigore assoluto nelle procedure scientifiche. Ben esprime la Stimmung che circonda questo nome il Busino: «Con il Sella, l’ascetismo scientifico, fortemente impresso di eticità e di disinteresse, trasforma la scienza in moralità. Anche il pareggio del bilancio statale sarà una questione di moralità, d’una moralità che si realizza grazie ad uno strano miscuglio d’entusiasmo, d’accorgimento e di astuzia, fondamentalmente subalpino»5.
Sono gli anni in cui la meccanica è considerata il fondamento delle scienze. Una spiegazione razionale è una spiegazione meccanica. Nella stessa tesi di laurea il Pareto ringrazia i docenti Genocchi e Rosellini, entrambi convinti meccanicisti.
Ma un tale riguardo verso il metodo scientifico è ben lungi dal vertere in uno sterile positivismo. Sin dalla giovinezza il Pareto si rende ben conto di quanto sia “religioso” più che scientifico l’insegnamento di Comte.
Oltre alla meccanica, Torino vede una crescita e una diffusione particolare del darwinismo. Il successo è da attribuirsi alla capacità, ben maggiore, rispetto alla teoria comtiana, di analizzare e spiegare “scientificamente” i fenomeni più ostici.
I primi influssi culturali importanti di Pareto sono quindi dovuti alla meccanica razionale e al darwinismo, «colla sua teoria delle variazioni causali soggette ad un processo selettivo».
Appena pochi mesi dopo il conseguimento della laurea, il Pareto viene assunto nell’ufficio centrale del servizio del materiale e della trazione distaccato a Firenze della Società anonima delle Strade Ferrate Romane, con sede a Roma.
Ed è nell’ambiente culturale della capitale toscana che Pareto comincia a scontrarsi con una realtà ben diversa dalle aspettative. Una realtà in cui precisione, competenza e capacità tecnica – Pareto è ingegnere6 – non sono le uniche doti necessarie per «trovare schiusa la porta del club dove si riuniscono, idealmente, coloro che presiedono alle sorti del Paese». Saranno gli anni fiorentini, anni di delusione profonda per il giovane Pareto, umiliato per i continui ostacoli in cui si sente imbrigliato nel proprio lavoro, disgustato dall’avere a che fare con gente priva di scrupoli e senza serietà, rattristato dal declino della classe sociale a cui sente di appartenere e dall’avanzata dei nuovi ceti7.
Si veda, ad esempio, p. 34 del 2° v. delle Lettere ai Peruzzi: riguardo all’anno 1879 Giacalone afferma che «L’annata si chiude con il sartino dell’Antella, al quale il Pareto, con la materna collaborazione della moglie del sindaco di Firenze, si rivolgeva per la confezione degli abiti e fa sentire la semplicità dei costumi di quelle grandi anime».
Interessanti notizie riguardanti la carriera scolastica di Pareto si trovano in: T. Giacalone-Monaco, Ricerche intorno alla giovinezza di Vilfredo Pareto, in “Giornale degli Economisti e Annali di Economia” (gen-feb 1966) e L’eccezionale carriera scolastica di Pareto e il problema della sua conoscenza del mondo classico, in V. Pareto, Lettere ad Arturo Linaker, a cura di M. Luchetti. Roma, ESL, 1972.
È però di parere contrario il Giacalone-Monaco di La misteriosa preparazione latina e greca in Lettere ai Peruzzi. Roma, ESL, 1968. Scrive infatti a p. LV: «La mia opinione è che il Pareto abbia cominciato in tenera età a studiare le lingue latina e greca, con l’aiuto di qualcuno molto bravo […] e che poi, da solo, abbia perfezionato la conoscenza delle grammatiche e del vocabolario, prima ancora di entrare nel salotto Peruzzi». Questo qualcuno non è però il padre: «Escludo che il padre, benché conoscesse le lingue classiche, come si osserva scorrendo i suoi scritti, si sia occupato di questo, poiché era assorbito completamente dalla sua attività professionale, come egli stesso confessa nelle lettere ai Peruzzi».
La tesi, di 49 pagine, fu stampata per i tipi dello Stabilimento G. Pellas di Firenze e riprodotta negli Scritti teorici di Pareto, raccolti da Giovanni Demaria e pubblicati dall’Università Bocconi, nel cinquantesimo anniversario della Fondazione (Milano, Rodolfo Malfasi, 1952, pp. 591-639), nonché nelle Oeuvres complètes di V. Pareto, vol. 25, Ginevra, Droz, 1982, p. 24-71.
Si veda, a proposito degli influssi delle teorie scientifico-matematiche dell’epoca sulla formazione di Pareto, il volume: G. Busino, L’Italia di Vilfredo Pareto: Economia e Società in un carteggio del 1873-1923. Milano, COMIT, 1989.
Scrive Pareto in una lettera datata 6 febbraio 1873 a Emilia Peruzzi: «Un ingegnere, cioè un uomo che appunto applica la scienza al lavoro dell’uomo» (V. Pareto, Lettere ai Peruzzi, a cura di T. Giacalone-Monaco, op. cit., p. 155).
P. M. Arcari, La formazione psicologica della teoria della circolazione delle aristocrazie, in “Cahiers Vilfredo Pareto”, III (1965), n. 5, p. 213-258.


