La pena più antica del mondo
Una storia della pena capitale, tra boia, ghigliottine e iniezioni letali
Pubblicato su Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2007
La pena capitale è la più antica punizione che l’uomo conosca. E ancora oggi trova entusiasti sostenitori in tutto il globo. Cina, Iran e Stati Uniti dissentono su molti argomenti, ma quando si tratta dell’ammissibilità della pena di morte il loro è un consenso unanime. E mentre Pechino zelante si prepara ai Giochi Olimpici un primato già l’ha vinto da tempo: quello per il maggior numero annuale di condannati al patibolo (nell’ordine delle migliaia). La prima sentenza di morte scritta è datata 1850 a.c. e risale ai Sumeri. Nel corso dei secoli la fantasia umana si è sbizzarrita intorno ai metodi per far tirare al reo le cuoia: impiccagione, crocifissione, fucilazione, garrota. E la ruota, il cui profilo rotondo simboleggiava il Sole e morirci attaccato significava perire di una punizione divina. Ce lo racconta una storia della pena di morte pubblicata a Vienna da Martin Haidinger (Von der Guillotine zur Giftspritze [Dalla ghigliottina all’iniezione letale], Ecowin 2007, pagg. 224, € 19,15).
Che i condannati innocenti – da Cristo a Sacco e Vanzetti – siano stati innumerevoli non sembra aver mai scosso più di tanto i loro carnefici. Nel Medioevo quella del boia era una professione tramandata per discendenza famigliare che univa in sé il ruolo di boia a quello di medico. Dopotutto, chi meglio di loro conosceva l’anatomia? E se talvolta per via del mestiere non godevano di buona reputazione, non pochi sono gli esempi dell’attrattiva che un simile lavoro sapeva esercitare sulla popolazione. Nell’Inghilterra di fine Ottocento a un concorso per il posto di boia le candidature furono migliaia. La Francia conta invece il giustiziere più famoso: Charles-Henri Sanson (1739-1806). Dopo trentotto anni di esercizio aveva mandato all’altro mondo 2918 esseri umani, tra cui degli amici e pure un’amante di gioventù. Molti dei quali decapitati con la ghigliottina, lo strumento entrato in azione nel 1792 e presto divenuto simbolo della Rivoluzione Francese. Con quella Sanson tagliò anche la testa di Luigi XVI, che poté così verificare di persona i suggerimenti dati anni prima durante l’elaborazione della macchina. Sanson morì invece tra le mura domestiche, esortando il figlio a continuare la tradizione di famiglia.
Karl Kraus contro il suo concittadino Josef Lang nutriva una tale avversione da immortalare quell’«allocco trionfante e tranquillo» nelle prime pagine del suo Gli ultimi giorni dell’umanità. La foto ritrae il boia di Vienna spuntare gongolante dietro alla salma di Cesare Battisti.
Più tardi alla storia passò anche il sergente John Woods quale esecutore materiale delle condanne di Norimberga. Il giustiziere dei criminali nazisti morì nel 1950 per un incidente di lavoro: stava provando una sedia elettrica. Sessant’anni prima l’Imperatore Menelink II non corse invece questo rischio entrando in possesso di tre ambitissime sedie mortali. Quando le ricevette si accorse dispiaciuto che in Abissinia non esisteva ancora la corrente elettrica.
Oggi varie Nazioni somministrano la pena capitale cercando di evitare troppa pubblicità. È il caso degli Stati Uniti che hanno anche introdotto l’iniezione letale considerandola un metodo di soppressione “umanitario” e indolore. Non è stato così per Angel Nieves Diaz, morto dopo una doppia iniezione tra spasimi orribili. Per la Cina invece lo stesso metodo serve a preservare gli organi dei condannati, così da poterne fare uso dopo la morte del proprietario.
Pubblica, spettacolare e cliccatissima sul Web è stata invece l’esecuzione di Saddam Hussein. Ma dopo averla vista non pochi si sono chiesti se quell’impiccagione abbia veramente servito più la giustizia che la vendetta.


